AMY GRACE LOYD.
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LE STORIE DEGLI ALTRI.
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Titolo originale: The Affairs of Others. 2013.
Traduzione di: Katia Bagnoli.
2014. Neri Pozza Editore, VICENZA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Un tempo, si sa, la condizione vedovile suscitava rispetto, era considerata una sorta di punto d'arrivo. Oggi invece alle vedove, soprattutto se giovani, viene chiesto subito di voltare pagina, di esibirsi in una trionfante ripresa oppure di togliersi di mezzo. Celia Cassill non ha avuto esitazioni da quando suo marito  passato a miglior vita: ha scelto la seconda opzione. Si  rintanata nella casa acquistata coi soldi che le ha lasciato il consorte, un piccolo palazzo nel centro di Brooklyn, circondato da un giardino di quasi cento metri quadri, con un vecchio cespuglio di lill che, quando fiorisce,  di un viola intenso d'altri tempi. Per trarne il giusto per vivere, ha affittato poi tre bilocali della casa.
Nell'appartamento sopra al suo vive perci George, un poeta gay che fino a qualche tempo fa aveva un coinquilino, un amante sparito nelle notti in cui Celia sentiva George camminare sulle assi di legno, a passo cadenzato, avanti e indietro, avanti e indietro, come se si stesse addestrando a raggiungere la precisione.
Al terzo piano abita il signor Coughlan.  stato nella marina mercantile e poi ha navigato come capitano di traghetto. Una volta ha salvato dall'annegamento un ragazzo di diciassette anni caduto in mare; un'altra ha impedito a un'epilettica in pieno attacco di ingoiarsi la lingua. Ha ottantadue anni, e si sforza di far capire a Celia la freschezza di tutta l'aria che ha respirato e la bellezza della vita nella sala macchine.
Gli inquilini dell'appartamento numero tre sono i Braunstein, una coppia moderna, feconda di progetti. Angie, la moglie,  una crociata di molte guerre sante e Mitchell, il marito, cerca di non essere da meno. Partecipano alle veglie a lume di candela contro la pena di morte, manifestano contro gli esperimenti sugli animali, contro quelli che mangiano carne di vitello. Odiano i repubblicani, i SUV, l'ignoranza e i prodotti candeggianti.
La vita appartata di Celia sarebbe irreprensibile se due eventi non venissero a scalfirne la perfezione. Il signor Coughlan scompare un giorno, e George parte per l'Europa lasciando il suo appartamento a Hope, una donna di una femminilit sfrontata, con le gambe lunghe, il rossetto scuro, i capelli raccolti in una crocchia e una cerchia di amici bohmien. Una donna che turba cos profondamente Celia da generare in lei una inaspettata, fatale attrazione.
Romanzo indicato dall'Associazione dei Librai Indipendenti Americani come uno dei migliori della recente stagione letteraria, Le storie degli altri espone, nella sua impeccabile scrittura,
le diverse stratificazioni del tempo, del dolore e dell'amore nell'esistenza urbana contemporanea. (The Millions).
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L'AUTRICE.
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Amy Grace Loyd ha lavorato per la rivista Playboy. Attualmente vive a Brooklyn, dove  editor di Byliner. Le storie degli altri  il suo primo romanzo.
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LE STORIE DEGLI ALTRI.
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La conosco da sempre. Tutti dicono che da giovane lei era bella, io sono venuto a dirle che la trovo pi bella ora, preferisco il suo volto devastato a quello che aveva da giovane.
Marguerite Duras, L'amante.
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Ci sono persone che si dedicano a compiere imprese. E altre che dicono fai qualsiasi cosa ma vivi. E altre ancora che dicono: Oh oh non ti dimenticher mai evento della mia prima vita.
Grace Paley, Vita.
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Hope.
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Il corpo di una donna che invecchia.  un paesaggio
che anche mentre scompare chiede molti sguardi. O almeno
dovrebbe. Non esistono due paesaggi uguali. Non
sono mai stati uguali, indipendentemente dall'et; d'altronde
 il tempo ad aggiungere dettagli al corpo.
 naturale, tutte le donne invecchiano fisicamente. Ci
che sconcerta  il modo amichevole in cui tutto questo ha
inizio, con parole come levigato e teso e sodo, e rosa ed
eccitato... parole attribuite al corpo delle donne, che se
le portano in giro come morbido cotone. E perch no?
Sono doni guadagnati senza fatica. Succede di rado che
la vita ci offra ricompense immeritate o non richieste. Inevitabilmente,
per, le parole una a una scompaiono: ecco
che se ne va teso, se ne va levigato, dio, persino eccitato.
E le parole che le sostituiscono e che vengono fornite non
sono poi altrettanto gradite n facili da portare. Certe
donne portano con orgoglio i nuovi modi di definire il
proprio corpo. Spiegheranno che le protuberanze nodose
hanno una bella storia da raccontare. Altre festeggiano
il cambiamento di linguaggio, la fine di un certo genere
di vigilanza. Oppure continuano a inseguire la prima
serie di parole... alto, sodo, levigato. Non  sbagliato o
comunque non tocca a me dirlo. Chi sono io per esprimere
un giudizio? Sono una donna giovane o quasi, vado
verso la quarantina, anche se di anni potrei averne venticinque come cinquanta. Credo di non avere pi un'et.
Non sono brutta ma nemmeno bella. Ho sposato un uomo
che avevo conosciuto all'universit e che ho incontrato
di nuovo alcuni anni dopo la laurea. Mio marito  morto
in maniera difficile. Io me ne sono andata con lui, o
perlomeno se ne  andata una buona parte di me. Non
posso chiedere scusa per questo, n desidero contestare il fatto di essere cambiata.
Un tempo la condizione vedovile suscitava rispetto.
Era intesa come un punto d'arrivo. Adesso, ci viene chiesto
di lasciar perdere, voltare pagina, diventare qualcuno
o qualcosa di diverso, e risposarci, divorziare, risposarci
un'altra volta. Lo stile di vita americano ci chiede in ogni
occasione di esibirci in una trionfante ripresa o di toglierci
di mezzo. Io sono stata felice di togliermi di mezzo.
Mio marito mi ha lasciato in condizione agiata. Con
i suoi soldi ho comprato un piccolo palazzo dove vivo e
di cui affitto tre bilocali. Dietro il mio condominio nel
centro di Brooklyn c' un giardino di quasi cento metri
quadri con un vecchio cespuglio di lill, che quando fiorisce
 di un viola intenso d'altri tempi, un ginkgo biloba
femmina molto alto, un platano allampanato, e poi uno
strano assortimento di pianticelle a cui i precedenti proprietari
e io ci siamo dedicati con scarso impegno. Quanto
a me, mi sono chiesta se quest'erba aromatica o quel
fiore sarebbero cresciuti e, in caso di risposta affermativa,
ho lasciato che tentassero di sopravvivere e magari
riapparire da soli l'anno dopo. Mi sorprendo spesso di
ci che ricevo in primavera. Erbacce, naturalmente, ma
anche un mosaico d'erbe delimitato che mi ricorda la testa
di un uomo scarmigliato che sta diventando calvo. I
miei inquilini mi hanno chiesto di contribuire alla manutenzione
del giardino, ma siccome creare una famiglia
allargata e approfondire la loro conoscenza non  nei miei
piani, non li ho incoraggiati, con il risultato che adesso
hanno anche loro con il giardino un rapporto cauto. Sono
una padrona di casa soltanto da quattro anni.
Di norma non permettevo subaffitti, ma George mi
aveva presentato una candidata portandola da me un
giorno in cui, anche se eravamo solo all'inizio di marzo,
potevo sentire l'odore di terra nell'aria umida e avevo
notato che le giornate si stavano allungando. George era
sempre stato un buon inquilino. Abitava sopra di me, al
primo piano, stava attento a non far rumore con i suoi passi
e una volta in cui ero a letto con una bronchite batterica
era andato in farmacia a comprare gli antibiotici per
me. Insegnava inglese alla St Ann, una scuola privata in
Pierrepont Street che trasforma gli studenti in persone
sofisticate ancora prima che abbiano l'et per votare, e aveva
pubblicato delle poesie su quel genere di riviste intese
a fare colpo sulle persone colte. Era gay, e all'inizio aveva
avuto un coinquilino, suo amante da lungo tempo, che
lo aveva lasciato dopo pochi mesi di convivenza nel mio
condominio. In quel periodo, di notte, quando non riuscivo
a dormire lo sentivo camminare sulle assi di legno,
a passo cadenzato, avanti e indietro, avanti e indietro,
come se si stesse addestrando a raggiungere la precisione.
Se mi concentravo sui suoi passi regolari, sui prevedibili
spostamenti di peso del suo corpo, mi riaddormentavo,
la sua veglia dispensava me dalla mia. Una volta lo
sentii gridare... come se qualcuno lo avesse spaventato.
Pensai subito a un fantasma, forse il suo, di quando amava ed era amato.
Avevo visto la donna alla quale George voleva subaffittare
l'appartamento per le strade di Brooklyn Heights
e Cobble Hill, da sola o a volte in compagnia di persone
che mi erano sembrati membri della sua famiglia. Aveva
spalle larghe per essere una donna e gambe lunghe,
anche se non era troppo alta, leggermente al di sopra
della media, diciamo. Avrei potuto prenderla per una
francese - per come vestiva, per la femminilit sfrontata,
il rossetto scuro e il modo in cui si raccoglieva i capelli
in una crocchia - ma l'accento, il volume e la cadenza
della voce e la schiettezza del viso non si accordavano a
quell'immagine. Sarebbe giusto definirla bella. Ero sicura
di averla vista l'autunno precedente con un giovanotto
in Hicks Street, in un isolato residenziale deserto.
Avevo avuto la sensazione che la mia presenza fosse inopportuna
e avevo attraversato la strada. Avevo pensato che
fosse suo figlio perch le somigliava... stesso colore di
capelli, stesso tipo fisico. Improvvisamente lei lo aveva
afferrato e lo aveva abbracciato con tutta se stessa, come
se cercasse di trattenerlo contro un vento fortissimo o volesse
strappargli fuori qualcosa. Quel giorno, ricordo di
aver pensato, Dolore, sta cercando di liberarlo dal dolore
con un abbraccio, e a quanto pareva non c'era tempo
da perdere. Quando lo aveva lasciato andare lo aveva preso
sottobraccio e insieme si erano allontanati con un'andatura
vivace; sodali, a testa alta, per niente imbarazzati
o preoccupati di essere stati visti, bens pieni di vitalit
e risolutezza. Credo che il mio ricordo sia corretto o almeno  cos che voglio conservarlo.
Lei mi aveva colpito per uno o pi motivi, e le associazioni
mentali che aveva scatenato erano abbastanza piacevoli.
George voleva andare per qualche tempo in Francia
a trovare un amico che stava poco bene. Voleva andar via,
scrivere. Parl molto brevemente della sensualit del clima
e del paesaggio, del genere che in America, a New
York, era impossibile avere, e poi parl di Marsiglia, e di
Rimbaud... conoscevo Rimbaud? Parl pi in fretta di
quanto avrebbe fatto di solito, per dire che se ne voleva
andare, con una certa urgenza nella voce, ma che intendeva
tornare, a Brooklyn, al suo appartamento. Era riuscito
a ottenere un congedo per il resto dell'anno scolastico
e poi aveva l'estate libera... il grande vantaggio dell'insegnamento, disse, sono le estati. Restava soltanto la
questione dell'appartamento, dell'affitto, la questione con
me. Non si sarebbe potuto permettere di partire se non
gli avessi lasciato subaffittare l'appartamento alla sua
cara amica Hope. Non parl pi piano n si preoccup
di come un corpo avrebbe potuto reagire alle parole
permetti a Hope di restare. Continu a parlare, comunicandomi la sua speranza, con la donna che portava quel
nome al suo fianco che di tanto in tanto annuiva con forza,
e quindi fu mio dovere manifestare qualche resistenza.
Del resto ne avevo, anche se non molte. I miei inquilini
mi giudicano fredda. Sanno che sono giovane o quasi, ma non ci credono del tutto.
Cominciai spiegando che il condominio era piccolo,
che facevo molta attenzione a scegliere gli inquilini, che
cercavo una certa armonia e intendevo mantenerla.
George sugger: Naturalmente, non proporrei nessuno che non ritenessi adatto.
Poi sollevai il problema di non creare precedenti, il mio
desiderio di coerenza; al che Hope allung il collo verso di
me e mi parl come se l'inglese fosse la mia seconda lingua.
Ma io sono un'amica di George e del vicinato, signorina Cassill, o no?.
Portava un rossetto dall'aria costosa e le sopracciglia,
scure e alte, seguivano un arco naturale. Era consapevole
dell'impatto del suo viso, persino adesso che era vicina
ai cinquanta. Ne era consapevole da anni.
Signora, non dubito che lei sia....
Sono sicura che gli altri inquilini potrebbero capire che....
Quanto a questo,  complicato....
Davvero? Ah. Cambi tattica, mordendosi il labbro per frenare l'entusiasmo. George le ha mai detto che sono una cuoca fantastica?.
Davvero?.
Probabilmente, con me ai fornelli, George mangerebbe meglio qui di quanto far in Francia.
Davvero notevole....
Perch non mi permette di cucinare per lei?. Stava cercando di sedurmi.
Molto cortese da parte sua, ma non  affatto necessario.
Era il tipo che crea intimit dove non ce n'.
Potrei cucinare per tutto il palazzo, se lei lo volesse,
e servire i piatti in quel bel giardino. Pt e bouillabaisse
con del buon pane e del vino, una cena sontuosa per tutti....
In realt non abbiamo.... Lanciai un'occhiata a
George. Smorzai il tono. No, non  affatto... necessario.
Non mi sognerei mai di chiedere niente del genere
n a lei n ai miei inquilini. Siamo molto rispettosi della
reciproca... come dire? Distanza, ecco....
La sua faccia, prima piena di aspettativa, mostr un
leggero disappunto, e allora vidi la sua et, una screpolatura
sopra il labbro superiore, due rughe marcate che
si erano scavate ed erano rimaste fra le sopracciglia, ma
a zigomi cos belli e piani facciali tanto ampi e occhi talmente
chiari, di un azzurro citrino, le rughe conferivano
un'utile gravit, un'autorevolezza. Aveva esaurito l'energia
richiesta per mostrarsi briosa pi in fretta di quanto
avrei potuto immaginare. Guard George scuotendo
la testa, poi allarg le braccia e alz le spalle. Finora non
 stato un buon anno, tesoro.
Lui le appoggi un braccio sulla spalla. Lo pos leggermente
perch con lei era delicato, voleva mostrarle
gentilezza.  stata dura disse.
Guardandomi con una certa impazinza e facendo un
bel respiro, fu sul punto di lanciarsi in un altro appello
quando Hope, allungando il collo e raddrizzando le spalle
per sfruttare al meglio la sua statura, lo prevenne: Pagher
tutto in anticipo, compresa l'assicurazione. In contanti.
Questo pu interessarle?.
Non  una questione di denaro. Signorina o signora?.
Lei si lisci i capelli castano chiaro sopra l'orecchio e
abbass lo sguardo per esaminare il maglione. Era color
salvia e sembrava fatto a mano, un filato misto di seta e
cotone. Le donava. Ho lasciato mio marito, capisce. Mi
serve un posto dove stare. Un posto tranquillo. Pensavo
che questo lo fosse. George e io pensavamo... be', mise
una mano sull'avambraccio di George, abbiamo ragionato
come ragazzini, immagino. Pensavamo che potesse
funzionare. Che qualcosa avrebbe funzionato. Nei suoi
strani occhi fiorirono delle lacrime e lei fece una risatina.
Abbiamo bisogno tutti e due di cambiare ambiente, ma
esistono delle alternative, vero, George? Non  necessario
disturbarla ancora. Con la mano rigida mi diede un
colpetto sul braccio, come congedandosi da me e dalla
conversazione. Per lei non ero nessuno. Ero stata un ostacolo
da superare, niente di pi. Su, George. Andiamo a bere qualcosa.
Celie, mi spiace disse lui. Non mi aveva mai chiamata
Celie, soltanto Celia, che, di fatto,  il mio nome
ed  come preferisco essere chiamata. Non posso permettermi
di pagare l'affitto mentre sono via. E devo andare
via. Devo proprio. Vuoi davvero darti la pena di sfrattarmi
e trovarti un nuovo inquilino?.
Mi concessi un momento. Finsi di non averci pensato.
Era stata mia intenzione dire di si fin dall'inizio, ma
lui doveva sapere, come doveva saperlo lei, che prima di
tutto quella era casa mia, data a loro soltanto in concessione,
e che si richiedeva una certa forma, un posto da me
bisognava guadagnarselo. Ero responsabile del tetto, della
caldaia, dell'impianto idraulico di ghisa. Avevo verniciato
tutti i pavimenti, carteggiato e dipinto le pareti, e
rimesso sui cardini tutte le porte. Appena rimasta vedova,
questo edificio con tutte le sue minuzie, persino le licenze
edilizie per la ristrutturazione dell'entrata e delle
finestre, e la messa a norma del vecchio ascensore a fune
per le ispezioni, ottenute da una burocrazia municipale
tutt'altro che collaborativa, mi aveva dato uno scopo. Lo
avevo rivendicato con propositi che non mi erano del tutto
chiari. Si, un posto sicuro. Ordine. Per me e per chi stava
dall'altra parte dei muri, dei pavimenti, inquilini che
avrei e non avrei conosciuto. Una sistemazione in citt
alle mie condizioni fino a quando sarei rimasta in citt.
Naturalmente avevo assunto degli operai, ma lavoravo
con Anton e sua moglie, Marina, e suo fratello, o a volte
con il figlio della coppia, tutti ucraini. Lavoravano sodo
e non si lamentavano, almeno con me, per la mia insistenza
a voler collaborare. I miei muscoli ricordavano ancora
ogni singolo sforzo, e ovunque intorno a me vedevo
ancora le tracce del mio contributo. Anche dei miei errori,
sebbene non gravi. Ero stata attenta e credevo che l'edificio
e io avessimo stretto un patto. Ci saremmo protetti a vicenda.
Mi sarei impegnata per i miei inquilini, ma solo fino a un certo punto.
Chiamai Hope, che si era diretta verso la porta e mi
dava la sua lunga schiena. Si potr occupare delle piante?
George ne ha moltissime. Hai persino un paio di orchidee, vero, George? Sono delicate.
George annu.
Di tanto in tanto le ho innaffiate io quando  stato via per brevi viaggi dissi.
 vero conferm lui. Vidi prorompere la sua contentezza.
Era un bell'uomo di media altezza, con una faccia
larga che mi ricordava puntualmente quella dell'attore
James Mason - era gentile e dura, distinta ma intensa - e
arrossiva facilmente. Stava mettendo su pancia e aveva cominciato
ad allacciare pi in alto la cintura dei pantaloni.
Non ho fatto morire niente. Hope ci mostr per primo
il profilo. O nessuno, poi si gir e sorrise con tutto
il corpo, finora. Rise passando dal tono basso a una
specie di risolino, poi gett le braccia intorno al collo di
George. Quando lo lasci libero, mi guard dritto negli
occhi. Fece per toccarmi ma ci ripens, per rispetto, suppongo,
e fiss su di me uno sguardo di tale gratitudine
e sollievo che sentii a stento il suo grazie e non prestai
ascolto ai dettagli del trasferimento. Ho conosciuto solo
una persona capace di concentrarsi su un corpo cos completamente,
con tanta sincerit, e se ne  andata.
Mentre aprivano la porta per uscire, lei corse indietro
verso di me e mi afferr la mano. Non si preoccupi. Cercher
di comportarmi bene. Allora sentii il suo odore.
Un profumo, o un deodorante, floreale e speziato. Rosa
e rosmarino o qualcosa di simile, in contrasto e in accordo;
facevano venire in mente un giardino molto vario,
e la primavera. Era lieve ma presente, e la mano con
cui copriva la mia era morbida e molto calda. Ci ha reso davvero felici.
...
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Il capitano del traghetto.
...
.
...
Nel giro di una settimana il suo profumo riemp il palazzo...
un'intera settimana di passi strascicati e rumori
striduli, di bagagli e mobili spostati e trascinati sopra
la mia testa. Era George che si preparava a partire. Era
quasi sempre in movimento e quando si fermava per un
attimo, ecco arrivare subito dopo uno scatto, una corsa
verso qualche oggetto, pensavo... ha dimenticato un capo
di abbigliamento. O magari gli era venuto in mente un
libro e si chiedeva se valesse la pena portarselo. Durante
questo periodo Hope andava e veniva, trasportando
vari frammenti della sua esistenza, reggendo tra le braccia
un sacco della spazzatura probabilmente pieno di vestiti
o di biancheria, una pianta, una lampada da tavolo
e molto altro ancora. Non la vedevo sempre, durante questi
passaggi, per sentivo la sua voce, il rumore dei suoi
passi, pi leggeri ma incontrollabili come ormai erano diventati
anche quelli di George, e sentivo il suo odore o
avrei giurato di riuscire a sentirlo. S, considerata la responsabilit
che avevo, ero attenta a quel che succedeva
intorno a me, ma di sicuro anche gli altri inquilini si erano
accorti di queste attivit; forse George li aveva informati
del cambiamento.
I Braunstein, gli inquilini dell'appartamento numero
tre, erano una coppia moderna, feconda di progetti. Non
cos il signor Coughlan, che abitava al terzo piano. Non
avrebbe fatto caso all'arrivo di Hope, o non per pi di un
attimo. Era stato nella marina mercantile e poi aveva navigato
per tutto il Nordest come capitano di traghetto. Di
solito lo vedevo uscire o tornare dalle passeggiate mattutine,
quando era carico dell'energia di un nuovo giorno,
e la vita con i suoi particolari gi gli esplodeva nella testa,
nel corpo. Una volta aveva salvato dall'annegamento
un ragazzo di diciassette anni caduto in mare; aveva
impedito a una epilettica in pieno attacco di ingoiarsi la
lingua. Un'altra volta che il ramo di un albero era caduto
sul timone mettendo quasi fuori uso il traghetto, lui era
riuscito a mantenerne il controllo. Con me, e credo anche
con altri, il signor Coughlan spesso perorava la sua causa;
a ottantadue anni non si  troppo vecchi quando si sanno
cos tante cose o se ne sa pi della gran parte dei capitani
di oggi. Lo faceva senza aggressivit. Era troppa
la gioia e l'ampiezza dei ricordi e aveva una grande attitudine
alla tranquillit, a trarne piacere, persino ad analizzarla.
Quando era particolarmente nostalgico e si sentiva
finalmente a casa in mia compagnia, come io mi sentivo
con lui, prendeva una pausa e cercava di farmi capire,
senza teatralit, la freschezza di tutta l'aria che aveva
respirato, la vita nella sala macchine, e persino i suoni di
cui sentiva la mancanza. In mare diceva, devi stare allerta,
s, per via del rumore sordo e degli spruzzi, lo sciabordio...
tutta quell'energia, quel movimento e le speranze
che lo circondavano ogni giorno; e poi quegli uomini,
con nomi che sembravano usciti da vecchi film, Gus, Bud,
Ike, pi a loro agio su una barca che in qualsiasi altro
luogo. Una compagnia ormai perduta... o quasi, perch
continuava a farla rivivere, con i rumori e le voci, qui,
all'ultimo piano della mia casa.
Quando si era presentato alla mia porta, quattro anni
prima, non sapevo niente di lui e lui non mi aveva detto
molto. Portava un paio di pantaloni grigi di lana e una giacca
a righe con una macchia sul taschino. I vestiti erano ben
stirati e i capelli brizzolati pettinati con la brillantina. Si
era rasato, ma non per questo una faccia cos segnata
dalle intemperie risultava pi liscia o luminosa. Gli occhi
nocciola guardavano di sottecchi come aspettandosi una
luce abbagliante. Non era alto pi di un metro e settanta.
Mi aveva tenuto un discorsetto molto misurato. Aveva
detto che viveva in un posto in fondo alla strada che
non gli piaceva granch. Glielo aveva trovato la famiglia,
gentile da parte loro, per non faceva al caso suo. Troppe
persone in fila soltanto per parcheggiarsi davanti alla
TV. Il cibo  insapore, le finestre sono sporche, tutto  coperto
di plastica. Durante le sue passeggiate era passato
davanti alla mia casa e si era chiesto se avessi una stanza.
Avevo detto di s, anche se non ero ancora in cerca di
inquilini. Al che lui aveva annuito e mi aveva offerto sei
mesi di affitto anticipato in contanti. Non deve saperlo nessuno aveva detto, sorridendomi con gli occhi, oltre
a noi due. Non puzzava di alcol e non aveva distolto
gli occhi dai miei nemmeno una volta. Per un uomo
della sua et aveva un aspetto robusto e teneva le gambe
corte pi divaricate del normale, come se si aspettasse
di essere disarcionato dalla terra. Non sembrava tipo
da lamentarsi se fosse accaduto; si limitava a tenersi pronto.
Respirava dal naso; un respiro rumoroso ma regolare.
Quando aveva esitato, mi aveva teso la sua grande mano
chiazzata. Era piena di vene blu. L'aveva tenuta sospesa
fino a quando non gliel'avevo stretta.
Voleva l'appartamento dell'ultimo piano. Quello pi
piccolo, con il soffitto pi basso, ma lo aveva scelto, dopo
che gli avevo fatto fare il giro, non per modestia bens per
la vista. L'unica finestra che affacciava a ovest, sul retro
della casa, offriva una fetta del porto di New York. Un'altra
gli regalava un tratto di cielo ininterrotto. Era andato
avanti e indietro dalle due finestre per un paio di volte,
valutando, per assicurarsi di aver visto bene. Era stato allora
che qualcosa mi aveva detto che sarebbe morto li, in
quel bilocale, e che stava decidendo se era il posto giusto.
Avrei voluto rimangiarmi la parola - una fitta di panico
mi aveva contratto lo stomaco - ma non lo avevo fatto.
Avevo accettato il suo denaro e mentito a sua figlia,
la famiglia alla quale aveva fatto riferimento, quando era
venuta da me, furibonda, puntandomi un dito contro.
Suo padre e io eravamo giunti a un accordo, le avevo detto
senza esitazione, e non avevo intenzione di tirarmi
indietro. Lei lo aveva messo in una casa di riposo. E l
dovevano finire i versamenti della pensione e della previdenza
sociale, non a me. Ma che peccato mi ero limitata
a rispondere.
Non potevo spiegare che capivo meglio di lei dove lui
abitava davvero, allora... quando era nel pieno della vita.
Sapevo anche che non mi avrebbe mai creato fastidi, non
intenzionalmente, almeno, e qualunque fosse stato il mio
rapporto con gli altri inquilini, noi due non avremmo mai
litigato per l'acqua calda o per l'impianto elettrico.
Salii le scale fino al suo appartamento. La porta non
era mai chiusa a chiave, sebbene lo avessi messo in guardia
al riguardo. Bussai, ma teneva la radio a tutto volume
per restare sveglio. Bussai di nuovo ed entrai. Si era
sistemato sulla poltrona reclinabile di legno rivestita in
pelle, vicino a un fragile tavolino che sorreggeva la radio,
da cui arrivavano a tutto volume gli aggiornamenti sulle
condizioni del mare. Sembrava impietrito nel sonno fino
a quando, al terzo o quarto respiro, l'emissione dell'aria
tirata su con il naso lo scuoteva e gli faceva contrarre le
dita. Portava i logori stivali neri, dalle suole spesse, pantaloni
da lavoro, e un maglione di lana, una delle sue tenute
preferite, la stessa che indossava in una foto di anni
prima che avevo visto, nella quale dalla timoniera del traghetto
faceva un disinvolto saluto militare con due dita.
Le finestre dell'appartamento erano spalancate. Bench
il clima fosse mite per essere marzo, non faceva certo caldo.
Le chiusi tutte tranne una, che lasciai accostata. Controllai
che cosa c'era da mangiare nel frigorifero. Trovai
del latte fresco, formaggio Cheddar e fette di pane bianco
in una fila ordinata. Nell'armadietto c'erano quattro
zuppe in scatola, due delle quali portavano la data che
avevo scritto io a penna durante una visita precedente.
Ispezionai la cucina e la zona giorno (un ambiente unico,
separato da un'isola con ripiano in granito che avevo
piazzato io) in cerca di tracce. Nel lavandino c'erano una
scodella e un cucchiaio non lavati. Le carte nautiche appese
alle pareti erano storte, ma lo erano sempre state.
Annusai per vedere se sentivo del cattivo odore, di
marcio o di sporco, ma niente, niente che io riuscissi a
percepire, perlomeno; poi me ne andai, chiudendomi alle
spalle senza far rumore la porta che avevo oliato pi volte.
Il signor Coughlan mi aveva rassicurata ancora, era bastato davvero poco.
...
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Festa e saluti.
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Il sabato precedente la partenza di George, di sopra
si tenne una festa. Musica. Risate. Proteste. Esclamazioni.
Altre risate. A giudicare dalle voci e dai passi, contai
almeno una decina di persone. C'era Edith Piaf che urlava
per loro - stridente, esigente - sostituita in seguito
dalle note basse e moderate di una musica house, o lounge.
Mi arriv l'odore di aglio e timo e cipolle e riconobbi
il profumo di agnello e del formaggio al forno, intenso
e oleoso. Avevo comprato per George una bottiglia di
Veuve Clicquot. Era ghiacciata. Ero stata invitata di sopra,
ma non mi ero ancora decisa ad andarci. Sentii l'ascensore
entrare in funzione... lo sforzo meccanico cominci
con un sussulto seguito dal solito ronzio, una vibrazione
nelle pareti. In genere gli inquilini usavano l'ascensore
se avevano dei pesi da portare. Il signor Coughlan
lo usava quando riusciva ad ammettere di essere stanco.
Sentii le porte aprirsi e chiudersi. Il portone e altre porte.
L'agitazione aveva un modo tutto suo di diffondersi.
I colpi dei passi, le assi del pavimento che vi si adattavano
di continuo. I ciaaao gridati. I saluti di una festa hanno
un tono particolare. Tendono all'acuto; risuonano di
gratitudine e speranza. Ci avevo fatto l'orecchio osservando
per anni le feste organizzate da mia madre. Nonostante
le innumerevoli volte in cui era rimasta delusa, credeva
ancora che un party potesse introdurre una variazione,
sospendere tempo e spazio.
Sapevo di non poter salire alla festa senza essere vista,
ma potevo aspettare che il crescendo finisse: qualcuno
che andava via, il movimento di piedi che rallentava
o cessava, mobili che venivano rimessi a posto.
A quel punto avrebbero anche potuto abbassare la musica,
o passare a un artista il cui modo di cantare fosse
pi consono al porto o al cognac, ma forse mi aspettavo
troppo da loro.
Quando ritenni che fosse arrivato il momento, mi pettinai.
Mi misi un velo di cipria. Infilai un maglione irlandese
e dei jeans. Erano secoli che non mi mettevo un
vestito e in generale indumenti che non possedessero,
come principale caratteristica, una irrinunciabile comodit.
Mi sarei comportata in maniera educata, non volevo
far colpo, anche se in effetti scovai un rossetto Chanel che
mia madre mi aveva mandato in un pacco dono colmo
di vari incoraggiamenti alla femminilit. Era rosso, e sapeva
di argilla dolce e rose.
Mi affaccio soltanto, mi dissi, sono una viaggiatrice,
un fantasma, una spia... quando me la trascinavo dietro,
mia madre mi prendeva in giro chiamandomi cos. Una
spia. Lo diceva in tono esasperato e affettuoso. Il rossetto:
s, evocava mia madre, che prima di ogni festa discuteva
ogni dettaglio, il cibo, la cristalleria, l'intensit della
luce nelle stanze della casa vittoriana dove vivevamo.
Alla fine dei preparativi indossava frettolosamente il
vestito gi scelto in precedenza.
Sono cresciuta nel sud del Connecticut, in un sobborgo
cos incolore - un quartiere dormitorio per universitari
- da far pensare che fosse uscito dalla penna di John
Cheever. L'immaginazione della gente del posto bastava
appena per spingersi poco oltre la normalit e un livello di ricchezza accettabile. Ma mia madre, che era cresciuta
a Northampton, una citt universitaria del Massachusetts,
andava matta per vestiti ornati di perline, scampanati
o lavorati all'uncinetto. Aveva abiti di seta dai colori
vivaci e kimono autentici. Serviva canap e fromage
de chvre. Amava i musei e Manhattan di notte e ballare
fino a farsi sanguinare i piedi. E portava i capelli biondo
miele corti e ondulati, scollature profonde, e aveva
grandi occhi viola ricevuti in sorte per stupire, per provocare.
Non ho ereditato niente di tutto ci. Era brilla ancora
prima che lo champagne fosse stappato e poi volava
via, non apparteneva alla terra, di certo non a quella
citt con le sue utilitarie e le sue scarpe impermeabili, oppure
era determinata a non farne parte. A mio padre non
importava granch delle feste. La gente cominci a interessarsi
a lui quando fece carriera nel mondo finanziario
newyorkese e gli venne chiesto di essere pi riservato
nelle situazioni sociali. Beveva due dita di scotch e osservava
mia madre per cogliere qualche segnale che gli
indicasse che aveva bevuto troppo. Quando il momento
arrivava, e capitava pi frequentemente delle occasioni
in cui lei restava sobria, lui veniva in camera mia, o
ovunque mi fossi rintanata, a chiamarmi, e insieme cominciavamo
a sparecchiare, a offrire il caff agli ospiti, a
lavare quello che potevamo. Abbassavamo il volume della
musica e non riempivamo di nuovo i bicchieri e le tazze.
Facevamo in modo di accelerare la fine della festa per
poter riavere la mamma tutta per noi. Eravamo cordiali,
per finivamo per odiare tutte quelle persone. Le odiavamo
per la loro ingordigia, per il disordine che lasciavano,
e per lo stato in cui si trovava mia madre a fine serata.
Quando la casa tornava a essere silenziosa, lei diventava
aggressiva, lamentosa. In parte dovevamo ringraziare il
vino per questo, ma era soprattutto il silenzio a risultarle
insopportabile dopo che era stata altrove.
La porta di George era socchiusa. La spinsi ed entrai
in uno spazio diverso da quello che conoscevo. Era illuminato
soltanto dalle candele, ombre lunghe e corte che si
proiettavano ovunque, e di tanto in tanto danzavano per
una corrente d'aria che investiva questa o quella fiamma.
A giudicare dall'appartamento non si sarebbe mai detto
che George fosse uno che ci teneva all'ordine. Durante
la sua permanenza l, aveva sostituito gli oggetti di
uso corrente, comprati ai tempi della specializzazione universitaria,
con altri scelti con cura, nuovi e antichi, ma
tutti di design. Si era fatto costruire degli scaffali dove
sistemare la sua collezione. Avevamo diviso la spesa. Era
orgoglioso del divano in pelle marrone con le gambe di
mogano tornito; c'era anche una lampada a piantana in
stile Mission con un paralume di vetro piombato... mi
aveva chiamato per farmela vedere il giorno dopo averla
portata a casa. Avevo pensato che volesse segnalarmi
un guasto, un problema con una presa elettrica o nel
bagno, in genere erano questi i motivi per cui venivo
chiamata.
Invece mi aveva chiesto di ammirare la sua lampada
e cos avevo fatto, il bronzo micaceo della piantana, l'estrema
geometria del design del paralume, il suo peso. Era
rimasto in silenzio per un po' prima di dire che gli ricordava
gli uomini di cui si innamorava un tempo.... niente
orpelli vistosi, solidi ma eleganti. Ricordo che aveva
aggiunto inconfondibili, anche se allora ero rimasta colpita
dall'espressione un tempo, come se ora si stesse
allineando con tipi come me o il signor Coughlan.
Preferiva i colori tenui e fra un oggetto e l'altro lasciava
spazi vuoti, ampi abbastanza da passarci in mezzo.
Neppure le sue piante erano autorizzate a familiarizzare
fra loro; ognuna aveva il proprio posto, il proprio ruolo
nella configurazione dello spazio.
Ero arrivata a pensare che nel suo caso l'impulso verso
l'essenzialit fosse un invito, una forma di ottimismo
che lasciava spazio agli altri, oppure che esprimesse, nei
giorni in cui la vita sembrava troppo affollata, il puro
piacere del vuoto.
Quella sera tutti gli spazi vuoti erano stati riempiti...
con un corpo o con la sua ombra, una sedia presa dalla
cucina o da un'altra parte, un tavolino fuori posto per
poggiarci sopra un drink, un piatto sporco, una sigaretta
in un portacenere improvvisato. E poi c'erano le cose di
Hope, uno scialle sullo schienale del divano, cuscinoni
raffinati, un ficus trascurato abbandonato in un angolo.
George si alz per salutarmi, seguito da Hope. Lui mi
prese la mano destra fra le sue, e lei mi appoggi il palmo
della mano sulla spalla; i loro modi erano cordiali eppure
ancora carichi dell'eccitazione della festa. L'acconciatura
di Hope aveva cominciato a scomporsi lasciando
sfuggire qualche ciocca riccia, e l'eyeliner si era un po' sbavato.
Pareva avesse appena lavato i piatti o fatto l'amore,
e la faccia di George brillava di sentimentalismo. Avrei
potuto essere una persona che avevano perso di vista da
lungo tempo, oppure, se fossero stati una coppia, anzich
amici, quella che li aveva fatti incontrare. George prese
la bottiglia di champagne dalle mie mani e la mostr
agli ospiti... Un classico disse. Ahhh risposero una
o due facce. Nella penombra individuai una donna di
mezza et, magra e con i capelli neri, gli occhi truccati con
il kajal nero e il corpo avvolto in strati di pizzo nero. Lo
stile era castigliano con un tocco gotico; antiquato ma al
tempo stesso severo quanto bastava per risultare contemporaneo.
Sotto qualsiasi luce la sua pelle appariva talmente
bianca da tendere all'azzurro. C'era poi un terzetto
maschile... due in coppia, vestiti allo stesso modo, con
gli stessi muscoli, e uno solitario, piccolo e rotondo ma
distinto per via del grigio nei capelli dal buon taglio e dall'abito
impeccabile; il suo viso era espressivo come quello di un clown. A proposito dello champagne che avevo
portato in regalo disse, traducendone il nome: La vedova...
 apprezzata da tutti.
A me piace azzardai, dimenticando di sorridere.
A chi non piacerebbe? disse lui, anche se il tono negava
il senso delle sue parole.
Lui  Darren disse George. Un mio vecchio amico.
Non farci caso. Ha bevuto.
E fumato.... Darren mostr uno spinello. E ne ho
abbastanza per tutti.
Questa  la mia padrona di casa, Celia. I due in coppia
si scambiarono un'occhiata, divertiti, come se Darren,
fosse stato colto in fallo. Padrona di casa per molti significava
noie burocratiche. Avrei potuto scuotere la testa o
illustrare pubblicamente le normative antincendio, invece
dissi: Darren  molto generoso e sorrisi.
La stapper George e tu siederai vicino a me. Hope
mi prese per mano. Non mi opposi. La festa si era trasformata
in un piccolo groviglio di confidenze e io rappresentavo
un elemento di scompiglio. Non fatale, ma che
tuttavia richiedeva un interessamento maggiore di quanto
la festa a quell'ora prevedesse. Hope mi stava tenendo
al sicuro fino a quando non mi fossi ambientata.
Sussurrai: Non posso fermarmi.
Lei sussurr a sua volta: Sciocchezze.
Fui parcheggiata in una poltrona imbottita e avvolgente
che non riconobbi; Hope sedeva dritta su una sedia da
cucina. La sua postura non ne veniva danneggiata. In verit
va detto che aveva un gran portamento.
Io sono Josephina si present la donna dai capelli
neri sporgendosi per stringermi la mano.
Hope spieg: Josephina ha insegnato spagnolo alla
St Ann per qualche tempo. A mia figlia. Io insegnavo arte,
ma non l, prima dei figli, alla....
Non faceva per me disse Josephina. Tutti quegli
sforzi per essere speciali, per essere pi speciali. Persino
i genitori gareggiano per farsi notare. Esibiscono i figli
come un riflesso della propria immagine. Gir il
mento verso di me e incresp le labbra in una pantomima
di esasperazione. Di breve durata. Aveva un accento
spagnolo. Madrileno, forse, ma non potevo dirlo con
sicurezza.
Ehi, io ero una di quelle madri disse Hope.
Tu non sei come loro. Lo sai. Poi, rivolta a me, Josephina
spieg: Prima che tu arrivassi, stavamo discutendo
di chi ci piacerebbe scopare. Voglio dire persone con
cui non potremmo mai farlo veramente. Il suo tono era
prosaico, languido, non spavaldo. Ho pensato a Clive
Owen, ma dovrei legarlo. Credo che sia sfrenato.
Non  di certo un passivo! strill Darren. Il volume
della sua voce fece sobbalzare tutti e il luogo dove avevano
concordato di essere... per lo pi controllati. Lui si
adegu accendendo il suo spinello e io mi chiesi come
avrei potuto giustificare una fuga improvvisa. Un inquilino
malato? Un altro impegno? Sapevo soltanto che non
potevo restare.
Volevo dire che secondo me non ci starebbe. Faceva
un tiro dopo l'altro, guardandoci con gli occhi socchiusi
come se stesse giocando ai cowboy. Sporse il busto in
avanti e dal suo posto nell'angolo del divano allung la
mano al di l del tavolino, sopra una gran confusione di
pane e formaggi, verso di me. Espir il fumo nella mia
direzione. E tu?. Sembrava sia un'offerta di fumare che
una domanda su quel Clive Owen, un attore di cui non
riuscivo a ricordare la faccia. Darren rimase in quella posizione.
Era una sfida. Non si sarebbe ritirato. Era offeso
perch mi ero presentata alla loro serata cos tardi o era
il tipo che doveva sottoporre a un esame chiunque incontrasse?
Chi doveva essere blandito dal suo scherno?
Non intendevo fumare, comunque allungai la mano
per prendere lo spinello... non potevo dargli la soddisfazione
di mostrarmi schiva o a disagio. Una donna come
me non  assolutamente tenuta a sopportare le persone
stupide. Non pi. Ma prima che potessi prenderlo Hope
lo intercett. Sono una donna sull'orlo di una crisi di nervi.
Permettimi, Darren. Non sapete che dovreste trattarmi
come se fossi appena rimasta vedova? Come se fossi
naufragata?.
Non stetti a chiedermi se Hope fosse o meno al corrente
della mia condizione; quello che disse e fece in quel
momento fu per puro altruismo. Mi aveva visto esitare.
Ahhhh, si berr il suo vino novello disse Josephina.
Si ubriacher fino a stare male, e si pentir e torner a
cercarti. In ginocchio. A mendicare.
Ammesso che tu te lo riprenda disse secco Darren.
Secondo me dovresti guardare avanti.  imbarazzante.
Insomma, questo  il solito parlare per metafore. Come
se quel suo ammasso di carne ventenne fosse diverso dalle
altre.
Hope tent una risata. Le donne che sono state sposate
per venticinque anni possono guardare avanti? E
dove?. Fiss il fumo per un attimo. Nessuno le fece fretta.
Cary Grant  morto, vero?.
E da un pezzo, anche rispose Darren con voce cantilenante.
Ho pensato di prendere il posto di va Marie Saint
su quel treno alla fine di Intrigo internazionale. Sarei stata
perfetta. Pass lo spinello a Josephina, saltandomi.
L'erba di Darren mi d l'emicrania disse Josephina
facendo una smorfia.
Non c' una cosa che non ti dia l'emicrania ribatt lui.
Oh, Darren, stronzetto mio.
Joe fighetta.
Al che Josephina rise con la bocca aperta e fece un piccolo
tiro.
Su Cary cambio continuamente idea. Darren raddrizz
la schiena e il tono. Era mutevole come il vento. Insomma,
a letto sarebbe eccezionale o troppo controllato?
Saprebbe lasciarsi andare? Prima di diventare un beniamino
degli studios si guadagnava da vivere facendo il funambulo
in una compagnia di saltimbanchi. Un guitto,
quindi avr recitato anche a letto. Probabilmente non vedeva
la differenza.
Ma non  questo che vogliamo tutti? chiese uno dei
due uomini.
Lui  Blake mi sussurr Hope. Gestisce una galleria
d'arte che secondo me  irresistibile. E quello al suo
fianco  Andrew, il suo compagno.
Voglio dire, essere bravi a recitare, che la parte funzioni,
essere sicuri di s? chiese Blake.
Be' disse Hope, la voce triste, ma un po' canzonatoria,
se era con una di quelle attricette, recitavano tutti e
due, giusto? Di sicuro era sexy da guardare, ma non riesco
a immaginare se lo fosse anche come esperienza. Si
convincevano a vicenda di essere belli e di avere delle
buone battute, per se....
Inevitabile disse Josephina.
Davvero? Perch?.
Ci credono. Perch sono davvero bravi. Come attori.
Perci ci credono. E i corpi, in fondo continu lei passandosi
le dita lungo l'interno bianco del braccio, si lasciano
ingannare facilmente.
E tu, Celia? chiese Darren.
Una delle cose che mia madre e io amavamo fare insieme
era guardare vecchi film; classici in videocassetta,
La signora del venerd, Scandalo a Filadelfia, L'orribile verit,
Notorious - L'amante perduta; con i replay di alcune scene,
fazzolettini intrisi di lacrime, applausi entusiasti. Non mi
sentivo pi obbligata a vedere cose recenti; sembrava tutto
gi visto, per niente interessante. Ha interpretato personaggi
appassionati, disperati. Brutti... dissi. Guardai
Darren. A volte. Di certo attingeva alla propria esperienza,
la sua autorevolezza, le passioni... a quello che  un
luogo privato, o almeno dovrebbe esserlo.
Hope disse: Spero che tu abbia ragione.  un modo
migliore di pensare a lui, di lui e di chiunque altro. L'idea
che conserviamo i nostri luoghi privati....
Darren aggrott un sopracciglio. Ma quel tipo di recitazione
 davvero una questione di controllo. Forse 
tutta una questione soggettiva... quanto  sexy il controllo?.
A quel punto George torn da noi con lo champagne
e diversi flte. Scusate. Ho dovuto lavare dei bicchieri.
Tu andresti a letto con Cary Grant, tesoro? gli domand
Josephina.  di questo che stiamo parlando,
come sarebbe a letto.
Che domanda. Ovvio che ci andrei, se lui ci venisse.
So che erano girate alcune voci su di lui e un paio di cowboy,
ma secondo me  meravigliosamente etero.
Era disse Hope.
Non possiamo permettere che un piccolo dettaglio
come questo diventi un ostacolo disse Darren.
La morte? chiesi in tono gentile.
Mi riferivo al fatto che fosse gay o meno, comunque
mi piacerebbe credere che sia tutto superabile, morto o
vivo disse Darren ridendo, contento di se stesso. Tu
no?. Mi guard come se sapesse di me cose che non poteva
assolutamente sapere.
Che cosa diceva Byron?. George cominci a riempire
i bicchieri. Non conosco alcuna sensualit immateriale
piacevole quanto una buona interpretazione.
Ricordo qualcosa che ha detto Ethel Barrymore a proposito
delle attrici disse Andrew. Per avere successo
un'attrice deve avere il viso di Venere, mi sembra che fosse,
il cervello di Minerva, l'aspetto di Giunone, la memoria
di... be', comunque una buona memoria, e la pelle di
un rinoceronte.
Lo stesso vale per le mogli. Perlomeno la parte che
riguarda la pelle del rinoceronte. Hope allung la mano
verso lo champagne. Guard dentro il bicchiere. Non
so quanto sono coriacea.
Tu sei una dea disse Darren, e la guard con aria
trasognata, come un bambino guarda la propria madre.
Amava Hope. L'amava moltissimo. Non era necessariamente
un sentimento romantico, tuttavia era bruciante.
Non  vero. Sono un relitto.
Forse era per via dello champagne o per la mia vicinanza
a lei, per la sua statura, il bel profilo, le spalle forti,
il dolore che la sosteneva, ma all'improvviso da qualche
parte dentro di me mi arriv questa affermazione,
abbastanza vera, vera quanto bastava per comunicarla
senza riflettere: Sei bellissima.
Al che Darren mi guard con un certo timore, e finalmente
capii la fonte della sua angoscia. Non voleva altri
rivali, oltre a quelli che gi aveva, per il ruolo di cocco di
Hope, ed ecco che arrivavo io, tardi, un altro corpo, un'altra
bramosia da superare. Era finalmente arrivato il momento
di andarmene. Avevo fatto quello che ero venuta
a fare. Mi alzai, e George colse al volo l'occasione.
Brindiamo alla bellezza di Hope disse alzandosi a
sua volta.
Tutti lo imitarono, a parte Hope.
Vi prego. No disse coprendosi gli occhi.
Possiamo farlo benissimo anche senza di te, cara.
Josephina alz il bicchiere, ma prima che potesse dire altro,
George ci prov: Ai giorni di una nuova speranza.
Lei si arrese. Va bene. Brinder a questo, per tutti.
A una nuova speranza per tutti! grid Darren.
E alla grande avventura di George disse Blake.
Seguirono auguri di buon viaggio. Di buona fortuna.
Ringraziamenti agli ospiti per il cibo e le bevande, ottimi.
A George per la sua generosit. Le acclamazioni proseguirono
il tempo sufficiente a finire la mia bottiglia e
un'altra. George and a prenderne una terza. E prima che
potessi interrompere con i miei saluti, si ricominci da
capo: Torna con la erre moscia! grid Darren. Poi segu
un: Al sesso travolgente... con i mangiarane!. A un
pompino a Cary Grant! All'agnello macellato per il nostro
banchetto!. Che tu possa morire a letto a novantacinque
anni, per un colpo di pistola sparato da un amante
geloso... o da un mangiarane! disse Darren scoppiando
a ridere. Ci furono pacche sulla schiena; braccia alzate,
gesti di simulato trionfo. Darren accenn un valzer
con Andrew, poi con Blake; abbracci Josephina e poi
Hope, e lei mi strinse il polso due volte, trasmettendo un
messaggio tipo non  divertente? o non  un tipo
incredibile?. Non ricambiai n quel gesto n altri, anche
se mi ero concessa di lasciarmi coinvolgere. Brindai ai
nuovi amici come preambolo all'annuncio della mia
partenza. Al che Blake mi baci generosamente su tutte e
due le guance e cant a squarciagola: Oppl, Madame!
Oppl!. Odorava di sandalo e vaniglia e la sua faccia era
umida e fresca e pulita e molto, molto vicina. Avendo vuotato
l'ultima bottiglia aperta, George and a prenderne
un'altra. Mi sentivo stordita e, sentendo dire che lo champagne
era finito, come tutti mi accasciai con gratitudine
su una sedia.
Non esiste un brindisi senza bollicine sentenzi
Josephina.
Ho del seltz grid George dalla cucina.
Quelle horreur! grid Darren.
Be', allora, beviamo questo Sancerre. Passatemi i bicchieri.
George vers, Andrew and a mettere altra musica
e Darren accese un altro spinello. Ancora una volta
lo pass a me per prima. Aveva un'espressione interrogativa
e dolce. Quell'uomo aveva sbavato davanti a me.
Questa volta pensai che stesse chiedendo di essere accettato,
e forse era stato cos fin dall'inizio e io non me n'ero
accorta. Lo capivo adesso. Non fumo da anni dissi ai
presenti. Non avevo capito l'andazzo. Erano anni che non
andavo a un party del genere, non sapevo quante vite
potesse avere una festa.
Darren si allung verso di me e alz il suo bicchiere
troppo pieno, versando un po' del contenuto, e mi sussurr
forte all'orecchio: All'agnello venuto a cena.
Io aspirai pi volte e trattenni il fumo nei polmoni,
mentre i contorni della stanza giravano e sembravano respirare
con noi, i suoni si attutivano, e Nina Simone cantava
ripetutamente She can't stand it, daddy, note che duravano
minuti che rifiutavano di essere brevi come minuti e poi un pezzo di Schubert (uno dei suoi Improvvisi,
credo mi abbiano detto due volte) che andava veloce,
poi lento, forte, poi davvero delicato - il piano cos misurato
da farmi male alle costole - e nella stanza c'erano
gli odori, di Blake, delle floride scorte di marijuana di
Darren, del formaggio rimesso in forno e soprattutto di
Hope. Non so quando lui arriv, se un'ora dopo, quand'ero
ormai fatta e indiscutibilmente ubriaca, o se fu un
quarto d'ora dopo. Comunque, eccolo l. Credo di averlo sentito bussare, per la stanza stava vibrando di un'ampia
variet di suoni percussivi, il basso e la batteria e il
pianoforte, il battito di mani e piedi e le voci, tanti ritmi
diversi che facevano a gara intorno a noi soltanto perch
ci lasciassimo andare. Ma ricordo un altro rumore, che
suonava rissoso, discordante e insistente. Ne ero irritata
- mi ricordava che mi ero trattenuta troppo - poi pass.
Me ne dimenticai e comunque si, lui era ancora l.
Un uomo lungo, liquido. Spalle larghe e fianchi stretti.
Era fermo in piedi e ci sorvegliava tutti, per assicurarsi,
mi sembr allora, che noi potessimo vedere che ci stava
guardando, ognuno di noi. Mi apparve come un gigante
terrificante e di una bellezza intensa, con un abito costoso,
le mani infilate nelle tasche che facevano ballare gli
spiccioli come se li volesse punire. Com'era gridato il suo
messaggio: diceva che era distante da noi oppure che ci
disapprovava o entrambe le cose; ma nella penombra
della stanza i suoi occhi sembravano nascosti dalle sopracciglia
e la sua bocca, che forse avrebbe desiderato
esprimere qualcosa di gentile, non poteva per via della
barba non fatta che cresceva sulla mascella pronunciata
e spigolosa come un badile.
Quando Hope lo present: Lui  Les. Un mio vecchio
amico, un amico di famiglia, noi tutti ci sforzammo di
attraversare il fossato della distanza per salutarlo... di
certo George e Josephina ci provarono; George si alz e
tese la mano, ma troppo tardi. Quel Les, senza bisogno
di ricevere il permesso, aveva gi sollevato una sedia dall'altro
capo della stanza per metterla vicino a Hope. Il
pi possibile vicino. Lasci cadere il lungo braccio sullo
schienale della sedia di Hope, e la sua mano forte che si atteggiava
a pigra fin per penzolare vicino alla mia testa.
Disse: Be', molto accogliente. Siete tutti sconvolti, eh?.
Ci stavamo divertendo un po'. Hope voleva essere
brillante, ma l'erba, e l'ora, glielo impedirono. Feci per alzarmi, ma le gambe non collaborarono.
Altroch. Chi ha la roba?.
Io. La voce di Darren si spezz. Si era fatto superare
in sarcasmo, in attributi fisici, in audacia.
Posso?.
 rimasto solo questo. Pass a Les il mozzicone dello spinello. Les tir fuori l'accendino e si accinse a fumare,
con un'espressione di disgusto, aspirando e aspirando.
Per ottenere il risultato migliore. Soffiando alberi di
fumo fece di tutti noi il suo pubblico. Non ricordo che
qualcuno abbia parlato prima che Hope spiegasse: Un
centinaio d'anni fa Les viveva nel mio stesso quartiere, nella Carolina del Nord.
Annuendo, Les trattenne un'altra boccata.
Ero pi grande di lui.
Non di molto le disse lui, espirando.
Conosce la mia famiglia spieg Hope.
Les spost la mano che penzolava vicino a me e gliela
mise intorno alla nuca. Hai una pinza per tenere lo
spinello? chiese a Darren.
Darren annu e vidi Hope chiudere gli occhi e, con un
leggero movimento, che forse notai solo io, si spost all'indietro
e affond la nuca nella sua mano.
La giovent  compiacente le disse lui.
Ben detto sospir Josephina sorridente. Vuoi del
vino?. Aveva un'aria svagata, ma nella sua voce c'era
anche dell'altro, una franchezza che voleva accordarsi a
quella di Les o fare colpo.
Scotch ce n'? le chiese lui.
Lo prendo io disse George. Ghiaccio?.
Certo. Grazie.
D'ora in poi abiter qui.  la casa di George. Hope
elenc tutti i nostri nomi. Quando George fu di ritorno
con lo scotch, Les disse: Bell'appartamento, George.
La proprietaria  colei che  al mio fianco, Celia.
Les si protese per guardarmi. Non stacc la mano dal
collo di Hope. Bel palazzo, Celia padrona di casa. I suoi
occhi guardavano fisso; erano molto infossati e di un colore
chiaro, forse verdi, o azzurri, e vivaci quando non
esprimevano noia. Il che successe molto presto. E allora
divennero inflessibili.
Aiutami a bere questo disse a Hope.
Non ce la faccio. Abbiamo bevuto davvero molto vino.
Aiutami le sussurr, capito?, avvicinandole il bicchiere
alle labbra, facendo tintinnare il ghiaccio per lei.
Aspettavamo tutti di vedere che cosa avrebbe fatto
Hope. Per un attimo non accadde nulla, poi lei prese il
bicchiere con una mano, lo mise a fuoco, lo fiss e inizi
a sorseggiare; mentre beveva insinu l'altra mano nella
mia, posata sul bracciolo, come se avesse bisogno del mio sostegno.
 Chivas? chiese Les a George.
S disse George.
Buono.
Gi. La voce di George era priva di calore; trattenuta,
prudente. O non voleva spaventare quell'uomo oppure
non voleva ammettere di esserne spaventato.
Parti per un viaggio?.
Con un po' di fortuna disse George.
Hope continu a stringermi la mano mentre Les la
guardava sorseggiare il suo drink e poi restituirglielo,
operazione che si ripet tre o quattro volte. Continuava
a tenerle la mano sul collo. Lei non cerc neanche una
volta di divincolarsi.
Darren chiese a Les che mestiere faceva.
Faccio il mio dovere disse l'altro ridendo mentre finiva
il suo drink. Come tutti.
Les si occupa di finanza. Fondi di investimento.
Un gioco per ricchi. Non per tutti. Darren aveva trovato
un po' di coraggio, un accenno di forza d'animo in
quella stanza in penombra.
Pi o meno, di questi tempi disse Les alzando il bicchiere.
Allora, andiamo? Sei pronta? chiese a Hope.
Ve ne andate? disse Darren.
Strinsi la mano di Hope con pi forza. Sussurrai: Non
sei obbligata ad andartene.
Non preoccuparti mi sussurr lei.  un vecchio
amico di famiglia aggiunse, ma con voce poco rassicurante,
spenta. Conosceva mia madre.
Sgusci via facilmente dalla mia presa e annunci:
Les e io abbiamo molte cose da raccontarci. Si alz e
prese il cappotto dall'attaccapanni. Poi baci tutti, anche
me, sulla guancia o sulla fronte. Lo fece in modo abbastanza
solenne, uno a uno, mentre Les, in piedi, di nuovo
con le mani in tasca, faceva tintinnare gli spiccioli.
Ho passato davvero una bella serata disse lei avviandosi
alla porta.
Quando ti trovo a casa? le domand George inseguendola.
Non stasera rispose lei in tono pacato avvicinandogli
la bocca all'orecchio. Non preoccuparti sussurr, ma
credo che lo sentimmo tutti. Eravamo strisciati in certo
qual modo dentro di lei e non volevamo andarcene. Ci
vediamo domattina. Nel pomeriggio ti accompagno all'aeroporto
disse. Non penso che si fosse trattenuta abbastanza
a lungo per guardarlo negli occhi. Lei e l'uomo
alto avevano preso slancio. La porta si chiuse alle loro
spalle. Darren si copr il viso con le mani.
...
.
...
Il piacere della caduta.
...
.
...
Il giorno dopo mi svegliai con una sensazione di
freddo, addosso, in casa.
La primavera era imminente, ma l'inverno tenne
duro tutta la notte, fino al mattino. Toccai il termosifone
in camera da letto e non sentendolo sufficientemente caldo
mi infilai il maglione, i jeans, le pantofole e andai
a controllare la caldaia. Nel palazzo il silenzio era totale,
la quiete assoluta quanto poteva esserlo nonostante
la mia presenza di testimone, quindi mi immersi, cauta
e muta, nell'atrio vuoto e toccai il termosifone che era l.
Era caldo, ma non caldo come lo volevo io, non abbastanza.
Il mio maglione era impregnato degli odori della
festa - di cibo, fumo e di altri corpi - e poi c'era il
mio odore della sera prima, nei capelli, sulla pelle, avendo
io abbandonato, via via, la prudenza. Non potevo dire
di esserne contenta, n potevo spiegare la pelle d'oca
dappertutto, che andava e veniva. Riscaldare a vapore
era costoso, ma quando avevo fatto i lavori di ristrutturazione
mi era sembrato eccessivo sostituire il vecchio
sistema con un impianto ad acqua calda. Da allora, ogni
tanto mi pento di quella decisione. Il vapore andava benissimo,
ma doveva ciclizzare di pi per funzionare a
dovere.
Una volta scesa nel seminterrato vidi che la vecchia
caldaia, una centrifuga rumorosa, stava facendo quello
che aveva sempre fatto per me, e si comportava nel modo
previsto.
Non tornai subito a letto. Una volta in corridoio, non
me la sentii di affrontare le lenzuola e le coperte, che rovesciate
da un lato avevano lasciato che il calore si disperdesse
poco a poco. La sera prima la mano di Hope nella
mia era veramente calda; aveva cominciato a bruciare
quando quell'uomo si era seduto accanto a noi e le aveva
messo la mano enorme come un collare intorno al collo.
Dapprima avevo sentito la conformazione della mano di
Hope, le ossa lunghe e leggere delle dita, il palmo largo;
ma facendosi pi calda la carne aveva avuto il sopravvento
sul resto, era questo che mi comunicava; persino
fatta, ubriaca, me ne ero accorta, ma non avrei potuto
chiederle di restare con noi. Chi ero io per farlo? Non spettava
a me. Non avrei dovuto nemmeno essere l, invece
era toccato a me sentire il gelo quando lei aveva ritirato
la mano e la mia era rimasta vuota, destinata a raffreddarsi,
a continuare a raffreddarsi. E non spettava a me
spiegarle che quando si sta crollando, quando si  stravolte
dal dolore,  sicuramente preferibile avere accanto
una persona che ti sostiene, anzich una che ti destabilizza
o ti insegna il piacere della caduta.
Ne sapevo qualcosa, della vertigine del dolore e di
come disorientava; di come la discesa in quel gorgo poteva
andare avanti all'infinito. Ti aggrapperesti a qualsiasi
cosa. Il giorno in cui mio marito era morto, sentivo
soltanto la sua assenza, la sua e la mia. Mi ero aggrappata
a lui fino a quando era diventato una cosa diversa da
quello che era stato e allora non ero riuscita a restare seduta,
ma non ero riuscita nemmeno a fare le pulizie o delle
telefonate. Cos avevo preso la metropolitana. Avevo
aspettato che il suo corpo venisse coperto e portato via,
firmato i documenti che mi erano stati presentati, mi ero
sciacquata la faccia e avevo preso la linea R alla fermata
di Court Street in Montague Street a Brooklyn Heights,
dove vivevo con mio marito. All'ora di punta avevo viaggiato
fino al capolinea, nel Queens, e poi ero tornata al
capolinea opposto a Bay Ridge. Aveva fatto il percorso
almeno due volte. La linea R era locale, non aveva fretta;
il che mi era andato bene fino a quando ero scesa a Times
Square per prendere il treno numero 2. Avevo pensato di
tornare a casa, ma quella non era pi casa nostra... e io
non ero pi la stessa donna di quella mattina... cos
l'istinto mi aveva spinto ad andare a nord, percorrendo
il tratto in superficie fino al capolinea nel Bronx, che
sembrava pi periferia che citt, con pi cielo che neon.
Non ero mai stata in nessuno di quei capolinea; non
aveva mai visto il treno fermarsi come se volesse prendere
fiato e a volte far salire il conducente del nuovo turno,
prima di tornare da dove era venuto. Era quasi sera quando
avevo cominciato a viaggiare, ma una sera luminosa...
era luglio. Portavo una canotta comprata a Ogunquit, nel
Maine, con la scritta Vacationland e dei pantaloni Capri
aderenti, di cotone e con il cordoncino. Non mi ero
spazzolata i capelli e guardando attentamente i miei vestiti
si potevano vedere macchie scolorite di sudore, caff,
sangue e dell'urina sfuggita dal catetere. Non riuscivo a
ricordare se mi fossi lavata i denti. So che mi ero dimenticata
di mettere il reggiseno. Ma nessuno mi aveva visto,
in realt, e se mi avevano visto, soprattutto durante
l'ora di punta, non era stato per molto. In seguito, quando
avevo preso la linea F, quando nelle vetture c'erano
meno corpi, quando avevo calcolato che doveva essere
finalmente buio, verso le dieci o le undici di sera, c'erano
stati degli sguardi nella mia direzione, a volte preoccupati,
a volte di disapprovazione. Ero trasandata, la maglietta
era trasparente. Fuori l'aria doveva essersi rinfrescata,
perch il condizionatore dava pi fastidio e i passeggeri
adesso portavano giacche leggere. Non so esattamente
quando era salito l'uomo con l'abito estivo, pi o meno
in centro. Alla fermata di Fiftieth Street avevo visto che
mi guardava. Era quasi mezzanotte, credo, e non so che
cosa vedesse; mi ero girata un paio di volte per cercare
di assicurarmene e poi lui aveva fatto le prime avances.
Era un uomo dalle guance rosee, in carne, con un vestito
kaki spiegazzato di una taglia troppo piccola. Non aveva
ancora quarant'anni, ma con quel vestito che gli lasciava
scoperti i polsi e le caviglie, con quelle guance che sembravano
essere state appena schiaffeggiate, e i capelli sottili
dai riflessi biondi portati troppo lunghi, fermati con
il gel dietro le orecchie rosee, sembrava pi giovane di
quel che era. Ricordo che quando eravamo scesi insieme
dal treno ero rimasta sorpresa dalla sua statura e da come
sogghignava eccitato. Aveva cambiato di posto quattro
volte per venirsi a sedere vicino a me e mi aveva sussurrato
all'orecchio quello che dovevo fare. Era lo stato in cui
mi trovavo a dargli coraggio? S, immagino di s. Era bastata
la pressione della sua mano sul fondoschiena per
guidarmi. Non avevo nessun altro posto dove andare.
Un mondo che si separa da un altro
I luned mattina: dopo le domeniche amorfe, avevano
un loro scopo. Uno scopo misericordioso.
Di luned Marina veniva a fare le pulizie, passava
l'aspirapolvere e lavava i pavimenti dei pianerottoli, spolverava
le applique e le scanalature dei termosifoni. Se non
arrivava entro le sette e mezzo significava che non sarebbe
venuta. Non ho mai pensato di licenziarla se non si faceva
vedere. Lei e il marito e il figlio mi avevano aiutato
a ristrutturare tutta la casa, mi avevano insegnato a intonacare,
ad applicare il cartongesso. Spesso mi portava
della salsiccia ucraina, non per adularmi ma perch, diceva
lei:  buona. E quando veniva, sola o con il figlio,
mi piaceva il suo modo di pulire. Parlava pochissimo e
si dava anima e corpo alle pulizie. Si toglieva le calze, si
raccoglieva i capelli sulla nuca, senza bisogno di uno specchio,
e per pulire i pavimenti si metteva addirittura carponi;
si allungava, brontolava; il sudore le disegnava lunghi
aloni sotto le braccia e sul petto e sullo stomaco. Nei
suoi movimenti non c'era allegria, ma concentrazione e
rassegnazione, accompagnate da sospiri, sospiri voluttuosi,
molto meritati.
Non si lagnava della sporcizia o della fatica che le costava.
Il figlio, sui vent'anni, nonostante l'et si comportava
allo stesso modo. Aveva uno sguardo serio e le mani
da musicista. Marina non si scusava mai quando non veniva.
Rispettavo anche questo. Le donne si scusano troppo
spesso. Lo facciamo anche quando non dovremmo.
I giorni in cui non c'era Marina, mi consolavo recitando
la sua parte, una donna con una storia, la sua, si, e
quella del suo paese, un luogo che per l'infelice posizione
geografica era stato fatto prigioniero davvero molte
volte. Una o due volte al mese mi ritrovavo carponi con
indosso una vecchia gonna di jeans. Il giorno prima, nella
tarda mattinata, George aveva bussato alla mia porta.
Era di fretta e nervoso e mi aveva sussurrato, l'alito che
ancora sapeva del party della sera prima e del caff mattutino,
con un leggero sibilo, il suo grazie, il suo A presto,
e poi: Abbi cura di lei, per favore.
Di Hope? Ma ha gi tanti amici, George. Non ha bisogno
che mi intrometta....
Ha bisogno di tutto aveva sussurrato lui prendendomi
la mano. Era sudata. Non ... non  pi lei.
Far quel che posso. Naturalmente.
Questo era parso confortarlo. Non consolava me, per,
anche se mi teneva stretta contro il risvolto della sua giacca,
dove si era appena depositata l'acqua di colonia che
rendeva il tessuto pungente. Cos immersi le mani nell'acqua
insaponata del luned e mi mossi con la stessa decisione
con cui lo avrebbe fatto Marina, con due stracci
sotto le ginocchia e uno umido in mano, ritrovando i suoi
gesti pieni, che si ripetevano con regolarit e precisione.
Forse quel giorno Marina non riusciva a sopportare la
vicinanza degli altri sulla metropolitana. O forse voleva
passare la giornata a fumare o giocare a carte con il figlio
fino a quando lui sarebbe andato a lezione o a fare un altro
lavoro. Quanta libert c'era nella defezione.
Finii di pulire all'ultimo piano che era ancora presto...
non provenivano rumori dall'appartamento del signor
Coughlan. Molto probabilmente si era alzato di buon mattino
ed era uscito a perlustrare le strade.
Sul pianerottolo al piano di sotto si sentivano i Braunstein
parlare a voce alta. La conversazione non era ancora
una lite, ma anche con la porta chiusa sentii che lo stava
diventando. Mi era gi capitato di cogliere brandelli
di quella discussione. Le parole erano discordanti. Pronta
si scontrava con Non pronta; e la replica neutralizzante:
Quando, allora, quando, dannazione?, seguita
da un commento sulla sovrappopolazione e sulle risorse
controbattuto da: Ma che cosa cambier? o Che cosa
pu cambiare?.
Non mi trovavo molto distante dalla porta, perci
ascoltare era troppo facile: Perch non pensiamo a noi
una volta tanto? Non a loro, Cristo, Angie. Non c' un qui?
Un qui e ora? Tu e io?.
Angie era la moglie di Mitchell. Era una crociata di molte
guerre sante e Mitchell cercava di non essere da meno.
Partecipavano alle veglie a lume di candela contro la pena
di morte, manifestavano contro gli esperimenti sugli animali,
contro quelli che mangiano carne di vitello. Odiava
i repubblicani, i SUV, l'ignoranza e i prodotti candeggianti.
Mitchell l'amava. Ma quella mattina amare Angie
poteva significare semplicemente odiarla. Mi chiedevo
quando lui ne avrebbe avuto abbastanza... di rincorrerla.
Mitchell spalanc la porta, gi esasperato, e vedendomi
si esasper di pi. La prima cosa che si notava di lui
era la magrezza. Faceva jogging con tenacia tutti i giorni
e con qualunque tempo. Il viso dai lineamenti scarni
e regolari e gli occhi grigi luminosi sembrava quello di
un WASP, invece era ebreo, in parte o del tutto; la testa posta
in cima a tutti quei tendini e vene sottopelle sembrava
troppo pesante per lui. Cerc di non mostrare il fastidio
ma non aveva dove nasconderlo, niente guance degne di
quel nome, niente sopracciglia folte, non un grammo di
carne in pi. N quel che aveva addosso gli era di qualche
aiuto. Si era vestito per correre con una tenuta sintetica
luccicante, nera e arancione, e molto aderente. Riuscivo
a vedere le costole allargarsi e contrarsi.
Celia disse. Un'affermazione.
Mitchell.
Celia?  qui fuori? Angie si insinu di soppiatto accanto
al marito. Gli arrivava alla spalla, era una donna
piccola con un seno abbondante. Era la parte carnosa di
Mitchell. O del suo desiderio di avere un po' di carne. La
sua faccia mobile era intensa e sincera... le sopracciglia
viaggiavano sempre verso l'alto per la curiosit, o verso
il basso, spesso per il disappunto, le narici fremevano; si,
la si sarebbe potuta giudicare troppo appassionata, se
non fosse stato per il neo. Era color vinaccia, grande pi
o meno come una moneta da cinque cent, e posto proprio
dove avrebbe potuto esserci una fossetta. Non amava sentirsi
dire che le dava un'aria dolce e buffa. Non amava sentirsi
dire che sembrava una bambola. Con i capelli biondi.
Le guance rosee. Inclini ad arrossire e tanto, o cos immaginavo.
In realt, non l'avevo mai vista arrossire, ma
ogni primo del mese infilava sotto la mia porta la busta
con i soldi dell'affitto, insieme a un opuscolo frusciante.
L'ultimo riguardava l'aumento del salario minimo.
Niente Marina oggi? chiese. I litigi la ravvivavano.
Era pi colorita che mai e la voce rivelava eccitazione. Portava
un pigiama di cotone celeste. Ho sentito che c'era
una festa l'altra sera, vero? Non a casa tua, per, no, Celia?.
C'era quella curiosit, quel rigore speranzoso.
No, no. Da George. Si sentiva da voi? Si  preso un
anno sabbatico. Volevo dirvelo. Gli ho permesso di subaffittare
l'appartamento. Va a spassarsela.
S disse torvo Mitchell. Me l'ha detto.
A me no disse Angie, e rivolta al marito: E nemmeno
tu.
Mitchell contrasse i muscoli della mascella sempre pi
in fretta, acquistando slancio per fare qualcosa... urlare
o scappare via o entrambe le cose. Pensai che fosse meglio
attirare l'attenzione su di me.
Sapete tutti e due che cerco di mantenere nel palazzo
una certa consonanza, un rapporto armonioso fra gli
inquilini.... Mentre continuavo con la versione ridotta
del discorso che avevo fatto a George e a Hope, bench
assolutamente priva della stessa determinazione, Angie
cinse con il braccio grassottello la vita sottile del marito.
Lui cerc di divincolarsi, ma lei non lo lasci andare.
... E cos ho pensato che Hope come ospite temporanea
andasse bene....
Non mi sentivano; lui cercava di allontanare il braccio
di Angie con la mano; lei non si spostava. Tossicchiai,
come se avessi qualcosa in gola. Oh, santo cielo.
Scusatemi.
Vuoi dell'acqua? chiese Angie.
No, grazie. Avevo del lavoro da fare.
Sono in ritardo disse Mitchell.
Torna qui un momento, tesoro. Solo un secondo.
Okay? Okay.
Se io non fossi stata presente, dubito che lui avrebbe
collaborato.
La loro porta fu chiusa a chiave. Un suono deciso...
di un mondo che si separava di fatto da un altro. Pulii il
punto in cui poco prima si erano posati i piedi di Mitchell.
Sentii Angie dire: Tesoro, tesoro, ti prego. Probabilmente
era in punta di piedi nel tentativo di raggiungerlo. Sapevano
che litigare riguardo alla possibilit di mettere al
mondo un figlio era un lusso?
Non molto tempo dopo che si erano trasferiti, lei aveva
dipinto ogni stanza dell'appartamento di un colore
diverso, persino il piccolo ingresso in cui si trovavano
in quel momento e il bagno. Mi aveva chiesto il permesso.
Non avevo trovato alcun motivo per negarglielo.
Aveva optato per un viola chiaro e un verde giada, un
giallo provenzale e un colore simile all'ambra, anche se
pi opaco... una mescolanza di umori, anticipazioni,
finte. Un lusso anche quello.
Stavo spolverando il corrimano delle scale quando
Mitchell mi super velocissimo borbottando qualcosa.
Scesi al piano di sotto, quello di George, e mi dimenticai
di Mitchell strofinando ogni gradino per dargli una
nuova lucidata, poi accantonai i miei attrezzi, per levarli di mezzo, e uscire fuori come faceva Marina... quando
le andava di prendersi una pausa per fumare una sigaretta.
Io non fumavo, per potevo prendere la scusa di fumare
per starmene in silenzio, da sola, per un minuto
d'aria fresca prima di completare il mio lavoro. Devo dire
che mentre mi asciugavo le mani sulla gonna di jeans e
mi raddrizzavo per uscire, il mondo mi sembr quasi
semplice e comprensibile; mi concessi un respiro cos
profondo che mi arriv in fondo ai piedi; lo espirai dalla
bocca, persino dagli occhi. Forse stavo sorridendo; assaporai
il sudore sul labbro superiore e sentii la viscosit
del Pine-Sol sulle mani.
La prima cosa che vidi furono i capelli. Li aveva lasciati
sciolti e sembrava che fossero stati aggrediti, arrotolati,
tirati dal lungo collo; che qualcuno vi avesse infilato le
mani lasciandovi la sua forma e il suo umidore. Hope non
si era presa la briga di domarli, raccogliendoli. Sotto l'impermeabile
aperto, la blusa, che avevo trovato elegante al
nostro ultimo incontro, era sbottonata fino allo sterno. La
pelle del viso sembrava quasi scorticata; e su un lato del
collo alcuni preoccupanti segni rossi stavano gi diventando
viola mentre ce ne stavamo ferme li, senza parlare.
Hope sapeva che cosa vedevo - doveva saperlo - eppure
non prov l'impulso di andarsene, di nascondersi. Si
pass la lingua sulle labbra. Erano pallide e secche.
Ciao sussurr mentre si sottoponeva alla prova di
starmi davanti.
Forse era ubriaca, ma non ne aveva l'aria. Sembrava
stordita... e anche se aveva uno sguardo vuoto, il suo silenzio
e la sua immobilit sembravano pieni di aspettativa.
Forse voleva che la circondassi di attenzioni o la
guardassi interrogativa o con disapprovazione. Forse ne
aveva bisogno. Per potersi sentire di nuovo reale. Aveva
permesso a un uomo di farle del male e forse era mio dovere
dire o fare qualcosa. Come donna. Si, davanti a noi
su quel pianerottolo c'era il panorama completo e complesso
delle relazioni femminili. Come ci giudichiamo a
vicenda o cerchiamo di non farlo, come ci aiutiamo, e fino
a che punto accogliamo o rifiutiamo le somiglianze che
ci sono fra noi.
Oggi faccio le pulizie.
Guard i miei attrezzi, abbozz un sorriso e poi vi rinunci,
mi fece un cenno con la testa, apr la bocca per
dire qualcosa ma non disse nulla. Nulla. Notai del grigio
tra i capelli... in una ciocca che spuntava come se
qualcuno ne avesse fatto un campione. Continuava a
starsene l.
La donna che lavora da me a volte non si fa viva
dissi.
Lei batt le palpebre.
Poi mi arrischiai. Desideravo uscire e sicuramente lei
aveva bisogno soprattutto di privacy... di essere rassicurata
sulla propria padronanza di s. Una volta ne avevo
avuto bisogno anch'io; una volta mi ero ritrovata sul corpo
un'intera mappa di lividi. Stai bene, vero?. Avrei potuto
aspettare una risposta o semplicemente attendere un
po' pi a lungo, ma ero impaziente. Avrei potuto prenderle
la mano, anche se sembrava forzato costruire frettolosamente
un ponte fra noi proprio in quel momento.
S, il mio tono avrebbe potuto essere pi interrogativo.
Invece le impartii delle istruzioni, le dissi: Andr tutto
bene. Stai bene. Hai solo bisogno di una... doccia. Di un
caff. Sono cose che.... Che cosa stavo dicendo? ... capitano.
Calcai troppo capitano. Che cosa stavo dicendo?
Capitano spesso?
Questo la rianim. Mi guard di sottecchi come se
prima non mi avesse visto veramente, poi gli occhi le si
bagnarono di lacrime e l'oro nell'azzurro fiammeggi.
Lei fiammeggi. L'avevo messa in imbarazzo. Non stava
bene, decisamente, e sembrava troppo confusa per raggiungere
la sua porta, la porta di George. Per un istante
parve non sapere bene dove si trovasse o come fosse
arrivata l, poi ficc la mano nella borsa in cerca delle
chiavi. Svuot le tasche del lungo impermeabile e poi torn
a pescare nella borsa fino a quando non le trov. Poi
il suo corpo, dalla testa ai piedi, si mise in movimento.
La porta venne aperta e chiusa. Un mondo si separava di fatto da un altro.
...
.
...
Dall'Atlantico al Pacifico.
...
.
...
Dopodich, per un giorno non ebbi notizie da Hope,
n dai sui piedi che avrebbero dovuto camminare sulla
mia testa, n da altre parti del suo corpo. Pensai di bussare
alla sua porta, di portarle qualcosa, ma che cosa? Che
cosa si portano alle donne ai giorni nostri? Stufati al forno?
Alcolici? Pensai di chiederle scusa, ma per che
cosa? Per essermi trovata nel posto sbagliato? Nel posto
dove ero stata cos a disagio per mancanza di esercizio.
Invece mi spinsi a viva forza nell'inerzia ricorrendo ai luoghi
comuni, quelli che tutti quanti ci scambiamo, che il
tempo guarisce, che il rimedio migliore  una buona notte
di sonno, che siamo tutte persone adulte. Composi persino
altri discorsi, mi esercitai a rivelare qualcosa di me,
per amor suo, ma la mia lingua si limitava a ciondolare,
incapace. Cos quando arrivarono i pianti li ascoltai con
sollievo. All'inizio. Rispettosamente attenta. Hope singhiozz,
entrando nella parte, e poi pass a un concerto
di no e per favore e di nuovo no. Scoprii che aveva polmoni
e capacit di resistenza.
And avanti per tre notti, a volte durante l'ora di cena,
ma in genere poco dopo, quando il resto del mondo aveva
gi lavato i piatti e si preparava ad andare a letto, di
solito fra le braccia di qualcuno. Conoscevo bene quel
tempo inquieto. Lei si spostava dalla camera al soggiorno
e ritorno. Quando una stanza era troppo piena di dolore,
trovava l'altra, da riempire. Si trascinava a fatica, camminava,
scappava. Verso il letto, poi verso il rigido divano
di pelle, lasciandosi trattenere fin quando riusciva
a sopportarlo. La notte precedente era diventata rauca eppure
non aveva smesso. Il suo pianto era uno staccato,
acuto, che portava in entrambe le stanze, avanti e indietro,
muovendosi lentamente, come se stesse crivellando
il presente con i suoi frammenti, nel tentativo di disgregarlo.
Un'aggressione. Abbastanza costante.
Si era frammentato anche il mio sonno. Avevo gi convissuto
con la privazione di sonno. Avevo pianto e pulito
i pavimenti. Mi ero esaminata le mani che lo avevano
toccato l'ultima volta e me ne ero meravigliata. Non
qui. Non avevo portato quel dolore qui con me, o perlomeno
questa era stata la mia intenzione. Volevo ordine
per me, per la casa. Avevo voluto certe barriere, il diritto
di erigerle. Ma l'insonnia ti fa sembrare le giornate di
gomma, le pareti sottili e mobili. Quanto mi sarei potuta
aspettare da questa nuova casa, una volta riempita di
gente? Da un edificio che era gi stato ampliato e immaginato
daccapo tante volte dalla gente del posto?
Mi rifugiai nella sua storia... quello che era accaduto
tempo prima della mia nascita e prima che sognassi la
casa che poi avrei posseduto, un tempo classificata come
palazzo di arenaria, o almeno cos risultava nel registro
catastale, ma nel periodo in cui a gestire la burocrazia
municipale era una cricca di gente con le mani lunghe
qualcuno aveva guardato dall'altra parte ed era iniziata
la ristrutturazione. Prima che venisse creato un comitato
per la conservazione degli immobili, prima che Robert
Moses cercasse di radere al suolo buona parte del
centro di Brooklyn a favore dell'Expressway, l'imponente
scala sul davanti era stata smontata e portata via.
I camini erano stati chiusi e quello che ne restava murato.
I vetri colorati portati via.
Devono esserci volute pi di un paio di mani per portare
a termine il furto - e il complotto - per spogliare questa
mia casa e farne qualcosa di diverso da quel che si era
progettato in origine. Nel linguaggio corrente, era diventata
un edificio senza ascensore e poi era arrivata la complicazione
dell'ascensore. Nessuno ne aveva approvato
l'installazione, anche se qualcuno, con le tasche piene,
doveva esserne stato a conoscenza perch la destinazione
dell'edificio era stata cambiata in condominio. Imperturbabile.
Non ero riuscita a restaurare tutti i dettagli in
stile italiano che erano stati levigati con la sabbia o rimossi.
Avevo fatto del mio meglio con le modanature del
soffitto rimaste, gli impianti elettrici, i corrimano. Quello che non mi era stato possibile restaurare, lo avevo riprodotto;
quello che non potevo riprodurre, lo avevo lasciato
com'era, ma ripulito. Sentivo lo scheletro della
casa... che io stessa avevo fortificato. Fortificando anche
me stessa. Ma adesso, di notte, Hope lo scuoteva, e io non
ero lucida.
Quando la caldaia entr in funzione, alle sei, ero sveglia
e la sentii. Fuori, gli uccelli si lamentavano di quello
che continuava a essere un marzo freddo... con l'aumentare
della luce, aumentavano anche il loro trambusto e i
cinguettii. Ciononostante le mie orecchie riconobbero
l'avvicinarsi del signor Coughlan. Non era un uomo pesante,
ma quando saliva o scendeva le scale, non era mai
difficile capire il calcolo che faceva su quanto poteva chiedere
al suo corpo e la cura che dedicava a ogni passo.
Poco dopo arrivarono i passi di Mitchell Braunstein.
Le suole delle sue scarpe da ginnastica sfioravano il parquet.
Rimbalzava, lasciando poche prove del suo passaggio,
gi immaginando di tenersi al passo con il mattino
oltre la porta, e pieno di un'energia che a volte mi faceva
vergognare.
Facevo fatica a mettermi in piedi, dicendomi che la prima
luce del giorno  spesso la risposta alla confusione.
Mi ero dovuta rivolgere a un centro specializzato in
disturbi del sonno nel mio primo anno da sola, quando
l'insonnia era diventata una costante, e non riuscivo a impedirmi
di ricordare per paura di dimenticare. Evidentemente
dovevo insegnare di nuovo al mio corpo che ora
era, resettarne il ritmo circadiano. Se non glielo impediamo,
il nostro corpo pu essere un semplice meccanismo
che reagisce alla luce e al buio come i tulipani. Chiss se
Hope lo sapeva? Che doveva sforzarsi di stare alla luce
per almeno venti minuti ogni mattina? Che la routine era
essenziale per tenerci in piedi? Stetti in ascolto per sentirla
mentre mi sforzavo di buttare gi una tazza di t
nero e mi rendevo il pi presentabile possibile, con una
giacca leggera e dei jeans, e stetti ancora in ascolto e non
riuscii a oltrepassare la porta. Era mia abitudine uscire
poco prima o poco dopo l'ora di punta. Esitai e cos finii
con l'entrare nella mente di una donna, una sconosciuta,
che affermava che non avrebbe mai pi dormito.
Non  prudente spiegava.
S, era successo anni addietro, prima che comprassi la
casa, quando non ero ancora del tutto in me. Con l'inganno
ero stata convinta da Maureen, la mia cognata piena
di buone intenzioni, a partecipare a un gruppo di sostegno
per gente che aveva avuto un lutto recente. Consulente
di nuovo conio per vittime di traumi, dopo l'11 settembre
veniva spesso in citt da Boston per scoprire i
diversi tipi e livelli di trauma che sosteneva di percepire
persino nei marciapiedi. Voleva mettere il naso nell'epicentro
del dramma, assaporare l'inferno generato.
Io no, o non pi di quello che gi ci veniva chiesto, a me
e a tutti i newyorkesi. Ma sarei almeno andata ad assistere
a una sua seduta di terapia di gruppo? Per darle
un feedback? Per conoscere donne con le stesse difficolt?
Su chi altri poteva contare? Non me l'ero sentita di dire
di no. Non in quel momento. Era stata diffidente nei miei
confronti, forse lo era ancora. Lui non aveva voluto morire
in un centro per malati terminali, e io avevo difeso
quella scelta come se stessi difendendo la sua vita, anzich
la sua morte. E proprio quando avrei potuto mostrarmi
ragionevole, dare ascolto a Maureen, e lasciarlo in
mani pi affidabili, lui era morto all'improvviso. No,
non all'improvviso.
No, avevo passato una vita dentro quella stanza. All'epoca,
quando finalmente avevo ripreso a dormire, continuavo
ad avere la sensazione di ritornare di soppiatto
in quella stanza, a contare i suoi respiri. Di nuovo sola
con lui. E anche se mi dicevo che era stata una sua scelta,
sapevo di essere stata io a prenderla: a non volere la
presenza di Maureen.
Cos avevo guardato le donne - era un gruppo tutto
femminile - sedute in cerchio; ricordo di essermi sorpresa
per il fatto che riuscissero a stare sedute in quell'aria
soffocante, satura di rabbia.
Una donna aveva raccontato che quel giorno di settembre
il marito era uscito con un paio di mutande sporche.
Erano stati troppo occupati per fare il bucato. Un'altra,
che prima di uscire suo marito aveva fatto la sua colazione
preferita. Il porridge con lo sciroppo d'acero la consolava
ancora. Quando una donna mi aveva chiesto di confidarmi,
prendendomi per una del gruppo, per educazione
avevo risposto, mentre Maureen annuiva in segno di
incoraggiamento, che mio marito era morto un anno prima
dopo una lunga malattia. Ognuna, in modo diverso,
mi aveva guardato come se le avessi tradite, e allora avevo
odiato Maureen, come l'avevo odiata quando insisteva
perch lui morisse in un centro per malati terminali e io
resistevo alle sue pressioni, per quanto educate, o quando
mi aveva telefonato perch voleva parlare del fratello da quando... per catalogare le sue abitudini, i suoi affetti,
la conformazione degli occhi. S, dicevo, aveva gli
occhi marroni; s, amava la musica, i libri, la costa atlantica
settentrionale, ma non le dicevo di Coltrane, Bowie,
Bill Withers, o Coney Island in alta stagione o York Beach,
nel Maine, in autunno, poco dopo la partenza dei turisti,
o come lui profumasse d'estate tutto l'anno e amasse
Melville per la sua temerariet e fosse riuscito a farlo
amare anche a me che leggevo Proust e Jane Austen a
voce alta per lui anche quando alzava gli occhi al cielo,
fingendo che non gli piacessero, mettendo alla prova la
mia passione, e per distrarmi mi toccava in posti dove mi
piaceva essere toccata. Dato che era in grado di fare citazioni
dal Moby Dick, avevo finito per farlo anch'io. Non
mi capitava pi, o soltanto di rado, anche se tenevo delle
copie sottomano, per mettere alla prova la mia memoria...
Non avevo parlato di mio marito. Loro volevano i dettagli.
Io ne avevo milioni e loro erano avide di conoscerli,
avide di notizie di un amore che io ancora rispettavo,
ma qualcosa di ostinato e viscerale in me si rifiutava di
accontentarle. Lui apparteneva a me sola. Questo era il
prezzo che pagavo per il modo in cui mi aveva lasciata,
per il momento in cui lo aveva fatto. Gli americani non
capiscono pi bene che cosa sia la privacy: si  reali o meritevoli
solo se lo sono le storie che si raccontano, e anche
in questo caso, anche se si  compiacenti, non si ha
la garanzia di superare l'esame. Soprattutto con le donne
della mia et, di qualunque et, per la verit, che troppo
spesso hanno trafficato con i sentimenti per guadagnare
potere. Insomma, non volevo che le mie giornate comprendessero
questo genere di test. Ormai le aspettative,
per me, non avevano pi importanza. Non me le potevo
permettere.
Anni fa, lessi la recensione della riedizione di un libro
di uno scrittore tedesco, Peter Handke. Era la biografia
della madre morta suicida. Secondo il critico, un romanziere,
nello schema delle cose, paragonata a stragi, genocidi,
carestie, la morte della madre di Handke non andava
classificata come una tragedia. Una donna borghese
che invecchia e si toglie la vita era banale. Troppo insignificante.
E probabilmente le vedove del gruppo di sostegno
sarebbero state d'accordo sul fatto che certi dolori
sono pi grandi di altri. Non conoscevano mio marito,
quello che avevo perso, o quello che avevo fatto, e io non
potevo, non volevo raccontarglielo.
Dal piano di sopra arriv un clangore, come di una
pentola o un tegame che atterrava sul pavimento, il rimbombo
del metallo. Hope non corse a raccoglierla. Probabile
che si limitasse a guardarla. Quando l'oggetto tocc
terra, quando non sentii pi niente per qualche minuto,
riuscii ad andare alla porta, e fuori. C'erano di nuovo
gli uccelli... cos rumorosi nelle loro attivit che per
un momento pensai che fossero i padroni del mondo, ma
poi quando l'aria fredda si fece strada fra i miei vestiti,
dovetti mettermi in movimento, e all'angolo vidi auto e
taxi e furgoni delle consegne che risalivano Clinton Street;
ansimavano, cigolavano, i freni che stridevano, sovrastavano
gli uccelli.
E sui marciapiedi arriv la prima ondata di pedoni
dell'ora di punta. Ricordavo com'era, la gara con i semafori,
la consapevolezza del tempo che scorre in ogni parte
del corpo, e tutti i calcoli che ti passavano senza volerlo nella testa. Brooklyn Heights, Cobble Hill, Boerum Hill,
Carroll Gardens, tutto il centro di Brooklyn fino a Park
Slope era popolato da varianti del ceto medio, dal basso
all'alto. I quartieri erano diventati cos appetibili, per
via della vicinanza a Manhattan, dell'eleganza delle strade,
della qualit delle scuole, che la gente faceva l'impossibile
per restarci nonch per farne parte; pagavano in
iPod, iPhone e BlackBerry, in scarpe alla moda, borsette,
e posti di lavoro, in colpi di sole nei capelli, nel taglio degli
abiti e dei tailleur e dei pantaloni, in donazioni al Giardino
Botanico, all'edilizia popolare, alla Radio nazionale
pubblica, a Medici Senza Frontiere. Pazienza per gli affitti,
le spese di condominio e di parcheggio. Quasi mi pareva
di sentirli quei calcoli, che significavano lasciarsi alle
spalle considerazioni meno dolorose e che li accompagnavano
alla metropolitana e fin dentro i loro uffici.
Ma io potevo andare a zonzo. Potevo allontanarmi
dalla metropolitana in Montague Street, e mentre mi accingevo
a farlo vidi una giovane donna che camminava
verso di me, in realt marciava con le spalle che le arrivavano
alle orecchie, il volto contratto, immersa nei calcoli.
Quanto tempo, quanti isolati, quando avrebbe potuto
permettersi una casa con concierge, la lavanderia, una
bella vista? Non ancora. Non erano passati molti anni da
quando si era laureata. Aveva rinunciato alle calze e sotto
la gonna le gambe erano arrossate per il freddo, sebbene
non lo avrebbe mai ammesso. Primavera voleva dire
niente calze. In una mano teneva stretta una rivista come
se potesse usarla per colpire qualcuno, e mi lanci
un'occhiata noncurante. Non avevo un posto dove andare?
Per il tempo in cui i nostri occhi si incontrarono provai
panico. E con un certo senso di colpa pensai ai miei
conti. Dovevo rifare il tetto del condominio. Potevo permettermelo.
Col tempo. Si. C'era tempo.
La guardai attraversare Atlantic Avenue e puntare su
Brooklyn Heights, dove un tempo vivevo con mio marito.
Avevo preso in considerazione l'idea di trasferirmi
lontano ma ero riuscita ad arrivare solo sull'altro lato di
Atlantic. In Pacific Street. Dall'Atlantico al Pacifico, non
 poi una gran distanza.
Per poco rischiai di non vedere Mitchell Braunstein
che mi precedeva. Persino a pi di due isolati di distanza
notai quanto avesse messo alla prova la sua magrezza.
La testa e le braccia, penzoloni, sembravano attaccate alla
bell'e meglio; faceva passi pi piccoli del normale per un
uomo alto pi di uno e ottanta. Non so per quanto avesse
corso, ma sembrava esausto. Non mi aveva ancora visto,
e prima che potessi decidere se salutarlo o meno, lui
parve ricordarsi di qualcosa; sembrava colpito e torn
nella direzione da cui era venuto. Fu quell'urgenza a indurmi
a seguirlo. Forse aveva perso le chiavi o il portafogli.
Forse potevo essergli d'aiuto. I padroni di casa hanno
degli obblighi, e io non ero lucida.
Camminava in fretta e mi adeguai. Quando inizi a
correre, corsi anch'io. Poi si ferm proprio poco prima di
Atlantic Avenue, come se si fosse imbattuto in qualcosa,
o in qualcuno. Si allung leggermente verso l'alto. Procedette
al passo, sembr prendere fiato, poi si chin per
sorreggersi con le mani sulle ginocchia, i gomiti messi a
un'angolazione pericolosa per chiunque si avvicinasse.
Abbass di nuovo la testa. Sembrava che potesse lasciarla
cadere, lasciarla andare, quella sua grande testa pesante,
e proprio mentre pensavo questo, mentre pensavo che
avrei dovuto tornare indietro prima che si accorgesse che
lo stavo guardando, prima di immergermi nella fiumana
di pendolari che non aveva tempo di accorgersi di noi, lui
ripart. Questa volta, per fortuna, si limit a camminare
a passo normale, e mi fu possibile seguirlo a distanza.
Mi fece attraversare Atlantic Avenue. Non potevo passare
da Cobble Hill a Heights senza scivolare nel passato,
a volte in modo superficiale, a volte con intensit.
Non mi capitava spesso. Ma se fossi rimasta concentrata
su di lui, sulle novit, il nuovo brivido, la Forsythia con
i rami simili a fruste e le punte di un giallo nuovo, che
cercava di fiorire nonostante il freddo, ce l'avrei fatta ad
attraversare la zona, si, con Mitchell, il mio inquilino da
pi di quattro anni, fino a Henry Street, svoltando in Montague,
oltre il negozio di libri usati da cui mio marito e
io avevamo portato a casa davvero tanti volumi, oltre la
tavola calda polacca dove avevamo mangiato pierogi bolliti
tra l'indifferenza del personale polacco annoiato, fino
alla Promenade.
La Promenade si protendeva sulla Brooklyn-Queens
Expressway che, insieme con le altre strade urbane, esalava
gas di scarico freschi di giornata, rumori e ambizioni,
ma Mitchell non ci badava n badava alla vista del porto
e di Lower Manhattan, come se non avesse spazio per
nessuna di queste cose, come se non avesse n passato
n futuro. Era bella da vedere, quella sua corsa, fino a
quando non raggiunse l'obiettivo, che sedeva sulla panchina
al centro di una serie disposte in fila. Dapprima si
ferm per vederla bene e cos feci io. Una donna magra
come lui, quasi altrettanto alta, e altrettanto esausta per
lo sforzo, in tenuta da corsa, il naso e le guance arrossate,
i capelli scuri e umidi che le sfioravano il mento sfuggendo
da un anonimo berretto di lana. Prima che potessi
fare una giusta valutazione, decidere se era una sorella
o una collega con cui andava a correre o un'amica dei
tempi dell'universit con cui forse aveva appena litigato,
lui la strinse tra le braccia e lei gli si rannicchi contro
il petto. Si tennero stretti come se qualcuno minacciasse
di venire a separarli. O come se stessero congelando.
Nascondevano le facce nell'umidit reciproca, che ormai
doveva essere diventata fredda. Salata. Non mi videro.
Come avrebbero potuto vedermi? Ero una donna fuori posto.
...
.
...
Un t come da copione.
...
.
...
Mi svegliai tardi, e mentre la mattina diventava mezzogiorno,
continuai ad abitare un sogno che a sua volta
abitava in me, e vidi mio marito tendermi le braccia,
ma erano scure di queste nuove verdi fronde, inchiostrate
di verde, e lui stava ridendo. Squill il telefono. Non
risposi, e quando torn a squillare, questa volta in un
modo che mi sembr lamentoso, staccai la spina. Pensai
di tornare a letto, invece mi spruzzai dell'acqua sul
viso, mi occupai dei denti, preparai il caff avendo sempre
dinanzi agli occhi lui che mi tendeva le braccia, cos
che quando bussarono alla porta, la mia porta, non potei
impedirmi di pensare, per il tempo richiesto a girare
il pomello, la chiave nella serratura, di pensare che
era lui, che era riuscito a trovarmi. Non mi ero allontanata,
in fondo. Ero rimasta di proposito abbastanza vicino,
sull'altra sponda di Atlantic. Invece era un giovanotto.
Il figlio di Hope. Impossibile sbagliare. Quello che
avevo visto una volta, mesi e mesi prima, abbracciato a
lei per la strada.
Salve disse. Buongiorno. Misurato. Quasi dignitoso.
Gli era stato insegnato a essere controllato o era nella
sua natura la capacit di restare immobile?
Mi ritrovai a fissarlo, restituii il saluto.
Mia madre, abita sopra di lei.
Si, ah, c' qualche problema?.
Fece una pausa per riflettere. Fra i suoi capelli castani
serpeggiavano i colori della quercia e della sabbia.
Aveva gli occhi della madre, anche se nell'insieme pi
scuri, come se qualcuno vi avesse gettato dei pezzettini
di torba. Ed era di corporatura davvero solida, grazie al
busto e membra ben torniti. Giovane, si, ma con un fisico
da uomo.
Nell'appartamento? chiarii.
S, bene, o almeno credo. Uno stordimento che non
capivo lo costrinse a un'altra pausa. Grazie, cio, per l'appartamento.
Grazie per l'appartamento. Emanava un
odore di monetine, di rame, e nel suo sudore c'era una
traccia di cedro. Spost il peso del corpo avanti e indietro
sui piedi, poi si trattenne.
Non c' di che. Mi scusi, non ho capito il suo nome.
S, scusi, sono Leo.
Io sono Celia.
Me l'ha detto. La padrona di casa.
Gi.
Mia madre vuole che la inviti per un caff, no, per un
t, cio, a prendere un t con noi, di sopra. Con me e mia
sorella. Per conoscerci meglio. Le farebbe piacere. Va bene
fra un'ora?. Non era abituato a fare l'emissario della madre,
o non pi, ma adesso non si sarebbe mai sognato di
negarglielo. Quando esitai, mi incalz, per amor suo.
Solo un minuto. Se lo  messo in testa. Non fece ricorso
al fascino, come avrebbe fatto lei. Abbassando lo sguardo
rifer: Sta cantando, e poi mi sorprese guardandomi
dritto in faccia. Mi scosse... quella sincerit. Rieccola,
e con gli occhi di lei immaginati nuovi in lui. Non sapevo
come rispondere se non come lui desiderava tanto.
D'accordo, allora. Salgo fra un'ora.
Pensavo di riuscire... a fare, per un'ora, quel che andava
fatto. Credevo di essere abbastanza vigile quando
la porta dell'appartamento di George si apr e la figlia di
Hope con gli occhi gonfi e le guance chiazzate mi sorrise,
raddrizz le spalle e mi mostr il collo lungo, uguale
a quello della madre, si, in un'esibizione di padronanza
di s e di semplice cortesia.
Non so che cosa vidi per primo quando la ragazza si
scost e mi fece entrare... che la casa si era adattata a una
morbida vegetazione rigogliosa, c'erano fiori, alcuni in
costose composizioni, altri sistemati con noncuranza, e
cuscini e plaid dai colori vivaci, uno buttato sul divano,
un altro sulla poltrona con l'ampio schienale, un altro piegato
su un poggiapiedi che non avevo mai notato prima.
Sembrava che Hope si fosse preparata per un prolungato
pigiama party... un tocco di verde, una cosina soffice
per la testa, una copertina pensata per ogni possibile
invitato. Lei o i suoi figli erano riusciti inoltre a sistemare
molti dei libri in modo che qua e l si appoggiassero
l'uno all'altro sullo scaffale, come compagni di scuola,
mentre altri erano sparpagliati in giro, alcuni aperti.
E sentii profumo di gardenie, pi forte di qualsiasi altro
odore presente nella stanza, pi di quello del t fumante
gi pronto in una teiera di ceramica con una decorazione
di rose, del profumo della madre o della figlia o dell'odore
inconfondibile del ragazzo.
La gardenia era il fiore preferito di mia madre e come
tale aveva rappresentato un fardello per me e per mio padre,
quando era ancora vivo. Le gardenie, essendo fiori
tropicali, non crescono nel Nordest, se non in serra o con
molteplici sforzi; e dato che avvizziscono facilmente e
appassiscono in fretta, non sono molto amate dai fioristi;
non ci si pu fidare che recitino il loro ruolo a dovere. Mio
padre e io avevamo visto spesso i mazzolini di fiori, acquistati
per la Festa della Mamma la domenica mattina,
ingiallire al polso di mia madre gi nel primo pomeriggio.
Cercai di concentrarmi sulla ragazza, invece mi ritrovai
a esaminare la stanza alla ricerca della fonte di quella
fragranza... il profumo delle gardenie  dolce, intenso
e muschiato. Sono Danielle Boxer. Mia madre mi ha
raccontato tante cose carine di lei disse la ragazza. Era
una cortesia priva di consistenza. Tese la mano, non perch
gliela stringessi, ma per presentarmi, come in un gioco
a premi televisivo, il cibo schierato come un battaglione
intorno alla teiera, una pila di enormi scones, frutta, un
Camembert, una quiche. Abbiamo davvero molto da
mangiare dichiar in un tono che sottintendeva Che
cosa ne faremo?. I suoi occhi grandi erano di un azzurro
slavato; svolazzavano sulle cose, la pelle chiara come
il latte tendeva a mostrare ogni emozione, il sangue
che scorreva nelle vene. Aveva le guance pi piene di quelle
della madre e del fratello, tuttavia, quando mi mostr
il suo profilo, vidi che il naso era aquilino. Due volti in
uno, in competizione ... quello di una ragazza e quello di
una donna. Una volta sparita la floridezza infantile dalle
guance, sarebbe stata una notevole bellezza austera, ma
per ora, forse a causa delle circostanze, risultava pi insignificante
e in apparenza pi fragile della madre. E l'abbigliamento
- in stile Audrey Hepburn, una blusa senza
maniche a collo alto con fiocco e balze e pantaloni Capri
di twill grigio - sembrava costoso, formale come gli abiti
da lutto, e penosamente da donna adulta.
Si accomodi pure... siamo tutti qui, pi o meno...
cio, se le va di sedersi disse Danielle con uno sguardo
inquieto che da me si aspettava anarchia o catastrofe, il
tutto continuando ad alzare la mano per assicurarsi che
i capelli castani non stessero sfuggendo alla stretta coda
di cavallo in cui li aveva confinati.
Mamma chiam in direzione della cucina. La tua
amica....
Celia le andai in aiuto sedendomi sul bordo del
poggiapiedi.
S,  arrivata Celia.
Bene, bene grid Hope. Vengo subito.
Non trova incredibili tutti questi bei libri? chiese la
ragazza, anche se ancora una volta il tono la trad; lasciava
intendere che i libri la disturbavano. Cos tanti.
George legge molto risposi.
Un collezionista. Ha libri di Simone de Beauvoir e
Colette. Una prima edizione del Secondo sesso. S. Annu
fra s, osservando, batt le palpebre, poi aggiunse:  un
bell'appartamento, ma ancora una volta il tono sembrava
metterlo in dubbio, poteva facilmente significare che
non le importava niente dell'appartamento o che avrebbe
tanto voluto essere altrove.
All'improvviso lo desiderai anch'io.
Eccomi. Hope entr leggiadra, i capelli raccolti con
grande cura, il rossetto, perfetta e controllata. Portava
un'elegante camicia bianca di taglio maschile, pantaloni
blu, e una sciarpa di seta color avorio legata intorno
al collo.
Leo? chiam.
Lui emerse dalla camera da letto. Scusa, ero....
Indisposto complet la madre.
Esatto.
Celia, benvenuta.
Mi alzai.
Hai conosciuto i miei figli.
S dissi piano. Con vero piacere.
Forza, sedetevi. Mangiamo. Facciamo la conoscenza
di Celia.  stata molto generosa con me, permettendomi
di vivere qui da George.
Un'affermazione esagerata, che mi metteva in imbarazzo.
Forse era quella la ragione dell'invito.
Un profluvio di convenevoli accompagn i suoi movimenti
mentre versava il t, offriva la panna, lo zucchero,
il miele. Leo ha sempre adorato il miele. Gli scones
erano alle mandorle e alla cannella. E da piccola Danielle
non mangiava altro che pane. Hope procedeva con calma.
Era un cerimoniale che aveva regolato altre volte e
sapeva eseguirne i passaggi con padronanza. Avrei voluto
chiederle del profumo delle gardenie - ancora non
riuscivo a identificarne la fonte - ma mi trattenni, rilassandomi
al suo cicaleccio. La voce era musicale e gioiosa...
si percepiva il piacere di ricevere ospiti, dell'essere
madre, e di metterlo in mostra. I segni sul collo erano
coperti dalla sciarpa e forse non ne era rimasta traccia.
Che ci fossero ancora o meno, nelle sue intenzioni quello doveva essere un nuovo giorno. La pelle era senza imperfezioni;
gli occhi limpidi. Il t si chiama The de Fte,
t della festa. Lo abbiamo comprato a Parigi da Mariage
Frres, una meravigliosa casa da t al Marais. Se non ci
sei mai stata, devi andarci.
Non ci sono mai stata.
Ci portavo i ragazzi tutti gli anni, quando andavamo
a Parigi, ma siccome adesso questo t si vende in tutto
il mondo, ha perso un po' del suo fascino, non  vero?.
Danielle annu e disse con aria assente:  la globalizzazione.
O il progresso disse Leo, non in tono polemico.
Vorr dire che i loro prodotti sono buoni.
S, ma questo non significa che debbano svenderli
disse Danielle, battendo le palpebre.
Non li stanno svendendo ribatt calmo Leo.
Quest'anno non siamo stati a Parigi. I ragazzi avevano
programmi pi impegnativi. Danielle sta finendo
l'ultimo anno. Leo lavora.
Ci siamo stati l'anno scorso disse Danielle. Ho studiato
l. Alla Sorbona. Eravamo tutti... tutti e quattro.
Hope irrigid la schiena. Si, esatto. Be', Celia, dovrai
dirmi se il t ti piace... c' molta vaniglia. La senti?.
Ecco che toccava a me. S, adesso che lo hai versato
la sento. L'aroma  delizioso, per continuo a sentire profumo
di gardenia. Non pu essere il t.
Oh, no, anzi s,  in camera da letto. Una pianta incantevole
con quanti fiori? Due?.
Tre disse Danielle.
Un regalo dei miei figli.
Ah, che pensiero gentile.
Che profumo stupendo disse Hope, meravigliata.
Sorseggi il t. Sono cresciuta nella Carolina del Nord
e sotto la finestra della mia camera da letto c'era un vecchio
pollaio che era stato colonizzato da un cespuglio di
fiori che secondo me erano gardenie selvatiche.
Come, secondo te? chiese Danielle.
Oh, be', un tipo che sostiene di essere un'autorit in
materia mi ha detto che le gardenie non crescono spontanee
nella Carolina del Nord, e perci non potevano essere
gardenie o almeno  poco probabile.
Danielle pos la tazza. Ma ci hai sempre detto che erano
gardenie, mamma. Cio, per questo ti abbiamo comprato
la pianta. Per ricordartele. Le guance di Danielle
si arrossarono, la fronte si corrug.
Be', forse lo erano. Il profumo era quello, almeno 
cos che lo ricordo. Era talmente forte..
Come hai potuto sbagliarti? Insomma, non ci si pu
sbagliare! In tutti questi anni, fin da quando eravamo
bambini, ci hai raccontato questa storia. Gardenie, gardenie
e ovunque quella fragranza seducente.  questo
che ci dicevi. C'erano....
Danny, non importa.  stato un bel pensiero s'intromise
Leo.  stata un'idea di Danny. Si zitt, reclin la
testa e drizz un orecchio come se stesse cercando di individuare
suoni distanti pi allettanti.
Io adoro le gardenie, tesoro. Ti sono davvero grata.
Bevi il tuo t prima che si raffreddi.  il tuo preferito.
No,  il preferito di pap. Danielle us entrambe le
mani per lisciarsi i capelli, una volta, due, tre.
Questo t? No, non mi pare.
S, mamma.  questo. Non puoi essertelo gi dimenticato.
Ordinava questo e un....
Lasciala in pace, Danny. Leo si sforz di non muoversi,
di mantenere un tono pacato.
Voglio soltanto dire che dovrebbe sapere queste cose.
Io le so. Tu le sai. Pap le sa.
Basta disse Leo quasi in un sussurro. Non  colpa
sua.
Lo so. Gli occhi della ragazza si riempirono di lacrime.
Naturalmente. Solo che tutti i dettagli sono importanti.
 cos che si sa... cos' che conta. Il sangue prese
il sopravvento in tutta la sua faccia. La bocca divent
una linea diritta e tirata... non era la bocca della madre,
non aveva niente della sua carnosit. La forma era graziosa,
ma le labbra erano sottili e la sua austerit mi ricordava
quella di molti abitanti della citt del Connecticut
in cui ero cresciuta. Avrebbe dovuto acquisire personalit,
trovare generosit, per una bocca come quella che
forse aveva ereditato dal padre. Era l'unica a essersi presentata
con il cognome, il cognome paterno.
Danielle parla un francese stupendo. Mangia qualcosa,
tesoro. Scommetto che oggi non hai mangiato. Sta
studiando molto per gli esami e l'universit  il suo pensiero
fisso.
Danielle stacc un morso da uno scone alle mandorle.
Dall'espressione sembr che lo trovasse disgustoso.
Che genere di lavoro fai, Leo? chiesi.
Il corniciaio.
Ha iniziato da poco.  molto bravo nei lavori manuali.
Progetta anche le cornici. Lavora con gli artisti, le
gallerie.
 la mia agente. Indic Hope con un cenno della
testa.
Prima lavorava in banca rifer Danielle, imbronciata,
sempre masticando.
Lavoravo con mio padre, ma me ne sono andato
qualche mese fa.
Ha sempre desiderato fare questa esperienza, giusto,
tesoro?.
Giusto.
Blake... ti ricordi di Blake? Quello che gestisce la galleria?
C'era, alla festa di George. Punta molto su Leo.
Hope aveva grandi mire, e ottimismo. E mio padre dipingeva,
e si costruiva le cornici da solo. Leo ha preso
da lui.
Fantastico. Mi infilai in bocca un acino d'uva.
Giusto ripet Leo.
Ho dello champagne, se qualcuno ne vuole propose
Hope. E che ne dite di un po' di musica? George ha
un sacco di compilation stupende. Si occup dello stereo,
poi si rivolse a noi.
Assaggiate la quiche. Ci ho messo del Gruyre. Anche
se per qualcuno  un sacrilegio. Chi sa dirmi per chi?.
Julia Child declam Danielle obbediente, cercando
di recuperare il buon umore, anche se la voce era stanca.
Mi fece un cenno con la testa. La tradizionale quiche
Lorraine non richiede formaggio.
Esatto. Perci ho trasgredito, e mi piace molto, molto,
molto. Leo, me ne tagli una fetta, per favore?. A me
disse: E sorprendente che tu conosca cos bene il profumo
delle gardenie.
In famiglia qualcuno ne andava matto.
Devi vedere questa. Hope and a prendere la pianta
in vaso. Intanto, una voce maschile cantava Nobody
Knows the Trouble l've Seen a un ritmo veloce. Hope tenne
la pianta davanti a s. Non ti incanta solo guardarla?.
La lucentezza scura del fogliame verde intenso, i fiori
color crema spalancati che si sporgevano in modo esagerato
appartenevano in effetti ad altre latitudini, dove
si cresceva e si moriva all'improvviso, come un crollo, dove
non si aspettava niente o nessuno, tanto meno il cambio
di stagione o i lutti. Il suo profumo ci avvolgeva, si impadroniva
di ogni particella dell'aria che respiravamo.
Inspirai dalla bocca e vidi che uno dei fiori aveva gi cominciato
ad avvizzire, scolorendosi davvero in fretta.
 Sam Cooke che canta disse Leo, ma n quel fatto
n l'arrangiamento riuscivano a spogliare la canzone
della sua malinconia; la parola trouble tornava di continuo,
aggressiva, e in un ambiente cos soffocante per via
di una fragranza tanto persistente quanto delicata non
potevamo nasconderci da nessuna parte.
Danielle cominci a piangere prima che Sam Cooke
avesse finito; si afflosci e disse: Oh, mamma, mi dispiace.
Mi dispiace tanto.
Leo si alz di scatto, senza sporgersi in avanti, come
se fosse venuto fuori dalla sedia, e cos rimase, paralizzato.
Mi alzai anch'io. Il ragazzo tenne gli occhi fissi nei
miei senza battere ciglio. Se per la ragazza ero invisibile,
non lo ero per lui: non capivo se dovessi sostenerlo
in qualche modo, o agire, n se mi stesse implorando...
fa' qualcosa. Guardai Hope prendere Danielle fra le braccia,
e per un momento mi estraniai e rividi l'abbraccio
sulla Promenade, fra Mitchell e la donna, come la carne
pu cedere oppure no, e come alla fine desideri che
ceda. Hope parl con la bocca affondata nel collo e nei
capelli della figlia: Va tutto bene, piccola.  un momento
difficile, ma non importa. Io ci sono. La mamma  qui.
Al che, andai dritta alla gardenia, la presi con tutte e
due le mani. Mentre mi avvicinavo alla porta mi ritrovai
il fogliame schiacciato contro la bocca e il naso... un verde
davvero intenso. La misi fuori, in un angolo buio e lontano
del pianerottolo. Quando tornai, dissi: Il profumo
 troppo forte. Non lo dissi a voce alta n aspettai una
risposta. Allungai la mano e strinsi una sola volta e per
un attimo la concretezza del grosso avambraccio di Leo
in modo da non conoscerne la pelle o la temperatura troppo
bene. Appoggiai la mano sulla spalla di Hope come
avrebbe potuto fare George, con delicatezza, e sussurrai
un grazie. Poi la lasciai ai suoi figli.
...
.
...
Un uomo scompare.
...
.
...
Due paia di piedi che camminano con cautela, come
se temessero di disturbare, sopra la mia testa. Con le pantofole
o i calzini, comunque passi ovattati. Mentre marzo
lasciava il posto ad aprile, di notte l'aria rest pungente
e madre e figlia si strinsero l'una all'altra. Due giorni
e due notti cos, loro due sole, da quello che potevo capire,
sempre pi silenziose, come se l'assenza del rumore
potesse equivalere all'assenza del dolore. La gardenia
rest sul pianerottolo. Aspettavo che morisse. Forse morirono
anche loro.
Ricollegai il telefono. Composi il numero per sentire
i messaggi. La voce di Marina... lenta, nella mia lingua,
rivelava poco: un saluto conciso e un mi richiami. Grazie.
La figlia del signor Coughlan, la voce dura come una
vite arrugginita. Da lei due telefonate. La seconda stridula...
per favore, mi dia sue notizie. Falsa affabilit.
L'impresario che doveva riparare il tetto si chiedeva se
avessi accettato il suo preventivo: un uomo d'affari che
sapeva parlarmi con cordiale riserbo, il suo messaggio
breve ma brioso, come se ogni parola fosse una vigorosa
stretta di mano. Aspetto la sua chiamata.
Infine un messaggio della moglie di Mitchell, Angie:
mi pareva di vedere le facce che faceva mentre mi chiedeva
di ridiscutere la politica del riciclo dei rifiuti adottata
dal condominio. Credeva che si potesse ampliare la
definizione di riciclabile. Esit. Pi plastica... Contenitori
appositi. Le capitava di rado di esitare.
Mi presi cura della casa. Selezionai le cose da riciclare
come facevo sempre, legai i sacchi, evitando per il momento
di ampliare qualunque definizione. Considerai
l'idea di ripulire il giardino dalle erbacce ma non ero sicura
di saperle distinguere da quelle che non lo erano.
Nel pomeriggio, dopo essermi riposata, andai, come
facevo diverse volte al mese, ad aiutare quelli di Helping
Hands a separare le donazioni di vestiti, scarpe, casalinghi.
Poi percorsi Cobble Hill... lontano da Atlantic
Avenue. Comprai frutti di bosco, pasta, tonno. Presi una
bottiglia di whisky. Jameson. La marca di mio marito
quando ancora apprezzava il whisky. Prima che fosse
troppo tardi richiamai le persone che avevano telefonato
il giorno prima, sollevata di trovare ovunque la segreteria.
Ormai nessuno rispondeva pi di persona al
telefono.
Mi sedetti, pronta all'ascolto di madre e figlia per la
terza notte di quel loro silenzio. Mangiai il tonno direttamente
dalla scatoletta. Lasciai che l'oscurit entrasse .
nell'appartamento, ne sfondasse i confini e mi rinfrescasse
le guance.
Quanto mi ci volle per dare forma ai suoni che sentivo
venire dal piano di sopra? Prima un tavolo che scorreva
sul pavimento di piastrelle che avevo messo in posa
personalmente nella cucina di George.
Poi il tavolo, il raffinato tavolo in ciliegio di George,
incontr la parete, colpendola pi volte, ed entr nel ritmo.
Le esclamazioni di Hope, stridule e abbastanza forti da
raggiungermi, davano al ritmo volume e importanza; e
una voce maschile regolava e dirigeva tutti i rumori. Che
cosa stava dicendo? Non riuscivo a capirlo, bench fossero
soltanto due parole. Monosillabiche. Non credo che
dovessero avere per forza un senso al piano di sopra o
di sotto, da me... rivelavano il potere che l'uomo esercitava,
l'orgoglio che provava. La voce di lei si faceva sentire
a intervalli pi lunghi. Poi mi arriv una specie di
strillo acuto. Mi alzai. Ricordai gli occhi di suo figlio fissi
nei miei, il colore che sbocciava sulle sue labbra e lungo
i bordi delle narici. Aprii la finestra della cucina in
cerca d'aria, senza riflettere. Questo li avvicin, perch la
mia cucina si trovava direttamente sotto quella di George.
La stessa aria notturna vigile che li raggiungeva adesso
raggiungeva anche me. La sentii dire Ti prego, poi il
commento comprensibile che parlava di dolore e piacere,
e da lui arriv un Brava. Poi, ad alta voce: Dillo.
Non proprio un urlo ma c'era gioia nel volume, nella libert
con cui lo diceva. Resta con me, dannazione!.
Hope che crollava l dove non c'era posto per le parole.
Il tavolo dondol e poi sembr sollevarsi; si graffi contro
la parete e l rimase: Dillo o ricominciamo tutto da
capo. Tutta la faccenda.
Ti preeego.
Si udirono altri colpi contro la parete. E una mano colpire
la pelle... quella di lei. Di cos'altro poteva trattarsi?
Il sesso pu frammentarsi in clich. Ma in quella recita
loro non c'erano pi; quelle posizioni familiari, i ruoli,
le parole... erano diventate sensazioni, emozioni. Uno
shock emotivo: uno schiaffo dato rivelava la forma esatta
della mano, la forza impressa, e la parte del corpo di
lei che veniva toccata da quel palmo, se era gradito o
meno, e fino a che punto la feriva. Me l'ero quasi dimenticato,
mentre riproducevo la scena nella mia mente... lei
sotto, il tavolo che le premeva contro lo stomaco mentre
lei gli offriva le natiche e accoglieva il suo peso e le sue
spinte violente. Faceva male, perch faceva sempre male
quando non ci tenevi a essere migliore o peggiore degli
animali.
Quando squill il telefono, non riuscii ad allontanarmi
dalla finestra, anche se immaginai di strapparlo dalla
parete. Lo avrebbero sentito? E loro non immaginavano
che avrei potuto sentirli?
La domenica Hope aveva dato gran sfoggio del suo
lato materno. Sembrava che fosse importante che io lo vedessi,
vedessi come gestiva bene il pomeriggio, i figli: La
mamma  qui. La sciarpa sottile legata intorno al collo
con disinvoltura. E ora i colori della voce di Les, blu e marroni
scuri, tutto marmo sbozzato, e il suo passo, mai frettoloso.
Era lui che mi stava rendendo partecipe. Oppure
ero io che proprio non c'entravo? Qui, in casa mia. Non
sapevano che il suono si propaga, che il loro pavimento
era il mio vecchio soffitto ogni giorno pi permeabile?
Mentre il telefono smetteva di suonare chiusi la finestra
e mi versai un bicchierone di whisky nella semioscurit
all'improvviso troppo scura, e accesi tutte le luci. Uscii
dalla cucina ma lo fecero anche loro. Mentre componevo
il numero della mia segreteria per scoprire chi mi aveva
chiamato, i tonfi mi seguirono. Se ci fosse stato qualcuno
con me, mio marito, avremmo potuto ridere per cose
pi vistose del profumo delle gardenie. Avremmo potuto
impacchettare tutto in una frase fatta. Non mi sarei
preoccupata per il collo di Hope o le altre parti del corpo
dove lui poteva marchiarla. Ma nella solitudine il rumore
arrivava ovunque. Era la cosa pi animata del mio
appartamento. Non avevo dove metterlo. Oh-oh-oh. Ecco
che cosa pensai di aver sentito arrivare fino a me con foga,
mentre la figlia del signor Coughlan diceva nel suo messaggio
vocale: Non risponde al telefono n al campanello.
Sono venuta li. Ho provato a suonare anche il suo
campanello. Lei non ha risposto. Lo ha visto?. Di sopra
cadde qualcosa. Una lampada? L'elegante lampada di
George? Pu dirmi se lo ha visto di recente? Sono davvero
preoccupata.
Corsi senza rendermene conto fino a quando non inciampai
e sentii battere troppo forte il cuore nelle gambe
e nei piedi. Afferrai la chiave del signor Coughlan come
se fosse un pugnale, come se contenesse gi il rimedio.
Ma quando arrivai alla sua porta, mi paralizzai. Fui sul
punto di tornare indietro. Esaminai la porta. Le imperfezioni
della vernice. Non ero stata io a dipingerla, non
questa, altre si, per avevo scelto il colore. La toccai. Il
conforto del legno, la sua cerea lucentezza. Bussai con
cautela. Poteva essere in casa, appena tornato, oppure
dormiva, o voleva semplicemente un po' di privacy. Nessuno
rispondeva pi di persona al telefono. Bussai di
nuovo. Ti prego, dissi fra me e me, mentre risentivo non
Jeanie Coughlan, ma Hope che lo diceva all'unisono, prolungandolo
come aveva fatto lei, intrufolandolo in una
serata che decisamente non era la mia. Allora mi arrabbiai,
scioccamente. Diedi colpi alla serratura, riuscendo
alla fine a inserire la chiave, ma naturalmente la porta
non era chiusa a chiave. La chiave non serviva. Quante
volte glielo avevo detto? Ero la padrona di casa, non un'infermiera
o una madre confessora. Non ero sua figlia.
Signor Coughlan?. Non mi fu facile tenere la voce
bassa e impersonale. Sono Celia, la padrona di casa. 
qui? Ho avuto una richiesta da....
Buio come in una grotta, silenzio assoluto, e io che mi
facevo piccola sapendo di doverlo rompere. l non c'era
nessuno, nessuno che potesse o volesse rispondere. Trovai
a tentoni l'interruttore della luce in alto. Alcuni oggetti
si animarono: la poltrona, la lampada a stelo, la radio,
le carte nautiche che ingiallivano sulle pareti, il tavolo
smaltato di blu della cucina, dove consumava i pasti
che non faceva in poltrona. Nella sua estrema semplicit,
quella disposizione non voleva dire che gli oggetti non
erano importanti, ma che erano proprio quelle poche cose
specifiche a importare o avrebbero dovuto, quella poltrona,
quella vecchia lampada, quella radio e la distanza
che le separava dalla finestra. Quante volte l'aveva percorsa
per vedere il mare? In camera, il letto matrimoniale
consisteva di una struttura metallica senza testata e
nessun occupante; il lenzuolo e una ruvida coperta blu
erano stati piegati e messi da parte. In bagno, c'era un
solo asciugamano asciutto. Di recente le superfici erano
state pulite a fondo, se non addirittura strofinate. Nell'armadietto
erano rimasti due barattoli di minestra. Nel
frigorifero, il formaggio era quasi finito; il pane, di cui
restavano quattro fette, aveva cominciato ad ammuffire.
Forse i suoi occhi non riuscivano a individuare la muffa,
al momento solo piccole macchie. Niente di tutto ci
rivelava un buon appetito, ma non era necessariamente
segno di una malattia o di una partenza precipitosa.
Nelle ultime settimane la presenza di Hope mi aveva distratto:
compravo io la minestra al signor Coughlan, uno
o due barattoli alla volta in modo da non attirare troppo
l'attenzione; quando potevo sostituivo il formaggio
che lui aveva scelto e comprato tempo prima; lo avevo
fatto almeno una mezza dozzina di volte. Aprivo la confezione
e tagliavo via le croste. Gli infilavo nel portafogli
banconote da dieci e venti dollari, un paio di volte al
mese... non si accorse mai dei soldi o del cibo, o se lo not
ritenne conveniente non fare commenti.
Erano quasi le dieci e mezzo. Mi accasciai sulla sua
poltrona reclinabile, larghe superfici di legno consunto,
sedile e schienale imbottiti e rivestiti in pelle che avevano
cominciato a deformarsi e a cedere adattandosi alla
forma dell'uomo scomparso; le cuciture erano piene di
briciole, dall'odore stantio, vecchio, ma non sgradevole.
Lasciai che mi riempisse i polmoni, insieme al silenzio
che mi aveva scioccato entrando.
Me ne accorsi soltanto quando era cessato, ma un momento
prima stavo tremando, e adesso ero qui, sola, lontano
da tutti. Ero grata al signor Coughlan, si, ovunque
fosse. Mi sarei limitata ad aspettarlo l. Avrei spiegato
l'intrusione con la preoccupazione, l'apprensione di sua
figlia. Di sicuro sarebbe rientrato prima di mezzanotte.
Persino un vecchio non era indifferente all'aria primaverile
sulla pelle, sotto la pelle. Di sicuro sarebbe rientrato
prima di mezzanotte.
Mi svegliarono le nude lampadine... quelle a soffitto
che avevo acceso io. Il signor Coughlan aveva tolto la
plafoniera, forse per cambiarne una o tutte e due. Era
tutto luminoso, nitido, e poi arrivarono degli scricchiolii
bassi e acuti, un rumore raschiante... come di oggetti spostati,
qualcosa di pesante. Sembravano mobili. Erano i
Braunstein impegnati nelle loro avventure. Era passata
da poco mezzanotte. Tardi per cambiare la disposizione
di una stanza. Mi alzai ed esaminai l'appartamento prima
di andarmene. L'unica finestra che lui aveva lasciato
aperta era quella da cui si godeva il panorama. Nelle
notti di quiete si sentivano i traghetti. Dalla strada mi giunse
un rumore di ruote, un carretto o uno skateboard, poi
il segnale squillante della chiusura di una macchina, e infine,
con i Braunstein che di nuovo si agitavano, conobbi
una specie di sconfitta. Per prima cosa avrei dovuto
chiamare la figlia del signor Coughlan. Avrebbe voluto
telefonare alla polizia, che era la cosa giusta da fare. Io,
a mia volta, avrei parlato con gli inquilini di regole e ordine,
di silenzio e discrezione.
Dopo aver spento le luci e chiuso a chiave tutte e due
le serrature, voltai a destra nel piccolo pianerottolo e cercai
di aprire la porta del solaio; l'appartamento del signor
Coughlan era pi piccolo degli altri, aveva i soffitti pi
bassi proprio per via del solaio. Dentro ci tenevo le cose
di una vita precedente, libri, nastri, CD, vecchi film: La signora
del venerd, Il cielo sopra Berlino, Notorious - L'amante
perduta. Cose di cui non riuscivo a disfarmi, che non avevo
voluto esporre al rischio dell'umidit della cantina, ma
che, se guardate troppo spesso, potevano diventare per
gli occhi e per il cuore ordinarie come la tappezzeria. Poi
chiamai l'ascensore. Mai come in quel momento avevo
sentito il bisogno di essere trasportata. L'ascensore si riscosse
dalla sua attesa e sal al piano con un ronzio che
mi calm, fino a quando non mi torn in mente che il signor
Coughlan se ne serviva quando era stanco. Erano
giorni che non lo controllavo e non lo pulivo. Era un elegante
pezzo di antiquariato, una macchina robusta. Sul
soffitto un cerchio di vecchie luci adatte per un luna park,
una giostra. Aveva due porte. Si poteva vedere se era vuoto
soltanto dopo aver aperto la prima, a vetri, con la sua
maniglia dorata, poi la successiva, scorrevole, che si ritirava
automaticamente una volta aperta la prima, e anche
questa a vetri. Le mani cominciarono a tremarmi di
nuovo. I cardini cigolarono, la porta scorrevole che mostrava
i segni del tempo serpeggi leggermente nel suo
stretto corsoio. Non c'era nessuno o non proprio, perch
quando entrai, con un profondo respiro, che probabilmente
era di sollievo, avvertii un cattivo odore... di
ammoniaca, la nota dominante dell'odore dell'urina. Era
cos forte, avendo ristagnato in quello spazio esiguo, che
uscii e mi appoggiai di nuovo al primo sostegno che trovai.
La porta del signor Coughlan, dove adesso la sua
assenza era viva e inquietante come la puzza di piscio
nel mio ascensore.
Usai la candeggina. Non mi importava delle eventuali
osservazioni dagli inquilini eco-sensibili. Il danno richiedeva
un rimedio all'altezza, o persino superiore in
nocivit. Mentre pulivo con lo straccio ci fu una sospensione
del rumore, di tutto, come se l'edificio, per rispetto,
limitasse i fastidi, contenesse le tensioni dei miei inquilini
e dei loro ospiti o di quell'ospite in particolare. Pensai
di svegliarli, tutti quanti - una visione che rianim il
mio corpo - e di chiedere loro senza tanti preamboli
quando avevano visto il signor Coughlan l'ultima volta.
Avrei voluto distoglierli dai loro drammi come senza
dubbio loro avrebbero voluto fare con me in certe occasioni,
ma ci ripensai. Avrei chiamato direttamente la figlia,
forse avrei chiamato io stessa la polizia... Cosa esigeva
il protocollo? Non lo sapevo, per sapevo che i cedimenti
del corpo andavano risolti con efficacia e io ero
gi in ritardo. Ricordavo ancora mio padre che ripuliva
il mio vomito quando ero bambina, nelle ore della notte
o del primo mattino in cui tutto era pi fastidioso; ricordavo
le mani sottili e fredde di mia madre sulla mia fronte
calda, mentre mi teneva ferma e mi assicurava che si
trattava di un disturbo passeggero. Mi ero aggrappata a
quella stessa specie di dolcezza ai tempi in cui affrontavo
gli inconvenienti della malattia di mio marito. Per lui
era un'umiliazione, e cos toccava a me pulire immediatamente,
come se non fossero mai accaduti, essendo la mia
vigilanza l'unica soluzione ai cedimenti del corpo.
Tornata nel mio appartamento, mi tolsi i vestiti e li lasciai
ammucchiati sul pavimento. Trovai il numero della
figlia di Coughlan, lo composi, ma erano quasi le due
del mattino e dopo il primo squillo riattaccai. Avrei chiamato
lei e la polizia alle prime luci dell'alba. Sedetti sulla
mia sedia preferita, dove guardavo i film che mi piacevano,
a volte i notiziari, o ascoltavo la radio, ma ben
presto divent la sedia del signor Coughlan e il mio corpo
divent il suo, cos pesante e inconoscibile. Mi alzai
e camminai per la stanza fino a quando non ne potei pi
e mi ritrovai di nuovo davanti all'armadietto dei medicinali.
Avevo ammassato altri farmaci, oltre ai sonniferi,
sulle mensole e sotto il lavandino, persino in frigorifero.
C'era della morfina, in fiale, in compresse, in capsule, e
in pillole sublinguali: msir, ms Contin, Avinza, Oramorph,
Roxanol. Un'intera lingua di oppiacei. Per non
parlare dell'Ativan liquido, delle pillole di Percocet, dello Xanax, del Klonopin, del Seconal. Sulla maggior parte
dei flaconi c'era il nome di mio marito, su un paio il
mio. Il suo medico era stato disponibile a prescriverli
quanto lo permettevano le direttive federali e statali.
Pi di una volta avevo avuto l'intenzione di buttare via
tutta quella roba, ma non lo avevo mai fatto. Non solo a
causa di un opuscolo di Angie Braunstein trovato sotto
la mia porta mesi e mesi prima, che metteva in guardia
riguardo ai danni causati dai prodotti farmaceutici nelle
acque dei fiumi; parlava di pesci senza una chiara fisionomia
sessuale, di branchie di troppo, di alterazione
del sistema nervoso e immunitario; di pesci drogati di
Prozac e Ambien. I farmaci avevano sostenuto mio marito
e me... i nomi e le date sulle etichette erano l perch
li vedessi ogni volta che allungavo la mano per prendere
il filo interdentale. Piccoli indicatori. Testimonianze.
Una scelta obbligatoria, per lui, e spesso con un effetto
miracoloso. Ancora efficaci per tutte queste ragioni,
bench la maggior parte fosse scaduta da tempo.
L'infermiera del nostro ospedale, Helen, credeva nelle
dosi abbondanti di palliativi per tutti, il paziente terminale,
i familiari del paziente terminale. Non credeva
che si dovesse sopportare il dolore, o comunque non a lungo.
Mi mandava a dormire dicendomi che avevo l'aria distrutta,
e mi ficcava in mano una pillola. La prenda, mi
raccomando diceva. Mi era simpatica... aveva meno ossequio
per la morte di altre infermiere che avevamo visto
prima di scegliere lei. In questo lei ha voce in capitolo
diceva, stringendomi il braccio. Anche lui. Di rado
sussurrava o mi guardava con aria comprensiva e rideva
sempre con la bocca aperta... e io mi permettevo di
addormentarmi per poche ore con lei nella stanza accanto
insieme a lui; a volte mi svegliavo con la pillola che si
era sciolta in parte, incollata alla mano. Mandai gi uno
Xanax. Feci scorrere l'acqua nella vasca.
Cercai di non pensare a dove potesse essere il signor
Coughlan o ai diversi modi in cui una citt come questa
avrebbe potuto fargli del male. Cercai di non ricordare
l'odore nel mio ascensore. L'acqua era troppo calda. La lasciai
scorrere. Prima di immergermi presi un Seconal.
Il campanello... mio marito lo suonava quando aveva
bisogno di me o dell'infermiera. Lo usava anche per
scherzare, quando sapeva che ero in bagno o al telefono,
lo suonava per mostrarmi che tutto questo poteva essere
un gioco, finch non cominci a suonarlo perch aveva
bisogno delle medicine, per far cessare il dolore. Perch
non la facciamo finita? Lasciami il flacone, piccola. Dai,  un'assurdit.
Dai, mi esortava, come se potessimo sbarazzarci
di tutto questo, come se, s, ma certo, avessimo il potere
di decidere. A quello stadio lui non poteva fare a meno
di me... non riusciva a tenere a lungo gli oggetti in mano;
a volte aveva difficolt a deglutire e tossire gli procurava
dolore. E cos dissi, sentendo suonare il campanello
- pensai fosse lui a chiamarmi - Aspetta ancora, non sono
pronta. Ma il suono continu e divent un belato, un ronzio,
denti digrignati, che interruppero il mio sonno il tempo
sufficiente a farmi sentire che il letto era umido, e anche
le punte dei miei capelli, e notare che la luce che si
riversava nella stanza era intensa, delineando un albero
ceduo che ondeggiava sulla parete di fianco al mio letto,
sovrapponendo l'ombra dei vetri a quella del fogliame.
Erano il sole di tarda mattina e il suono insistente del citofono,
qualcuno voleva assolutamente entrare.
Mi alzai di scatto; la stanza girava con me dentro. Mi
sedetti sul letto sperando che smettesse di vorticare. Mi
alzai ancora una volta, tendendo la mano verso gli oggetti
che sembravano scivolare via da me. Arrivai alla porta
mettendo insieme alla meglio i fatti della notte, in modo
che il luogo in cui mi trovavo ora, mentre premevo il
pulsante per aprire il portone, potesse tornare reale e stabile,
potesse contare ancora. L'assenza di suoni, la forza
di quell'assenza, mi rallent e quando, al lavabo, mi lavai
il viso con l'acqua fredda bevendone un po', anche
le mie viscere si fecero fredde e liquide. Indossai la vestaglia
per scaldarmi, mi pettinai per liberarmi gli occhi
dai capelli, ma tutto si sollev e sciabord come una marea
atlantica. Lui ama la costa del Maine e gli piace dirmi che
il Long Island Sound  un laghetto sporco e triste. A chi lo raccontavo?
A Helen. Forse potremmo portarlo un'ultima volta
nel Maine.
Il campanello suon di nuovo, un suono diverso adesso,
squillante, non metallico e stridulo. Era il mio campanello.
C'era qualcuno alla mia porta. Che premeva il mio
campanello e poi bussava. In alternanza. Chiunque fosse
non voleva esprimere cortesia ma urgenza. Tenni la
mano sul pomello e sentii il freddo del metallo affluire a
ondate nella corrente che mi circondava, respingendomi.
Mia madre pu portarci in macchina, cos noi ci possiamo
prendere cura di lui, Helen. Possiamo farlo, per lui. La sua ultima
gita all'oceano.
Se ero in grado di aprire la porta, mi venne in mente,
avrei potuto lasciare che l'acqua uscisse dalla stanza, da
me. Eppure rischiavo di far entrare qualcos'altro. Comunque
non sopportavo pi il freddo - in me, in lui - le sue
mani erano diventate fragili ghiaccioli. E la sua tosse asfissiante...
liquida quando non avrebbe dovuto esserlo. Il
suo corpo vuoto come un barile, altrettanto rigido, troppo
freddo, eppure invaso.
Presa la decisione, feci affidamento su quella, ma ancora
prima di aver aperto la porta del tutto lei si era gettata
su di me ... la faccia gi contro la mia. Capelli neri
che si agitavano, occhi castani fiammeggianti, come se il
suo cuore battesse all'impazzata; la bocca aperta, umida
e rossa per la rabbia. Perch non mi ha chiamato? Sto
male, male per la preoccupazione!. Jeanie Coughlan
aveva la stessa postura del padre... a gambe divaricate,
nel suo caso non per resistere alle intemperie esterne bens
a quelle interiori.
Mi sforzai di ritrovare il filo... Ho chiamato la notte
scorsa balbettai, ma ho riattaccato. Era troppo tardi.
Non mi ero resa conto che fosse cos tardi. Avevo intenzione
di richiamarla appena sveglia....
Ah, s? Appena sveglia?  quasi mezzogiorno.
Mi sono alzata tardi. C' stato un fatto spiacevole,
cio,  successo qualcosa.
A lui?.
No, no. Niente. Niente. Sono sicura che suo padre sta
bene. Ma la polizia. Ha chiamato la polizia?.
Sa almeno dirmi quando l'ha visto l'ultima volta?.
Diversi giorni fa, forse una settimana.... Confusa,
ricordavo, cercavo di svegliarmi, il suo respiro era cos
affannoso.
Lei indietreggi. Una settimana?!.
Non posso tenere d'occhio tutti i miei inquilini....
Avvicin ancora di pi la faccia alla mia. Ma pu
prendere i loro soldi, i soldi di mio padre. Se mancassero,
allora si che se ne accorgerebbe.
Non dica sciocchezze. Voglio bene a suo padre.
Come osa! Gli vuole bene e gli ha permesso di venire
a vivere qui? Dove  solo, dove non c' nessuno che
lo assista, che lo protegga. Non si prende la briga di rispondere
alle mie telefonate. Davvero, questo  troppo.
Insomma, chi  lei, comunque?.
Non riuscivo a starle al passo. Non sono qui per sorvegliare
suo padre. Lui  venuto qui proprio per evitare
questo.  in grado di....
In grado? Lei come lo sa? Che cosa sa di lui....
So che ama la sua libert, la sua privacy....
Mi interruppe: Chi  lei, a parte quella che prende i
suoi soldi? Quella a cui non importa dei desideri della sua
famiglia? Una parassita, ecco che cos', una maledetta....
Non dovremmo vivere cos, Celia. Per favore, tesoro.
La sua bocca si trasform in un campanello, stridulo...
sveglia, sveglia.
Per favore,  durato anche troppo.
Non potevo accettare anche solo l'idea di uccidere mio
marito, ma potevo almeno organizzare un'ultima visita
sull'oceano. Jeanie non poteva tenere al sicuro suo padre
n costringerlo ad assecondarla, per poteva rimproverare
me, farmi fare la parte della cattiva, farmi condividere
l'orribile pressione della sua paura. Le nostre mezze
misure, i nostri metodi ingannevoli di fronte alla sofferenza
sono loro stessi un dolore, una provocazione.
La sua bocca non riusciva a fermarsi. Sputava e mi
spruzzava di saliva come se cercasse di entrare dentro di
me e rivoltarmi, per localizzare le dimensioni e la portata
della mia colpevolezza.
La interruppi. Sono sicura che star bene. Sono sicura
che sta bene.
Non ero certa che mi avesse sentito, anche se irrigidivo
la mascella e stringevo i denti per simulare un sorriso
che la rassicurasse, come facevo con mio marito. Pi
tempo, tesoro, ci serve pi tempo, mi doleva la mascella, mentre
contavo i suoi respiri... Interloquii di nuovo, con studiata
leggerezza. Ne riderete insieme..., ma prima che
potessi finire la frase vidi la mano della figlia del signor
Coughlan sollevarsi di scatto; vidi per un istante il palmo
bianco e poi sentii il colpo caldo sulla guancia. Spalancai
rumorosamente la mascella e piegai il collo mentre
la testa, floscia e umida, rimbalz di lato. Mi aveva
colpito con forza liberandomi dell'acqua, e il dolore alla
guancia mi si propag in tutto il corpo come un incendio.
Finalmente ero sveglia e percepivo esattamente quanto
mi fosse vicina e si tendesse per tuffarsi dentro di me;
vedevo il disegno dei pori della pelle, alcuni vasi sanguigni,
e le lentiggini sul naso, che ammassate davano una
parvenza di pigmentazione; vedevo le crepe scarlatte negli
occhi, che si coagulavano; e capii che non avrebbe desistito,
che non poteva impedirselo. Ritrovai l'equilibrio,
controllai la solidit del legno sotto i piedi, e la colpii alla
stessa maniera, con la stessa forza e con tutta me stessa.
Avevo il braccio formicolante; mi doleva la mano; sotto
la morbidezza della guancia aveva trovato l'osso. No, no,
non dovremmo vivere in questo modo.
Allora lei indietreggi di un passo, e di un altro ancora,
coprendosi con entrambe le mani il punto dov'era stata
schiaffeggiata, quasi volesse conservarne le sensazioni.
Era rimasta sconvolta in un altro luogo e poi portata
qui a viva forza, proprio come me. Era calma quando disse: Chiamer la polizia.
Credo che dovrebbe farlo le risposi, deglutendo, fingendo
calma, anche se ero furente. Feci un cenno con la
testa, ma non rivolto soltanto a lei, perch quando si era
allontanata avevo abbracciato tutto l'atrio con lo sguardo.
Non eravamo sole. In cima alla rampa di scale c'era Hope, appoggiata al corrimano, che guardava e vedeva tutto quello che c'era da vedere.
...
.
...
Una donna trasformata in volpe.
...
.
...
Ero, o ero diventata, una donna che, se colpita, restituiva
il colpo. Ma... anche a un'altra donna? Avevo picchiato
una donna. Mi presi il tempo necessario ad assimilare
la notizia e a identificare i sentimenti che mi assalirono
subito dopo: rimorso, piacere, paura. Altra paura.
L'adrenalina. La forza improvvisa nel braccio, e il terrore
che generava. La mia imprevedibilit, qualcosa che
pensavo di aver tenuto sotto controllo negli anni trascorsi
nella mia casa. Gli inquilini li avevo scelti con cura. Ero
stata riservata. Tutte scelte che avevano contribuito all'obiettivo
di contenermi, e adesso? In un certo senso avevo
trascurato qualcosa. Non eravamo al sicuro.
L'indomani, quando tutti gli inquilini furono usciti, non
esitai un secondo: raccolsi le chiavi di ciascun appartamento
(chiavi che dopotutto erano pur sempre mie). Non
avevo molta scelta. Quell'adrenalina orribile e deliziosa
rappresentava una minaccia. Non potevo non agire. Si,
avevo voluto certi confini, creduto nella privacy, nel diritto
alla privacy, tuttavia da padrona di casa toccava a
me decidere chi se lo era guadagnato, quel diritto. Sicuramente
non pensavo che la scomparsa del signor Coughlan
fosse direttamente collegata a uno degli altri inquilini, tuttavia
negli ultimi tempi il tenore del palazzo era cambiato
parecchio, e dovevo occuparmi di tutto ci che avevo
trascurato nelle ultime settimane. Dovevo controllare tutto
ci che andava controllato. Dovevo chiarire. Ci sono
cose davanti alle quali si  inermi; circostanze avverse
che esigono contromisure: agire prima di ritrovarsi troppo
soli con le proprie scelte, o privati della possibilit di
scegliere. Il signor Coughlan era uscito dall'edificio ed era
come se fosse precipitato da una scogliera, e nessuno era
stato abbastanza pronto per accorgersene o per impedirlo.
Bussai, prima di aprire la porta dei Braunstein. Entrando
nel soggiorno salutai, e mi dovetti confrontare non
solo con il fatto di essere stata completamente spossessata
di quelle stanze, ma anche con la grande presunzione
con cui me le avevano portate via. I mobili erano stati
accatastati in mezzo al soggiorno. Tutt'intorno c'erano
lampade senza paralume per illuminare meglio i muri.
Tutti ridipinti; ogni stanza con un nuovo colore deciso:
il pi arancio degli arancioni, un azzurro ceruleo, un rosso
mattone; questa volta lei non aveva risparmiato le
travi che anni prima avevo ripulito e carteggiato. Angie
faceva esperimenti e dopo quattro anni di locazione non
riteneva necessario chiedermi l'autorizzazione. Si era
procurata del materiale che, stando alle etichette sui contenitori,
non danneggia n la fauna ittica n il pollame,
e che dava alla stanza un odore acre di interno di automobile
nuova; aveva staccato la mappa del globo di
Amnesty International che avevo notato durante la mia
ultima visita, quando la valvola di un calorifero aveva richiesto
una sostituzione. Aveva staccato le maschere della
Papua Nuova Guinea, o almeno da l mi aveva detto
che venivano, sistemandole in fila ordinata su un tavolino
basso, come se volesse essere sicura che stessero comode,
che avessero abbastanza aria (Non si sente mai
parlare dell'epidemia di AIDS in Papua Nuova Guinea perch
si tratta di un'area geografica per la quale gli Stati
Uniti non nutrono alcun interesse, ma sta diventando,
come dire, incontrollabile).
Con una rapida occhiata in cucina vidi i piatti impilati
nel lavandino/le erbe appese a essiccare sul davanzale
e almeno quattro esempi di ipoallergenico e biologico
pubblicizzati a caratteri cubitali e in colori ancora
pi vistosi sulle etichette del detersivo per i piatti, delle
proteine del riso in polvere, del pane e di alcune mele
grosse come il pugno di un uomo. Sul tavolo c'era una
scatola zeppa di volantini, manualetti su cosa fare, manualetti
su cosa non fare, moduli per la raccolta delle firme,
penne mordicchiate, oltre a un blocco stenografico
dall'aria vetusta. Diedi una scorsa e trovai una serie di
statistiche sui tassi di mortalit infantile, sulle emissioni
di co2, sull'infibulazione, oltre a un elenco di nomi,
compreso il mio, accanto ai quali aveva registrato le informazioni
condivise. Il nome del signor Coughlan non
c'era, come se non esistesse pi o magari non fosse mai
esistito, invece compariva gi quello di Hope; accanto
Angie aveva scritto in rosso: Procedure di riciclo - aggiornare
il condominio.
La camera da letto, almeno ai miei occhi, sembrava intatta.
La luce entrava da est e da sud, una luce calda e costante,
o cos mi era parsa quando, anni prima, avevo preparato
la stanza per i nuovi inquilini.
La camera da letto di George e la mia erano esattamente
sotto questa, per gli alberi e i palazzi vicini ci negavano
quella luminosit diurna. Mi ero augurata che una
stanza abitata di rado dalle ombre rendesse le complicazioni
dell'esistenza pi sopportabili, meno monolitiche.
Sul com c'era una fotografia incorniciata di Mitchell
con due indigeni di uno di quei posti da cui immaginavo
che le persone famose oggigiorno rubassero i bambini.
C'erano due ragazzi a torso nudo, si vedevano le costole,
e Mitchell era in piedi in mezzo a loro. Sorridevano tutti
e tre ma con gli occhi socchiusi e a disagio. Comunque
facevano come gli era stato detto di fare, soprattutto il marito:
durante un viaggio organizzato dalla moglie, faceva
esattamente quello che gli veniva ordinato.
Il letto, affogato sotto un piumino con un copripiumino
rosa cipria, era grande soltanto una piazza e mezzo,
bench lo spazio fosse sufficiente per un letto matrimoniale
standard o anche pi grande. Sul muro dietro la testata
era appeso un arazzo. Un pezzo indiano moderno,
avrei detto, oppure una buona imitazione, forse qualcosa
che Mitchell aveva insistito per portare a casa. I colori
erano pi spenti e sobri rispetto agli altri colori della
casa: una luna color carne si dissanguava in piccoli rivoli dentro una distesa blu.
Cercai altre tracce di Mitchell nell'armadio, una cabina
armadio. L'avevo attrezzata con due sbarre per le camicie
e i pantaloni e una pi alta per gli abiti da donna,
i cappotti lunghi. A Mitchell era stato assegnato meno della
met dello spazio, eppure i suoi indumenti erano pi
ingombranti e rigidi. Avevano l'autorevolezza degli abiti
maschili, giacche disegnate per evocare un'idea di forza
e simmetria nelle spalle. Avvicinai il naso al tweed, ai
maglioni di lana, al materiale sintetico del parka, della
giacca a vento. Conservavo alcuni indumenti di mio
marito ma li avevo sistemati non a portata di mano, cos
da impedirmi di continuare a toccarli e a guardare nelle
tasche in cerca di indizi di giorni che non avrebbe riavuto
indietro. Infilai le mani nelle tasche di una giacca
di Mitchell: trovai monete, un biscotto della fortuna, una
ricevuta del bancomat, una bustina di fiammiferi. I residui
consolatori di un sesso non destinato a uscire con cipria
e pettine, quei frammenti di rassicurazione sul proprio
aspetto.
Incapace di trattenermi, passai le dita su un paio di
pantaloni di rayon; in una tasca sentii il crepitio della carta.
Un biglietto scritto in una grafia che non conoscevo
diceva: Ti aspetter. Mi sembr una scrittura femminile
per via del modo in cui le lettere si inclinavano danzanti
ma al tempo stesso minute, di piccole dimensioni,
attente allo spazio che occupavano, comunque non ero
un'esperta e non ricordavo come scriveva Mitchell. Ti
aspetter poteva anche non significare nulla - ti aspetter
in tintoria o dal dentista o dopo il lavoro - oppure poteva
voler dire qualsiasi cosa - se scritto dalla donna sulla
Promenade, che era sottile come lui, forse altrettanto
oppressa dai dubbi. Allungando la mano per rimettere
il biglietto nella tasca lo feci cadere. Atterr sul pavimento
come una mano aperta. Pensai di lasciarlo dov'era.
Invece lo raccolsi, lo ripiegai in due, poi in quattro e me
lo infilai in tasca.
Hope aveva lasciato la porta di George aperta, e i fiori
ormai vecchi di giorni, o addirittura di settimane, a seccare
dentro i vasi. La chiamai e pensai a come suonava
sciocco gridare quel nome con quel significato, senza rivolgersi
a nessuno in particolare.
Quasi inciampai nel cavo dell'aspirapolvere. La spina
era inserita nella presa ma l'apparecchio era stato abbandonato
prima che potesse svolgere il proprio lavoro,
a giudicare dai petali e dagli altri detriti sul pavimento.
C'erano anche un flacone di detersivo e uno straccio.
Evidentemente aveva avuto l'intenzione di affrontare
l'appartamento e il lieve strato di lanugine che vi
aveva fatto crescere - aveva provato a immaginare qualcosa
di pi ordinato - ma aveva rinunciato prima ancora
di cominciare.
Fui lieta di vedere che la lampada di George non aveva
riportato danni.
In cucina le bottiglie di vino - rosso e bianco - vuote
erano state infilate dentro un sacchetto di carta, i piatti
erano nel lavandino immersi in acqua e sapone, e la gardenia
era finita sul tavolo di ciliegio. I fiori erano scomparsi
(non avrei saputo dire se da soli o per mano di
Hope) ma le foglie erano ancora lucide, e il loro verde intenso
aveva un che di decadente. C'era un segno sul muro
nel punto in cui il tavolo aveva urtato pi volte, ma mi
dissi che si vedeva poco e in ogni caso si poteva riparare.
Al posto di quel rumore e di quel movimento - una
scena che potevo ancora rivedere mentalmente - c'era
questa pianta ultraterrena, un dono scelto accuratamente
da una figlia per la propria madre, che nell'inazione
faceva tutto, prendeva la luce nel silenzio di un appartamento
deserto.
Le orchidee di George, ben tre, ognuna con il suo brutto
carattere, erano sistemate come cantanti di carole natalizie
intorno alla finestra pi vicina al letto. Non erano
fiorite, per c'erano boccioli sui rami e la terra nei vasi
era umida. Erano state curate. Davanti a tutte le finestre
gli alberi si agitavano - com'erano cresciuti in fretta in
primavera e con quale stravaganza - e la stanza, con le
imposte aperte, ondeggiava insieme a loro, al sole e agli
alberi in lotta, trasformando in liquido le ombre e in mutaforme
i mobili. Forse per questo Hope non aveva rifatto
il letto con cura, per la fretta di lanciarsi nella giornata
aveva tirato le coperte sopra i cuscini, ma da una parte
scendevano fino a toccare terra. Al mattino l'avevo vista
partire carica di sacchetti che parevano nuovi; non avrei
saputo dire se andasse a restituire o a consegnare regali,
per prevedevo che l'operazione avrebbe richiesto tempo,
almeno un viaggio a Manhattan e ritorno. Quando l'avevo
sentita scendere le scale in un fruscio di carta per poi uscire,
mi ero fatta in disparte per non essere vista. Non volevo
sollecitare altri commenti sull'incidente del giorno prima.
S, s, non appena la figlia del signor Coughlan era andata
a passo spedito a chiamare la polizia, e Hope e io eravamo
rimaste sole, dalla cima delle scale lei mi aveva rivolto
un sorriso malizioso. Aveva inarcato le sopracciglia,
si era illuminata e sembrava sul punto di scoppiare a ridere
o applaudire o entrambe le cose. Prima che potesse
agire avevo detto: Mi dispiace che tu abbia dovuto assistere.
Con il tono pi solenne che mi era concesso dalle
viscere in subbuglio.
A me no! aveva gridato lei, e il suo tono deliziato
caric la porta che richiusi sbattendo.
Adesso, in camera da letto, nel suo profumo di rose
e rosmarino, il persistente aroma corposo e dolce di Hope,
quella stanza soddisfatta di essere in combutta con gli alberi
nuovi, dovetti resistere per non rifare il letto, ma quando
la mia mano tocc il cotone fresco del copriletto, lo afferr
e lo tir in cambio di una piccola simmetria, quanto
bastava perch nessuno se ne accorgesse. Quando mi
avvicinai per un ulteriore aggiustamento colpii qualcosa
col piede, un quaderno aperto che era rimasto nascosto
sotto il copriletto, un bel quaderno rilegato in cuoio con
una foglia stilizzata sulla copertina. Sulle due pagine
dov'era stato lasciato aperto c'era una lunga lista che a
una prima occhiata sembrava banale.
Appuntamento dentista
Parcella avvocato
Comprare stivali a Danielle, da Bendel
Il mio giardino
La grafia cambiava, da ordinata a molto corsiva: parole
che terminavano in tratti orizzontali, trascinati, e
lasciavano aperte ipotesi su quello che c'era scritto. Le
studiai, interrogandomi.
Tesserai metropolitana
Ginecologo
Un buon stufato di manzo? Macelleria di Clark Street. Animali
ben allevati.
Fagioli dall'occhio?
I suoi preferiti.
Peli grigi nelle orecchie. Due peli grigi e duri su un lobo, tre
sull'altro. Da quanto tempo ci sono? Cinque anni? Sei.
Non  pi un ragazzo. Non lo accetta.
Aveva lasciato in bianco il resto della pagina. La successiva
cominciava con
K-Y
Chiamare l'avvocato di D
Leo e inaugurazione della galleria
Bendel?
Compleanno di J
Neo vicino al cuore. Cominciava a sembrare una crosta al tatto.
L'appuntamento che gli ho preso con il dermatologo. Si 
ricordato di andarci?
E il completo blu. L'abito con cui ci ha accompagnate a casa.
Lo indosser ancora? ... No.
Come liberarsi liberarsi liberarsi di lui?
Les
Girai la pagina, tornai indietro e trovai altri elenchi di
incombenze e appunti e poi interruzioni di prose, a volte
lunghe e altre brevi, non sempre perfettamente leggibili...
non ero sicura di quel che leggevo.
Quella vena sul polpaccio, che risale l'interno della gamba. Ogni
anno  pi scura e pi spessa e te la gratti come se fosse un'irritazione
cutanea. Tu e i nostri figli e ogni stanza che abbiamo
abitato sotto la mia pelle...
Lester. Un uomo che supera il proprio nome. Davvero? S...
Per lui soldi e avventure. Mi dice che posso essere qualsiasi donna
voglia essere. Appena apro le gambe torna alle vecchie abitudini
e tu con me ovunque dentro di me e ovunque io vada.
I tuoi gusti, 25 anni di cose che ti fanno ridere, che ti danno
piacere. Tu che torni a casa da me con il tuo completo blu coperto
di polvere, mentre tanti mariti non...
In una pagina successiva il ricordo di una cena romana
dove l'olio di tartufo era come paradiso liquido che
mi veniva versato dentro:
Costretti a vergognarsi degli anni vissuti, degli impegni che
ci siamo presi. Abbiamo l'esperienza ma non la dobbiamo far
vedere. Il nostro viso non pu mostrarla, i miei seni non possono
cedere. Se succede,  colpa nostra. Nostra vergogna. Invecchiare
significa che non stiamo facendo le cose bene, che non
ci amiamo come ci viene chiesto di amare gli altri, tutti gli altri,
i nostri figli, i nostri amici, i suoi amici, la sua famiglia,
i loro figli, accoglierli, con tutti i loro problemi, le loro pance
vuote, la loro biancheria sporca. Danny che mi scruta pelle, capelli,
come se contenessero una risposta. Les mi ha schiaffeggiato
sul viso. Non l'ho sentito, non come dolore, almeno.
Si chiava una donna morta.
Isolata in una pagina tutta per s, la frase nel mezzo:
Dice di amarla. Mi sono innamorato. Mi sono innamorato, dice.
Dopo tutti questi anni. Come  potuto succedere? Amala lontano
dai miei occhi, gli ho risposto.
E da una annotazione che mi pareva pi recente:
Les mi ha comprato della biancheria. Le cose pi sciocche. Fantasia
pornografica extraordinaire. La riporter al negozio...
Devo dire a D di portare pi spesso i capelli sciolti sulle spalle.
Non vedo altro che le orecchie di suo padre.
Prescrizione per dormire.
Avvocato
Neosporin
Chiusi il quaderno, lo strinsi al petto. Il mio cuore batteva
forte contro la copertina. Lo riaprii per cercare il mio
nome. Poi decifrai gli ingredienti di una ricetta per gli spaghetti
con la zucca, come li aveva scritti lei, nell'ordine
sbagliato. Mezz'ora in forno a 180. E trovai l'elenco per
la festa di George, di cibi e invitati. C'era il mio nome con
creatura austera?? e vicino, triste.
Mi rimproverai e riposi il quaderno grosso modo dove
lo avevo trovato, in parte coperto dalle lenzuola. Quando
lo spinsi forse un po' troppo sotto, uno degli angoli
fece rotolare un oggetto, un bicchiere a giudicare dal
suono, un bicchiere da vino in effetti. C'era una traccia
di rosso polveroso. Mi misi carponi per individuare la
macchia, per valutarne le proporzioni. Scoprii una goccia
rosso sangue grande come un dollaro indiano sul tappeto
Kashan di George. La toccai con un dito e sentii che
era ancora vagamente appiccicosa. Avrei potuto pulire la
macchia, se mi fosse stato permesso. Portai il bicchiere in
cucina e lo immersi nell'acqua e sapone. Rimasi ad aspettare
che si appoggiasse sul fondo del lavello, in ascolto.
Aspettavo.
Non me ne volevo andare - quasi quasi desideravo
che lei tornasse e mi sorprendesse l - nell'appartamento
che era mio per diritto, soprattutto durante l'assenza
di George. Forse le avrei detto che avevo sentito puzza
di gas o magari me ne sarei rimasta in piedi in mezzo alla
sua marea ad aspettare che la vedesse come la vedevo io,
che saliva e saliva noncurante delle previsioni delle vite
degli altri.
Tornata nel mio appartamento fui accolta da una voce
maschile che non conoscevo. Afferrai la mazza, una delle
vecchie mazze da golf di mio padre, ma poi mi resi conto
che la casella vocale fornita dal mio gestore telefonico
doveva essere piena e quindi la chiamata era stata trasferita
alla vecchia segreteria. La cadenza, l'inflessione della
voce erano di Bay Ridge o Staten Island e tradivano il
compiacimento di essere riconosciute come tali; non si preoccupavano
per qualche g troppo sonora alla fine delle
parole, e le consonanti si scioglievano come burro.
Era un poliziotto. Telefonava per farle qualche domanda
su un certo Joseph Coughlan, per avere conferma
di alcuni dati che mi sono stati forniti da Jeanette Coughlan,
riguardo alla scomparsa del padre. Parlava molto
in fretta e quando arrivai correndo ad alzare il ricevitore
lui aveva gi chiuso con me, era gi impegnato in un'altra
chiamata, un'altra serie di domande indagatorie. Un controllo.
Pro forma.
Strinsi forte la plastica del telefono nella mano e ascoltando
il suono di libero andai in trance. In quella deriva
mi vidi chiamare la sorella di mio marito e dirle cose che
non le avevo detto. Sapeva che un tempo lui era stato convinto
che saremmo andati ad abitare in Valnerina, in Umbria,
o sul Lago di Como, e che magari per un periodo
avremmo vissuto in Grecia o in Turchia? Dove avremmo
cresciuto figli che parlavano un inglese spumeggiante di
parole straniere? O che quando percorrevamo il ponte di
Brooklyn lui toccava ogni volta il montante laterale, per
ringraziare il ponte, per rassicurarlo?
Di certo non sapeva che l'ultimo libro che gli avevo
letto, quando era ancora in condizioni di ascoltare, era La
signora trasformata in volpe, una breve storia fantastica che
racconta di una donna che durante una passeggiata nel
bosco con il marito si trasforma in volpe. Non un capolavoro,
per sorprendente e dolente. Lo avevamo trovato
tutti e due piacevole. Avevo ancora quella copia, comprata
di seconda mano, odorava ancora della zuppa di
fagioli cannellini che gli piaceva cucinare, e che quel giorno
gli avevo preparato io. Avevo intrappolato tutto, il libro,
con il suo odore di aglio, dentro una busta Ziploc.
E sapeva quante volte lui mi aveva chiesto di farlo ritornare,
nella mente e nel cuore, in perfetta salute, senza cedere
nemmeno una cellula, niente, all'uomo devastato a
cui era rimasta, come diceva lui, soltanto una carta da
giocare? No, non lo sapeva.
Come non lo sapeva mia madre.
Cosa non avrei dato per sentire la voce di mia madre
in quel momento. Probabilmente stava camminando sulla
spiaggia oppure stava ballando o si stava preparando
a fare una delle due cose. Con la pelle calda di sole.
Per qualche tempo, dopo che mio padre era morto al
suo golf club, sette anni prima, aveva bevuto. A mio padre
piaceva giocare a golf e gli piaceva quell'unico bicchiere
che si concedeva dopo le diciotto buche: un Manhattan
oppure un martini vodka a seconda della stagione.
Una sera un aneurisma lo aveva stroncato prima che finisse
di bere e per questo mia madre aveva bevuto quel
bicchiere al posto suo, ripetutamente, per una decina di
mesi, con dedizione, fino a quando, piuttosto all'improvviso,
aveva deciso di prendere un aereo per la Florida per
andare a trovare una compagna di liceo. Appena arrivata
era andata a ballare in un locale di lusso e ci era tornata.
Aveva smesso subito di bere e quando sentiva quell'impulso
irrefrenabile andava a camminare sulla spiaggia
fino a quando non le facevano male le gambe. Una
visita che doveva durare un week-end lungo si era trasformata
in un soggiorno di un mese e poi in un appartamento
in affitto. Nel giro di due settimane aveva incontrato
un uomo a cui piaceva ballare. Nel giro di un anno
aveva venduto la nostra casa nel Connecticut e si era trasferita
a Venice Beach. Adesso andava a ballare in locali lungo la costa, la costa del Golfo. Possedeva scarpe con
fiocchi argentati e abiti con gli strass. Le capitava di bere
una coppa di champagne, si ispirava alla trasmissione
di Oprah per farsi coraggio ed era ancora bellissima. Sperava
che un giorno la raggiungessi; mi mandava le proposte
delle agenzie immobiliari. Ero andata a trovarla
soltanto per pochi giorni, dopo la morte di mio marito, e
bench non la vedessi da quasi due anni, lei non cedeva.
Un giorno, dopo aver saputo che avevo comprato casa, mi
aveva detto: Non torner. Un'altra volta, che Brooklyn
ormai era stantia... non me ne accorgevo? Dove avevo gli
occhi? Il naso? Il cuore? Perch ero cos rigida e, lo diceva
senza bisogno di parole, cos diversa da lei?
Una creatura austera, mia madre non avrebbe contestato
la definizione, no, ma mio marito aveva amato
New York, e io gli avevo fatto delle promesse, promesse
ai suoi affetti vivi. Gli piaceva persino la metropolitana, a
me no, e non la prendevo, mentre a lui piaceva anche solo
farci un giro e osservare, lasciarsi ipnotizzare fisicamente
dal movimento... conosceva la storia della citt meglio
della maggior parte dei suoi abitanti... aveva vissuto in
due dei cinque distretti fino a undici anni, e dalla periferia
di Detroit, dove si erano trasferiti i suoi, leggeva libri
su New York come i suoi coetanei leggevano le storie della
Terra di Mezzo di Tolkien. Era il luogo del mito, per
lui, non c'era niente di pi consolatorio o eccitante della
sirena del traghetto di Staten Island che ogni mezz'ora
risuonava attraverso il quartiere di Brooklyn Heights. Forse
 per questo che non avevo potuto dire di no al signor
Coughlan, il mio uomo del traghetto. Appoggiai il ricevitore.
Il segnale di libero era diventato un avvertimento.
Non riuscivo ancora a trovare dentro di me lo slancio
per giustificare a chicchessia le scelte che avevano dato
forma ai miei giorni da quando ero rimasta vedova, per
metterle a confronto con le convenzioni. Ultimamente capitava
sempre pi spesso che gli eventi rischiassero di travolgere
le mie scelte, come se si fossero scatenate correnti
che non riuscivo a vedere. Svelta. Svelta. Presi il cappotto.
Lo avrei trovato, o cos mi dicevo per rassicurarmi.
In ogni modo non era impossibile.
...
.
...
Vietato il vagabondaggio.
...
.
...
Fuori, il vento agitava ancora le nuove foglie verdi.
Riempivano il mondo delle strade di Brooklyn, facendoti
dimenticare tutti gli spazi che fino a poco tempo prima
erano aperti e desolati, quella peculiarit dell'inverno
in citt: variazioni di grigio, i contorni rigidi di rami,
recinzioni, cemento. S, tutte quelle bocche spalancate
che non avevano detto nulla e avevano detto tutto per cos
tanto tempo erano colme fino all'orlo, nascoste, e a quel
punto fuori tema. I volti lungo la strada cercavano di registrare
quel nuovo fenomeno, il fatto che tutto si fosse
ammorbidito, e anche loro, come il resto, tentavano di essere
all'altezza della nuova stagione e delle sue esigenze.
Cercai il signor Coughlan sulle panchine, e sotto. Perlustrai
le strade vestite di nuovo. Attraversai Clinton Park
diretta a nord, a Brooklyn Heights, per svoltare in Cadman
Plaza Park. Avevano realizzato una nuova pista da
jogging che sotto i piedi dava la sensazione del sughero.
Mi costrinsi a guardare nelle tavole calde di Montague
Street. I bar erano ancora chiusi ma i peri che costeggiavano
i due lati della strada erano stupefacenti, come se
qualcuno, pi o meno una settimana prima, avesse acceso
un interruttore facendoli diventare bianchi per lo shock,
vivi, ultraterreni, e la magnolia all'angolo con Clinton era
talmente carica di fiori che alcuni petali stavano gi cadendo.
Il vento non riusciva a impedirsi di disturbarla.
Ebbi difficolt a scendere nella metropolitana. Per
ben due volte imboccai le scale e poi tornai su. In ultimo,
trattenni il respiro, aspettando di sentire il vento scompigliare
i miei capelli e i rifiuti sulle scale del treno R. Una
fermata e poi Whitehall, da dove partiva il traghetto per
Stateri Island. Non prendevo la metropolitana da chiss
quanto, e lo avevo fatto solo quando non avevo avuto alternative.
In quella che sembrava un'altra vita, che in effetti era
un'altra vita, quand'ero sposata a un uomo giovane e sano
e avevo un lavoro a tempo pieno in ufficio, prendevo la
metropolitana tutti i giorni. Arrivavo di corsa, superavo
il tornello, entravo nell'ascensore dalle pareti impregnate
d'ammoniaca, il cuore che batteva il tempo, numeri -
del tempo, delle monete - che per me erano pieni di significato
e poi ticchettavano anche loro e si sommavano
e sommavano fino in alto dove avevo una visione del futuro.
Cose che volevo vedere realizzate costruite su palafitte.
Uscivo dall'ascensore con altri corpi, scendevo di
corsa altre scale, odiando gli altri pendolari, come, loro
odiavano me, odiando il treno che non arrivava puntuale
come me. Sulla pensilina fissavo il quadrato di buio da
cui sarebbe emerso il treno, negoziando con lui perch
arrivasse subito, no, non subito, in quel preciso istante.
Evitavo l'acqua che gocciolava deformando piastrelle e
cemento dove cadeva da tempo, da molto tempo gocciolava
in quel punto. Sentivo gi nel naso l'aria stantia e
gessosa e mi ritrovavo a osservare sui binari deserti le
code dei topi che sventolavano verso di me, ipnotiche.
Non volevo dedicarmi allo studio delle code dei ratti n
a quello degli infiniti disegni che l'intonaco, staccandosi,
formava sulla parete. La citt sembrava non disporre
mai delle risorse necessarie per mostrare un po' di affetto
a queste stazioni, neppure nel sofisticato quartiere di
Brooklyn Heights. Ormai la maggior parte del denaro andava
al servizio di sicurezza. Uomini in uniforme, del Dipartimento
di polizia di New York o della Guardia Nazionale,
armati, a volte con i cani. Erano pi necessari.
Un'altra forma di bruttura. Stato di allerta annunciato. Stato
di allerta sospetto.
Una volta vedere gli europei in visita mi faceva ridere;
erano meno spaventati, come se New York fosse un avamposto
dell'Europa e, dopo che il dollaro aveva perso valore,
un parco giochi, un centro commerciale. Osavano
definire bella la citt in inglese, francese, spagnolo, tutte
lingue che conoscevo. S, Fifth Avenue, lo skyline, il
ponte, Central Park, quel che rimaneva della Plaza, l'energia
logorante, l'efficienza del commercio anche dopo l'11
settembre. Ma io avrei sempre desiderato correggerli.
Spiegare loro che non stavano vedendo quello che vedevamo
noi ogni giorno - prima e dopo il crollo delle Torri
- e non sentivano l'odore che sentivamo noi e non se
lo portavano addosso, sui vestiti, nei capelli. Se c'era, la
bellezza, per chi abitava in citt, era nascosta e mescolata
alla bruttezza.
All'epoca c'erano certe mattine, non tutte, dipendeva,
in cui, dal punto dove mi trovavo sul binario della metropolitana,
la vedevo. Bench molti fossero chini in direzione
del tunnel, a osservare lo stesso buio denso e polveroso.
Cos tante mattine passate ad ascoltare il buio, a pregarlo,
e proprio quando l'impazienza si trasformava in
movimenti e sospiri e imprecazioni, ecco un indizio luminoso
sulla parete della galleria. L'oscurit balzava via
con un lampo e poi tornava, per essere perforata subito
dopo da una scheggia che diventava una linea continua,
fatta interamente di luce, e delicata come null'altro al
mondo. La luce aumentava, in riquadri e strisce, si agitava
sempre pi velocemente, diffondendosi come soltanto
la luce o la gioia si possono diffondere, contagiosa e
imprevedibile, e, a meno di essere privi di sensi, il corpo
ti si risvegliava vibrando insieme al metallo e all'aria
calda e al rumore - che oltraggioso fragore! - del treno
in arrivo. Esilarante, almeno per me. Ogni genere di traffico
umano - bisogno, noia e rabbia - ti aspettava su quel
treno, ma per un istante, con il rimbombo nelle orecchie,
ti precipitavi dentro, in preda al delirante desiderio di
movimento.
Quel giorno, passata l'ora di punta, sulla banchina si
percepiva un vuoto; arrivava ben poco della giornata primaverile,
salvo forse per il modo in cui erano vestiti e si
comportavano alcuni ritardatari che a quell'ora non avevano
fretta. Presto si sent il rumore del treno che si avvicinava,
prima ancora che lo potessimo vedere. Avevo
dimenticato che a volte succedeva, l alla fermata di
Court Street, quando il traffico si era calmato. Poi il treno
si ferm con il suo enorme frastuono di cento forzuti
che martellavano sull'acciaio, il metallo dei freni, stridente
come urla di streghe, che ti lacerava i tessuti molli.
Mi sporsi verso il vento, il pi possibile vicino ai binari.
Quando si aprirono le porte esitai solo un istante per riprendere
fiato.
Dentro, ogni cosa era riflessa, le pubblicit della
vodka e degli ambulatori di podologia, su tutte le superfici.
La carrozza era piena all'incirca per un terzo. Mi sedetti
di sghembo di fronte a una ragazza che si stava mettendo
il fard sulle guance. Brillava come mica, tropicale.
Lei reggeva lo specchietto con una mano, scrutandosi con
estrema seriet, poi pass al rossetto, un'altra versione di
rosa, di estate, di freschezza. Sembrava incurante del fatto
che qualcuno la guardasse. Io la guardavo a tratti. Un
ebreo cassidico seduto a un posto da me, con la barba
scura, gli occhi neri, cappotto lungo e cappello, la fissava
apertamente. Lei non gli diede mai la soddisfazione
di rivolgergli un'occhiata.
In altri punti della carrozza c'erano dita che si muovevano
spasmodiche su aggeggi di vario tipo, qualche testa
era dotata di cuffie alle orecchie. A una estremit un
ragazzo allampanato avvicin il suo gioco elettronico al
naso, lo schermo gli illumin gli occhi facendogli diventare
azzurra la fronte. I pollici affusolati si muovevano
senza sosta; battevano, premevano e schiacciavano sempre
pi veloci, come se fosse il treno a stabilire la velocit,
non soltanto il gioco.
C'era cos tanta energia potenziale in quel rapporto
uomo-congegno, aggeggi progettati per far valere il diritto
inalienabile alla privacy in pubblico, per distogliere
lo sguardo e altro ancora. Un tizio teneva fra le mani il
Daily News. Neanche un libro nella mia carrozza, quel giorno.
Un tempo osservavo cosa si leggeva: Dean Koontz,
Patricia Cornwell, Nelson DeMille, Stephen King. Mi era
capitato di vedere persino la Woolf, s, Virginia, Cechov
e Calvino, anche se non tanto spesso, onestamente, e poi
c'erano tanti libri che non ero in grado di classificare perch
non avevo le competenze per farlo, molti in altre lingue,
in alfabeti diversi. All'epoca lavoravo nell'editoria,
in una piccola casa editrice, ed ero convinta, come solo
i giovani sanno esserlo, che certi libri, i libri giusti, dessero
la misura di quanto uno ambisse a impegnarsi nella
vita. Se adocchiavo fra le mani di qualcuno un libro che
apprezzavo, guardavo per vedere se dietro c'era una faccia
come la mia o come quella di un conoscente. In genere
mi prendevo delle occhiate ammonitrici. La distanza
non era mai troppa sotto la metropolitana, perci non
ci si doveva mostrare troppo curiosi e indugiare con sguardo
interrogativo sugli altri troppo a lungo.
L'uomo seduto due posti pi in l si protese verso il
corridoio che lo separava dalla ragazza. Voleva farsi vedere.
Lei continuava a rifiutarsi di guardarlo. Si pass
un'unghia sul contorno delle labbra per accertarsi che il
rossetto non avesse sbavato. Eppure lui continuava a protendersi,
e io sentii caldo e prurito al collo. Ero o non ero
una donna capace di rispondere colpo su colpo? Che ansia.
Nuovi sconosciuti, specialmente l sotto, dentro quei
vagoni affollati, dove gi una volta mi ero buttata via.
Era cominciato cinque anni prima, un po' di pi. S,
la mia prima lunga giornata da vedova. S, quel giorno
non mi ero nascosta dietro un quotidiano e non mi ero
chinata su un libro. Avevo la morte in bocca, sulle mani
e nei capelli, sulla pelle, dappertutto. Avevo abbandonato
ogni protezione. Avevo guardato l'uomo che mi guardava,
che mi cercava. Portavo indumenti leggeri, ero leggera
e lo stavo diventando sempre di pi, tutto in me era
trasandato. L'aria condizionata di un luglio newyorkese
mi aveva fatto venire la pelle d'oca. S, l'uomo con le guance
che sembravano appena schiaffeggiate aveva cambiato
posto almeno quattro volte per venire a sedersi accanto
a me e ansimarmi all'orecchio. Oggi mi hanno licenziato
aveva detto. C'era un che di est-europeo nel suo accento,
come nelle sopracciglia distanziate e nei capelli color
paglia appiccicosi di gel. Vedendo che non mi giravo a
guardarlo e non rispondevo, ma annuivo debolmente e
tenevo lo sguardo fisso davanti a me, lui si era spinto oltre:
Mi piacerebbe stare con te. Odorava di sapone Ivory
e di sudore, un odore persistente e acido. Penso che piacerebbe
anche a te. Nemmeno allora mi ero girata a guardarlo,
limitandomi ad annuire un'altra volta, lieta di essere
distolta dall'orribile ripetitivit dei miei pensieri.
Avevo continuato a restare in silenzio e a evitare di
guardarlo. Questo lo aveva reso pi ardito, anche se aveva
impiegato ben quattro fermate della metropolitana per
farcela. Per trovare il linguaggio adeguato, il giusto grado
di forza da usare. Quando mi aveva chiamato puttana
per la prima volta mi era quasi venuto da ridere; non
soltanto perch era una parola che veniva da un altro mondo,
ma per il tono interrogativo, come se volesse ricevere
la mia approvazione. Quando sulle prime mi ero rifiutata
di baciarlo mi aveva tirato i capelli ma non forte,
non subito. Mi aveva portata nel bagno degli uomini di
una tavola calda deserta. Io, una donna laureata, una
donna colta, e da quel giorno vedova di un uomo che
avevo amato pi di me stessa.
Aveva chiesto la chiave all'uomo mezzo addormentato
dietro la cassa e gli aveva allungato una banconota
stropicciata. Probabilmente una banconota da un dollaro.
Una volta chiusa la porta mi aveva fatto appoggiare al
lavandino, mi aveva abbassato con violenza i pantaloni
con la coulisse e con voce dolce e balbettante mi aveva
spiegato che io non valevo niente e che adesso lui mi dominava,
che questo era quello che avevo sempre desiderato
e di cui avevo sempre avuto bisogno come donna,
che lo avremmo fatto tutte le volte e in tutti i modi che
voleva lui perch adesso era il mio padrone. Proprio
cos aveva detto. Quasi gentile, come un giovane medico
che d indicazioni a una paziente, non fosse stato per
la violenta luce al neon che metteva in risalto il sudiciume
ovunque e la smorfia che gli induriva le labbra. Mi
ero mossa come e dove chiedeva. Mi aveva preso da dietro
e quando non era riuscito a venire aveva cominciato
a colpirmi sulla schiena, dandomi prima schiaffi e poi
pugni. Mi aveva chiesto di dire delle cose. All'inizio non
avevo ubbidito. Non era nelle mie intenzioni compiacerlo.
Mi aveva sbattuto la testa contro lo specchio. Allora
avevo fatto come diceva.
Cercava cose prevedibili. Tuttavia le parole, bench
logorate dall'uso, possono modificarsi e in effetti si modificano
notevolmente a seconda del contesto; essendo
porose assorbono il timbro stridulo di una voce maschile,
della insincerit della tua; c' la banalit del dispenser
del sapone rotto mentre gli dici scopami, la velatura
e le macchie sul vecchio specchio appeso sopra il lavandino
quando gli dici che ti piace, e lo straniamento benedetto
dalla degradazione che quel giorno avevo permesso.
Ero effettivamente bagnata, per una volta, forse per
gratitudine all'idea che per quell'atto non sarei stata in
lutto come all'improvviso ero e ancora sarei stata. Il punto
era esattamente questo, allora e nei giorni che seguirono.
Avevo lividi e abrasioni dentro, sulla fronte, sulla
schiena, che durarono settimane, ma come Hope quasi
non me ne accorgevo.
Persi la fermata. Mi ero lasciata trascinare. Diventai
un altro corpo vibrante lanciato su se stesso a ricordare
il ritmo del treno, degli altri corpi, li in mezzo, che andava
e veniva, vedeva e non vedeva. La ragazza e il suo trucco
se ne erano andati. Come se ne era andato l'ammiratore.
A Union Square scesi e tornai a sud. Mi sfiniva, lo
sforzo, mi faceva sentire con troppa acutezza che tanta
parte dell'esistenza umana consiste nel decidere quando
resistere e quando cedere, quando ti puoi lasciar trasportare
e quando non puoi, non te lo puoi permettere.
Siccome ero affaticata, quando raggiunsi il terminal
del traghetto dov'ero andata a cercare il signor Coughlan
non mi resi subito conto dell'effetto che mi faceva quel
posto. I soffitti alti, le pareti vetrate, la struttura in metallo
bianco. L'ambiente molto simile a un aeroporto.
Mentre ero sulla scala mobile che conduceva all'atrio principale
vidi gli addetti alla sicurezza che conversavano
scomposti, in gruppo, con aria annoiata. Le etichette sulle
giacche blu indicavano che facevano parte di una societ
privata. Qualcuno di loro teneva al guinzaglio un
labrador a pelo chiaro. Cani affabili e sorridenti, con le
lingue penzoloni. Per arrivare alla sala d'attesa bisognava
passare attraverso una serie di metal detector di scarsa
affidabilit, grandi come lastre tombali. Nessuno fece
caso a me. C'erano soltanto tre negozi: una panetteria,
un'edicola e una gastronomia; e file di panche di granito
marrone striato di grigio che non appena mi sedetti
mi provocarono un brivido in tutto il corpo.
Nell'angolo pi lontano della struttura c'era un'altra
guardia, sul lato dov' collocata la Statua della Libert,
che era alla sua sinistra, alle sue spalle. La dama verde
del porto era troppo lontana e troppo piccola perch si
potesse distinguere che cosa teneva in mano (bench sapessi
di cosa si trattava, non lo sapevamo forse tutti?),
ma da quella distanza era chiaro soltanto che lo faceva
con efficienza, con il bello e il cattivo tempo. Mi alzai e
mi avvicinai all'uomo. Ero troppo esausta per sorridere
in maniera convincente ed evitai di farlo. L'acqua dietro
la vetrata catturava il riflesso del sole e me lo gettava negli
occhi.
Cerco un amico, un mio inquilino dissi con cautela,
tenendo gli occhi socchiusi. Lavorava su un traghetto, un
tempo. Ho pensato che potesse essere venuto qui, per fare
un giro.  un uomo anziano, con i capelli bianchi, non alto.
Il volto a cui mi stavo rivolgendo era impassibile, largo; gli
occhi quasi nascosti dalle pesanti borse e le labbra secche.
Signora, di qui passa un sacco di gente....
 naturale, ma ho pensato che potrebbe aver fatto andata
e ritorno, o magari essersi seduto qui, ad ammirare
la vista. L'uomo si gett un'occhiata alle spalle per controllare
il panorama, come se volesse verificare che vedessimo
la stessa cosa.
Ormai nessuno  pi autorizzato a rimanere sul traghetto.
Prima devono sbarcare, se vogliono tornare indietro,
e non incoraggiamo pi le corse multiple. Non ce
l'aveva il labrador a pelo chiaro, quell'uomo. Incroci le
braccia. Non mi sembrava lontano dalla pensione. La sua
pelle color teck riusciva non so come a sembrare giallastra.
Si imbarcano qui disse indicando i cancelli 1 e 2,
e scendono li concluse additando un corridoio che separava
il punto in cui sbarcavano i passeggeri dalla sala
di attesa. Controllo del traffico.
Prover ad aspettare un po'. La ringrazio.
Lui non rispose, limitandosi a guardarmi dalla testa
ai piedi, non con derisione ma perch sospettare faceva
parte del suo mestiere, delle giornate metropolitane che
ormai condividevamo. Era anche un'interpunzione: torn
a sorvegliare il grande salone, aveva altre cose, e persone,
da tenere d'occhio.
Tornata alla mia panca di pietra, vedevo soltanto il
mare, come la brezza correva sulla superficie dell'acqua,
agitando la luce, trasformandola in onde. La costa del New
Jersey, di fronte, a occidente, era indistinta a causa della
nuova vegetazione e sotto il dominio del cielo finiva
per sembrare insignificante, una striscia disseminata di
costruzioni.
L'uomo della sicurezza lasci il punto dove si trovava
per raggiungere i colleghi. Sentii uno scoppio di risa.
Forse li titillava l'idea che una donna li pensasse capaci
di riconoscere un vecchio fra migliaia di passeggeri, o che
tutti i vecchi capitani di traghetto si riunissero l. O forse
no, forse io non ero cos importante. Era piuttosto improbabile
che riuscissi a trovarlo - lo sapevo quanto loro -
ma comunque tutto il cielo che mi veniva offerto in quel
punto mi piaceva. Doveva piacere anche al signor Coughlan.
Ero sicura di questo, e la cosa mi consolava. A New
York non era sempre facile venire a contatto con gli spazi
aperti, lo spazio vero, a meno di essere molto decisi o
molto ricchi. Per lo pi i nostri traffici si svolgevano fra confini:
di un treno, un ufficio, un appartamento sotto o sopra
una fila di appartamenti, strade fiancheggiate da edifici
altissimi che dividevano il cielo in porzioni e spesso schermavano
la luce. Qui invece lo spazio, insieme alla generosit
della giornata, o alla sua mancanza a seconda della
stagione e del clima, veniva elargito su tutte le facciate
dell'alta scatola di cristallo. Gli alberi di Battery Park
sulla destra agitavano nell'aria le loro parti pi fluttuanti.
Chiusi gli occhi memorizzando ogni particolare. Immaginando
di avere, dentro di me, spazio per tutto: foglie
che tremolavano, nubi che si sfilacciavano, l'azzurro
come uno sconfinato fondale per quel luogo e per me e
altro, e la sensazione che qualcosa si sciogliesse anche se
di pochissimo. Valeva la pena arrivare fin l per vedere
tutto quello che riuscivo a vedere. Presi in considerazione
la possibilit di andare sull'altra sponda, ma l'ultima
volta che ero salita sul traghetto, dal vecchio terminal,
c'era mio marito con me. Quanto gli era piaciuto starsene
a prua sul ponte inferiore e gridare eccitato e ridere del
movimento. A volte era vendicativo nella sua ricerca della
felicit, dell'aria fresca. Mi contagiava, la sua sfrontatezza.
Avevo gridato anch'io, all'aria, agli uccelli che vociavano,
ai fantasmi, come gli piaceva chiamarli per me,
degli inglesi che all'inizio della Guerra di Indipendenza
avevano conquistato l'isola, lo stesso esercito che aveva
occupato Manhattan facendo soffrire gli abitanti che avevano
sopportato di tutto pur di non vedere bruciare la loro
citt. Ah, ma quegli abitanti di Staten Island (proprio li!)
nel 1989 volevano ancora la secessione da New York City;
erano ancora un luogo a parte, un'isola autonoma.
All'epoca non eravamo stati costretti a scendere per
poter tornare indietro, e quindi eravamo rimasti a bordo
- ci era consentito essere come bambini al mare e ne
approfittavamo; adesso invece i viaggiatori erano obbligati
a sbarcare. Se il signor Coughlan si trovava a bordo
del prossimo traghetto in arrivo, mi sarebbe passato davanti
per attraversare il porto.
Intorno a me si sarebbe inevitabilmente formata una
calca. Una donna cercava di far alzare il figlio fino a quando,
esasperata dalla sua ostinazione, lo stratton per un
braccio. Una ragazza grid a un ragazzo, forse il suo fidanzato:
Perch mi devi dire queste cose?.
Non posso essere me stesso? Essere quello che sono
veramente? ribatt lui.
Poi si allontanavano. Gli odori di sudore e cibo, i conflitti,
il piacere che balzava contro il soffitto, gli atteggiamenti
disinvolti, i brandelli di conversazione, di sesso, e
di nuovo ci ritrovavamo soli, in pochi. Ogni volta ero lieta
e anche triste, inspiegabilmente, per un attimo, di non
potermi alzare e andarmene con gli altri. Forse per via di
una strana e antica parte di me che rimpiangeva il conforto
del branco.
Cercai di distinguere i passeggeri in arrivo che percorrevano
in fila il corridoio. Se era fra loro, s, per quanto
improbabile, sapevo che lo avrei individuato senza
che fosse necessario alzarmi per andare a incollare il naso
al vetro. Aveva un incedere cos particolare: le braccia e
le spalle erano ancora forti e spingevano con vigore trascinando
il resto del corpo. Di sicuro portava un berretto
e il vecchio parka impermeabile.
Avevo l'impressione che qualcuno mi stesse guardando,
e voltandomi vidi che il tizio della vigilanza si stava
avvicinando. Magari voleva invitarmi ad allontanarmi.
Il vagabondaggio era vietato dall'11 settembre. Aveva un
che di trattenuto nel passo, forse per via di una debolezza
del ginocchio, o dell'anca. Era un uomo dal busto corto
e le gambe lunghe e magre; le azionava come se fosse costretto
a pensare con troppa intensit alle ossa. Chinai la
testa. Non so perch ma sedere l lasciando che la pienezza
dello spazio agisse su di me mi rendeva incline alle
emozioni. Per un istante pensai che se mi avesse chiesto
di andarmene mi sarei messa a piangere. Signora mi
salut, bench avesse almeno vent'anni pi di me. Sedette
sulla stessa panchina, a poca distanza. Si protese con
un atteggiamento confidenziale, il volto pi mobile di prima,
pi espressivo. Forse qualcosa dentro di lui si era mosso,
guardandomi aspettare un vecchio, o forse era per via
della risata condivisa con i colleghi.  buffo come sotto
l'effetto della giusta miscela di circostanze entriamo e
usciamo dalle nostre modalit abituali, come ci apriamo
e ci chiudiamo.
Signora, uno dei ragazzi pensa di aver visto il suo
uomo. Un vecchio capitano, giusto?.
Feci di s con la testa.
 andato e tornato. Sceso, risalito. Tre o quattro volte,
dicono. Ha parlato con il personale, gli hanno permesso
di stare dietro ai marinai. Per  successo una settimana
fa, forse di pi. Da allora non si  visto.
Ma stava bene?.
Secondo loro s.
Loro chi?.
Frank rispose, indicando. Frank salut con la mano.
E Bobby, un marinaio.
 qui, Bobby?.
No, non c'. Oggi  di riposo, ma normalmente lavora
su uno dei traghetti.
Posso parlare con Frank?.
Non vedo perch no.
 un mio inquilino, il signor Coughlan, un mio inquilino.
Sono giorni ormai che manca da casa. La figlia
 preoccupata. Ha avvisato la polizia.
Quella  la sua casa. L'uomo indic il mare. O almeno
cos credo io. Sa come sono, questi vecchi capitani!.
Sorrise a qualcosa che vedeva solo lui. Hanno le palle.
Il ritorno lo feci a piedi... non avevo pi bisogno della
metropolitana; imboccai il ponte di Brooklyn. Dovevi
arrampicarti, su fino alle sospensioni alte sul fiume, i cavi
che scintillavano come erano stati progettati per fare, e
siccome camminavi in salita non riuscivi a vedere il
punto centrale della campata n l'altra estremit, e ti potevi
convincere di percorrere un sentiero che si inoltrava
verso qualcosa di imprevedibile. I turisti e gli stranieri si
arrampicavano con te, intorno a te; gente con la faccia nascosta
dietro una macchina fotografica o con la telecamera
del cellulare puntata sul panorama. Giacche a vento
e pantaloni sportivi, l'attrezzatura da viaggio degli occidentali.
Tutti quanti noi che non avevamo in comune nulla
o, al contrario, cos tanto, a seconda di quello che conveniva,
condividevamo almeno una direzione, l'arrampicata
e l'attraversamento.
Quando mi si avvicin una ragazza per una foto - per
favore potrebbe? Grazie - non presi neppure in considerazione
l'idea di rifiutare. Una studentessa universitaria
che veniva da qualche parte della penisola scandinava,
a giudicare dall'aspetto, in viaggio con la madre e la sorellina
nella fredda primavera newyorkese; tutte e tre mi
facevano pensare alle margherite giganti e ai vantaggi di
essere straniere e bionde e di vivere fuori dalla portata
delle consuetudini urbane americane e delle smisurate
aspettative americane, o perlomeno a una certa distanza.
Le correnti d'aria cambiarono e scompigliarono i loro
capelli biondi... risero del vento, senza riuscire a smettere;
ridevano tutte e tre nello stesso modo. Mi dovetti appoggiare
al montante che mio marito aveva toccato spesso
quando passavamo di l, ritraendomi dal vento e dal
traffico di pedoni e ciclisti, per poter catturare quei tre volti
senza ostacoli o gli occhi chiusi per il gran ridere. Risi
anch'io e avevo ancora nelle orecchie la voce di Frank che
mi spiegava, poco prima che mi allontanassi, che il signor
Coughlan era un vecchio tosto. Quell'affermazione
aveva avuto su di me un effetto rilassante, quindi le chiacchiere
sul ponte non mi infastidirono. Siamo in vacanza.
Abbiamo lasciato gli uomini a casa. Fratelli o fidanzati o un
padre. Non sapevo e non era importante. Troviamo New
York cos vivace e bella; e io convenni con loro perch proprio
l, allora, con l'acqua che si increspava sotto di noi,
i rimorchiatori che attraversavano il porto, il ponte che
sembrava cos solido sotto i nostri piedi, lo era. Vi auguro
una bella vacanza, dissi, e mentre le donne mi coprivano
di altri per favore e grazie, sentii Frank l'addetto alla sicurezza
rassicurarmi: Non  uno stupido, e certe volte
tutti vogliamo farci un giro, sa? Sparire. Proprio cos. I
suoi colleghi in piedi intorno a noi mi avevano confermato
le parole della prima guardia: i capitani di traghetto
avevano pi bisogno di libert della gente normale. Avevo
scelto di crederci e ora sorrisi e salutai e la ragazza mi
tese un pezzetto di carta blu con su scritto il suo indirizzo
e-mail. Se le capitasse di venire a Aarhus ci avvisi. Le
mostreremo le bellezze. Venga in primavera! Oh, certamente,
dissi, come se la cosa non fosse pi improbabile di altre.
La Danimarca in primavera.
...
.
...
Adulti consenzienti.
...
.
...
Appena toccato terra, mentre tagliavo per Cadman
Plaza Park in direzione di casa, sentii i morsi della fame.
Avevo dimenticato di mangiare. Comprai un pollo arrosto
cucinato nel pomeriggio e tenuto in caldo; un bel pezzo
di Gruyre; sedano e carote; hummus; biscotti al cioccolato
croccanti fuori e morbidi dentro che erano stati
appena sfornati, e una fetta di torta ai mirtilli. Avevo in
mente quelle ragazze danesi quando deviai per comprare
una bottiglia di Malbec argentino. Immaginai chiss
perch di invitarle a casa, di condurle in giardino tenendo
in mano bicchieri colmi di vino, e di raccontare loro
che cosa avevo progettato di piantare: margherite, ortensie
e fresie, anche se le fresie qui non sarebbero sopravvissute.
S, mi sentivo magnanima, e quando arrivata a
casa disposi i miei acquisti sul tavolo, staccai una coscia
di pollo e la addentai come un amabile gigante con appetito
adeguato. Il grasso caldo della carne scura mi scese
in gola dandomi pi libert d'azione, spalancando
davanti a me un presente denso di eccitanti privilegi. S,
uomini come il signor Coughlan avevano pi bisogno di
aria. La Danimarca in maggio o agli inizi di giugno.
Quand'era stata l'ultima volta che avevo fatto un viaggio
o scattato una foto? Bevvi il Malbec direttamente dalla
bottiglia. Bench mi sforzassi di non trangugiare il vino
a grandi sorsi, ero ugualmente lo stesso appagato colosso
che aveva acconsentito a non calpestare nessuno e a
non frantumare soffitti, muri, sponde dei ponti o uomini
urlanti, a patto di essere nutrita, dissetata e coccolata.
Mi sedetti nella mia poltrona, s, in realt non troppo
diversa da quella del signor Coughlan, un cimelio.
Praticamente non possedevo pi mobili di lui, pochi oggetti,
eppure quel giorno anche da me lo spazio non bastava.
Senza smettere di bere e mangiare, con le mani
tutte sporche, la lingua impastata e rossa di vino, mi avvicinai
alla finestra. Fuori i petali dei fiori del pero svolazzavano
a ogni alito di vento, avrei voluto ridere forte
di me, ma pi ancora avrei voluto afferrare con la bocca
quei fiocchi bianchi. Mi sporsi dalla finestra, alzando
gli occhi per guardare il cielo. Quando l'avrei sentita?
Avevo gi la bocca aperta, per catturare pi di quello che
poteva contenere, quando i rumori al piano di sopra si
trasformarono in qualcosa di duro e innegabile che scagliato
sulla mia testa mi ridest?
Colpiscimi gridava Hope. Forte!. Poi un urlo che
mi fece accapponare la pelle. Ancora! ordin. E io mi
feci piccola cos, talmente piccola che non so come riuscii
a mandare gi il boccone o a raccogliere le forze necessarie
per lasciare l'appartamento intenzionata a far
smettere quella cosa, a far smettere lei.
La musica mi venne incontro sulle scale. Un nuovo
manto per avvolgere la coppia. Bussai. Suonai il campanello.
Ma la musica era percussiva e gridata, assorbiva
ogni rumore. Premetti di nuovo il campanello, il pi a lungo
possibile, per rimandare il momento in cui io stessa
avrei aperto la porta che immaginavo non fosse chiusa
a chiave. Avevo gi la mano sul pomello. Dovevo solo convincermi
a girarlo; sembrava immobile come un mattone,
ma all'improvviso vol via, mi fu strappato e lui sostitu
la porta: Les, un'ostruzione di metallo fuso come
la prima volta che l'avevo visto.
Guard sopra la mia testa, con gli occhi socchiusi, e
protese impercettibilmente il busto nell'atrio come se
cercasse un avversario, un corpo all'incirca della sua stazza.
Batt le palpebre prima di abbassare lo sguardo su
di me, le batt un'altra volta e annus l'aria come per
accertarsi che la persona e la cosa che vedeva fossi davvero
io. Si curv su di me e sorrise placido come chi ha
mandato a monte uno scherzo prima che potesse danneggiarlo
o umiliarlo. Sorrise come se io fossi una donna
capace di prendere a schiaffi gli di, e poi sospir, e
sentii nel suo fiato whisky ed erba e l'alta marea del sesso
di una donna. Io arretrai, lui avanz.
Deve finire dissi.
Che cosa?. Eravamo avvolti dalla musica.
Deve finire gridai per sovrastarla.
Che cosa deve finire?.
Quello che state facendo.
Si accost la porta alle spalle per attutire il volume
della musica. Torn a guardarmi mentre si passava una
delle sue grandi mani fra i capelli, ravviandoli. Un merletto
di capillari arrossava il bianco dei suoi occhi; aveva
le pupille dilatate e spente. Guard di nuovo un punto
imprecisato sopra la mia testa e dietro di me, perdendo
la concentrazione, e venutagli un'idea che parve divertirlo,
di colpo riport lo sguardo su di me e disse: Ma
noi siamo due adulti consenzienti. Era ubriaco. Era fatto.
La musica alle sue spalle si ferm.
Nel silenzio nuovo dissi: Chiamer la polizia.
La sua camicia Oxford non era interamente abbottonata,
oppure lo era in modo sbagliato. Era scalzo. La cintura
era slacciata sotto la camicia infilata alla bell'e meglio
nei pantaloni con la cerniera semiaperta. Affond le
mani nelle tasche, un gesto che gli avevo gi visto fare. Un
gesto naturale, per Les. Stava cercando di ricomporsi.
Non penso che lo faresti.
Mettimi alla prova.
Un altro di quei sorrisi che crescevano lenti. Spalanc
la porta e rientr nell'appartamento. Dillo a lei. Vieni
a dirglielo di persona.
Mentre mi osservava il suo sorriso si spense.
Feci due passi verso di lui.
Sulla soglia mi fermai.
Hope indossava un costume che legava, stringeva con
lacci incrociati, divideva il corpo in sezioni. Una donna
a pezzi, con tanto di calze tenute dalle giarrettiere nere,
e un collarino nero di chiss quale materiale intorno al
collo. Fantasia pornografica. Alla fine non ce l'aveva fatta
a riportare indietro i regali e ora se ne stava appoggiata
con la faccia all'unica parete senza scaffali, premendosi
contro quel muro, a gambe divaricate. Sui glutei e sulle
cosce macchie di un rosa sgomento. La schiena nuda
luccicava di sudore e/o saliva e mostrava le impronte delle
mani. Le braccia legate sopra la testa sembravano
esili e di un pallore scioccante rispetto al resto, come se
il sangue le avesse abbandonate per scorrere altrove, per
dimostrare lo spavento e il calore di tanto attrito e chiss
cos'altro. Il furore della sua pelle. Vieni, piccolooo
chiam. Dove sei finito...?. La testa ciondolava in avanti,
molle. Non riuscivo a vederla in faccia. Inspir e poco
pi che sussurrando disse: Ho freddo, ho tanto freddo.
Era completamente persa dentro se stessa e la scena
che stavano recitando; cieca a qualsiasi ragionevole richiamo.
Piccolo, piccolo, piccolo mio mormorava.
Accennai ad andarmene.
Lui mi segu, segu la mia schiena. Mi ha raccontato
disse che sei una che mena.
Nell'atrio, a qualche passo di distanza da lui, mi fermai
per decidere, per cercare di decidere.
Una bella combattente.
La tua presenza qui non mi piace.
A lei s.
Lei non sa neanche come si chiama.
Se me ne vado io se ne va anche lei. Vuoi questo?.
Sentii, alle estremit, soprattutto delle mani, il formicolio
dell'adrenalina che ritornava in circolo. Le bloccai,
le strinsi di fronte a me e mi ci aggrappai; se mi fossi girata
sarebbero scattate per colpirlo.
Ci si vede, donna combattente. Chiuse la porta, gir
la chiave. La musica riesplose di nuovo, improvvisa come
una risata.
Quando fui dietro la mia porta sprangata, fu una
canzone d'amore disperato che mi arriv a ondate attraverso
le assi di legno del loro pavimento e il mio soffitto.
Era la colonna sonora che lui aveva deciso per la scena
successiva, mentre trovavano posizioni nuove, o cos
dedussi dai tonfi. Poi le botte, e come sottofondo una
voce morbida e suadente. Una canzone famosa con i bassi
che incalzavano. (Gli incubi, da svegli o quando si dorme,
sono fatti di queste incongruit... pezzi che non stanno
bene insieme e che non ci dovrebbero stare.)
Sotto la mia porta mi aspettava da non so quanto un
dpliant sui policlorobifenili e sui grassi di origine animale.
Angie stava riciclando le sue cause, lo avevo gi ricevuto;
era comunque l'impronta di un mondo, il mondo
a cui apparteneva quel palazzo e che comprendevo,
e che da quel giorno era mutato.
Sul pavimento - infilato sotto la porta e passato
inosservato, prima - c'era anche un messaggio scritto sul
retro di una busta usata: Sono venuta, Marina. Aveva
fatto le pulizie o era venuta a trovarmi, entrando con la
chiave che le avevo dato io? Mi ero dimenticata di richiamarla.
Mi lavai le mani, riposi i miei acquisti. Misi il tappo
alla bottiglia di vino, ripulii il banco della cucina.
Andai a letto portandomi un bicchierone di whisky.
Credo che fosse Tony Bennett, a cantare per loro, per me.
In other words, l'm yours.
Mi venne l'idea di andarmene, ma non potevo; non
mi sarei fatta scacciare dal mio territorio, anche se il letto
ondeggiava insieme a loro. Mi alzai, trangugiai un
bel sorso di whisky e accesi la radio sul comodino, non
parlava di prodotti antibatterici, di come secondo alcuni
esperti il loro uso danneggiasse la funzione e lo sviluppo
del sistema immunitario infantile. Provvedimenti eccessivi
annunciarono. Nella prossima puntata parleremo
con i nostri giornalisti della Convenzione di Ginevra
e di Guantanamo Bay. Cambiai canale passando a una
radio che trasmetteva musica classica - note basse e tenute
di violoncelli - e mi alzai per andare a sdraiarmi sul
pavimento di quercia, il pi lontano possibile da loro; il
legno era fresco in confronto a tutto quello che mi si surriscaldava
dentro. Da sopra, ora: Yes, it's only a canvas sky,
hanging over a muslin tree, con allegri corni e .. .davvero?
S, con un'improvvisazione jazzistica. Dai, piccola. Non
possiamo. Mio marito, quel giorno. Cavo come un barile
vuoto.
Strisciai sotto il letto. C'erano un'isola di polvere e un
tascabile abbandonato, un'edizione Signet di Moby Dick.
Ne avevo diverse copie. La sua. La mia. La nostra. Comunque
ne tenevo sempre almeno una a portata di mano.
Era un trucchetto. Per viaggiare nel tempo. Strinsi il libro
al petto, lo annusai e cercai di ritrovare a memoria i
passaggi. I monologhi erano i pi semplici, in alcuni casi
ridicoli, se tolti dal contesto. Mio marito che sprizzava salute
e li leggeva per me, vitale, ridendo sbalordito davanti
al discorso che Achab rivolge alla testa del capodoglio:
Parla, immensa e venerabile testa... tu che, sebbene sguarnita
di barba - Celia! Sguarnita di barba?! Ma puoi credere
a quest'uomo? - pure qua e l ti mostri canuta di muschi,
parla, poderosa testa, e dicci il segreto che  in te. Conoscevo
a memoria quel brano da molti anni, come le righe
successive: Questa testa su cui adesso brilla alto il sole,
s' mossa tra le fondamenta del mondo.... Mossa fra le fondamenta
del mondo? Insomma, quest'uomo non ha paura
di niente! Mi fermai a riflettere davanti alla pagina con
l'orecchia e sfiorai ogni riga: Tu sei stata dove n campana
n palombaro sono mai giunti... Tu vedesti gli amanti avvinghiati
saltare dalla nave in fiamme, e cuore a cuore affondare
sotto l'onda esultante; autentici l'un l'altro quando il cielo con
loro apparve falso. Il capitano di Melville interroga la
carcassa come fosse un oracolo. Mio marito che leggeva
quelle lunghe frasi dalla forza propulsiva con l'emozione
e l'affanno che l'autore aveva sperato. Il coraggio di
Melville. I suoi eccessi e le vitali eccentricit fianco a fianco
con la banalit, la pedanteria nel descrivere la pesca
del capodoglio e la circolazione sanguigna. Tu sei assetata
di sangue, piccola. Era vero.
Da un'altra pagina con l'orecchia lessi a me stessa:
Nella maggioranza degli animali terrestri molte vene presentano
delle valvole o chiuse per mezzo delle quali, se feriti, il sangue
viene, almeno in qualche misura, istantaneamente bloccato in
certe direzioni. Non  cos con la balena, una delle peculiarit
della quale  possedere una struttura dei vasi sanguigni completamente
non valvolare, cosicch la trafittura, sinanco d'una
punta cos piccola come quella d'un rampone, d subito inizio
a un micidiale salasso dell'intero sistema arterioso... Tuttavia,
cos estesa  la quantit di sangue nella balena e cos lontane
e numerose le sue fonti interne, ch'essa pu continuare a sanguinare
e sanguinare per un considerevole periodo, proprio come
durante la siccit un fiume continua a scorrere, giacch origina
da sorgenti di remote e indiscernibili colline. La meraviglia
- dell'autore, di mio marito, mia, di fronte al modo
in cui nei dettagli, s, nel sangue che a quel punto avevo
finito per amare, sta cercando il mistero, Dio o gli di;
Melville era un uomo eccentrico. Mio marito lo amava per
questo, per come sollevava il lettore inevitabilmente
dalla pagina e fuori dal tempo.
Un urlo, dal piano di sopra. E dentro, un piacere inequivocabile.
Mi coprii le orecchie. Chiusi gli occhi e vidi
Starbuck affrontare Achab nella sua cabina. L'olio della
stiva falla, signore. Non avevo bisogno di cercare la pagina;
ricordavo il tono urgente di Starbuck, anche se,
ovviamente, attraverso la voce eccitata di mio marito:
Bisogna alzare le taglie e sbarazzare, s, prima che tutto
l'olio da cui dipendeva il guadagno degli armatori andasse
perduto. A quella proposta Achab punta il moschetto
contro il suo primo ufficiale; voleva dire fermarsi per
turare la falla interrompendo la caccia alla balena. Achab
sbraita, spedisce Starbuck in coperta, ma poi, una volta
che questi se ne  andato, cambiando bruscamente umore
il capitano d l'ordine di alzare le taglie. Cos. La
passione di Achab aveva bisogno del pragmatismo di
Starbuck, di una sospensione nell'inseguimento di un
obiettivo che lo consumava, di riguadagnare un respiro
pi regolare il tempo sufficiente per interrogarsi: Che
cosa vale la pena di salvare? Che cosa vale la pena di inseguire?
Qual  la realt?
Les mi aveva definita bella. Non poteva sapere che
nessuno mi aveva pi definita cos, n del resto avrei desiderato
risentire quella parola da altri che non fosse colui
che la usava per me in un modo a me comprensibile,
che amava incontrare all'infinito la mia pelle anche in
un punto insignificante e trascurato come il lobo di un
orecchio. Mi strinsi un lobo fra pollice e indice. Ecco la
carne, la pulsazione lieve, prima che la malattia si aggravasse
era da l che a volte cominciava fra noi, a seconda
del suo umore. C'erano momenti in cui potevo essere una
donna con il collo contratto, magari con i capelli sporchi,
un mal di piedi causato da scarpe che non erano pensate
per farmi stare comoda, ma appena lui mi toccava non
riuscivo a impedirmi di immaginare qualcosa di delicato
dentro la realt grossolana e cruda. Ovunque, lungo
la costa del Maine che tanto amava, crescevano le rose selvatiche.
Non potevo impedirmi di pensare a quelle rose
robuste. Nella terra delle nostre vacanze. Vacationland.
Il sale nella mia bocca, la sua lingua. Dai, piccola, fammi
entrare. E subito diventavo come quei petali sulla riva del
mare; la sua pelle e il corpo che si svegliava e si riscaldava
mentre il mio si girava, faceva spazio. Mi sollevava i
fianchi e mi sosteneva il fondoschiena facendolo sentire
al tempo stesso piccolo e sconfinato come il cielo e poi lo
faceva scomparire sotto il suo tocco, le mani che sapevano
dove andare, quando aspettare e quando dimenticarsi
di aspettare, di dimenticare se stesso. Le sue labbra e
i denti che tracciavano fino all'ultimo avamposto della
mia nuca... s, l, uno dei punti dove i nervi richiamavano
nel modo pi appassionato tutta me stessa, il punto
che inviava fremiti vitali alle dita dei piedi e al cuore, ai
polpastrelli delle mani e al ventre fino a quando piedi e
mani e tutto si dissolveva. Mia bellissima. Il suo modo di
definirmi, l'aggettivo possessivo. Non bellissima ragazza
o moglie o donna, nessun nome domestico, ma
l'aggettivo qualificativo, senza tempo, almeno per me, capace
di superare il tempo anche adesso. Fammi entrare. S,
non pi riducibile a un ruolo. Non ero pi semplicemente
femmina. Ero viva sotto le sue mani, mutavo e cedevo
superficie alle sensazioni: i miei seni nient'altro che
seni prima che tensione ed elettricit dentro di me li reclamassero,
e quando la sua bocca si avvicinava mi tirava
dentro, sempre pi dentro. Fra le mie gambe lui faceva
scorrere le dita, dentro labbra pi interne, ricordandomi
i contorni mentre si liquefacevano, tutti i modi in
cui li conoscevo e loro conoscevano me, non per fare teatro,
ma perch erano miei e lui amava ci che era mio. E
cos poteva essere la mia forza, la parte dura di me, dentro
di me, che cavalcava i contorni e la parte liquefatta e
pulsante - del suo corpo e del mio, s, ma soprattutto il
sangue - il suo sangue e il mio sotto la pelle che non era
pi pelle. Tanto sangue fra noi. Mia bellissima. Occhi chiusi.
Occhi aperti. Non era importante perch comunque lui
era completamente me, persino la sua voce diventava rossa
nelle mie vene, e ovunque io ero lui, un corpo rovesciato
perch lui aveva amato ci che io ero. Ricordavo.
S, amava ci che io ero.
...
.
...
Helping Hands.
...
.
...
Non ero davvero sveglia o forse ero sveglia solo in
parte. Mi dedicai ai rituali e alle esigenze del mattino;
mentre mi vestivo, le mani di mio marito mi seguivano,
mi accarezzavano. In alcuni giorni, sebbene pi raramente
di quanto desiderassi, potevo riaverlo con me. Per
alcune ore e anche pi a lungo, riuscivo a vedermi con i
suoi occhi, mi sentivo canticchiare tra me e me come lui
mi faceva canticchiare, sostenuta dalla considerazione
in cui mi teneva. E per il tempo che durava, quella sensazione
era pi forte di qualsiasi altra cosa. Era l. Perch
il mio passato, per come lo conoscevo in tutti i suoi particolari,
non avrebbe dovuto essere altrettanto reale? Altrettanto
abitabile? Non glielo dovevo, forse?
Quando suon il citofono, dubitai di averlo sentito,
non ci feci caso. Quando suon di nuovo, mi girai di spalle,
mi passai le dita tra i capelli, e mescolai un denso
cucchiaio di miele ambrato nel mio t. La terza volta che
suon vidi la faccia del signor Coughlan e poi mi chiesi
che temperatura ci fosse fuori. Era ancora una primavera
fredda. Posai la tazza e mi accinsi a rispondere. La
voce, una voce che avevo gi sentito, dichiar: Sono il
detective Brazo. Sono venuto per la denuncia di una persona scomparsa.
Esitai.
Pronto? grid dentro alla scatola di cavi. Sono del
Dipartimento di polizia di New York. Cerco la padrona
di casa, tale Celia....
Lo feci entrare. Raggiunse il mio appartamento
troppo in fretta. Aprii la porta rimanendo sulla soglia.
Lasciavo entrare raramente qualcuno nel mio palazzo, e
ora avevo davanti a me un uomo che sorrideva con la
stessa prontezza di Les a qualcosa di fragile come poteva
esserlo una donna sola.
Lei ...?.
Sono la padrona dello stabile.
Ripet il mio nome. Annuii. Elenc altri elementi determinanti.
Il signor Coughlan  un suo inquilino. Annuii
pi volte. Poich non mi spostavo, lui sorrideva sempre
meno. Scese il silenzio, pesante. Posso entrare?.
Ne aveva il diritto? Mi avrebbe considerata sospettosa?
Aveva importanza quello che pensava? Mi aspettavo
che la polizia si facesse viva prima. Li avrei accolti
bene. Ma ora? Stavo pi sulla difensiva. Avevo esperienza.
Certo. Alzai le spalle; mi spostai con palese riluttanza,
lui mi super e mi precedette senza saper dove andare;
un uomo atletico, si sarebbe detto, permeato dall'energia
della citt. Aveva la faccia corta, il naso lungo e ossuto,
una piccola fossetta sul mento, sopracciglia folte
che si agitavano sopra occhi indagatori che non cercavano
niente e cercavano tutto. Mi sforzai di non vedere di
pi, per quel giorno, non mi soffermai sui suoi capelli folti
e ondulati, il colore di una pelle che amava il sole, i pori
dilatati, n le mascelle non rasate di fresco dove la barba
spuntava come steli neri e duri che spingevano, spingevano...
Ma non potei farne a meno - i particolari mi
balzavano agli occhi, anche quelli che non volevo cogliere,
troppi - e negli ultimi cinque anni quella tendenza si
era accentuata. Non mi piaceva ricevere visitatori, e i visitatori
inattesi, a eccezione di Marina e dei suoi, mi sembravano
particolarmente scortesi.
Lei ha un che di familiare disse, allontanando da me
occhi e sopracciglia per guardare la stanza.
Davvero?.
 appena arrivata o sta traslocando?.
No.
Questa volta mi scrut, dalla testa ai piedi. Quale
delle due cose?.
N l'una n l'altra. Mi piace avere pochi mobili.
Si direbbe che a Jeanette Coughlan, la figlia, lei piaccia
poco. Crede che lei sia coinvolta nella scomparsa del padre.
Rest immobile pi che poteva per vedere se reagivo.
Posso sicuramente dire di non essere coinvolta.
Interpret il mio commento come una battuta leggera,
seduttiva. Davvero?.
Inarc le sopracciglia.
Lo smontai incrociando le braccia sul petto: Intendevo
dire che ci tengo alla riservatezza, a rispettarla.
Pensa che lei si appropri del denaro del padre.
Ho preso dei soldi. Quelli dell'affitto mensile. Non
gli dissi che il signor Coughlan non lo pagava da circa un
anno. Non gli dissi che non mi importava che lo pagasse
o meno, almeno per ora. Forse avrei dovuto dirglielo,
ma avevo bisogno di riservatezza, in quel momento pi
che mai.
Lui tir fuori un triste quaderno e passammo in rassegna
altri dati: Da quanto tempo il signor Coughlan abitava
da me? Quattro anni. Da quanto tempo non lo vedevo?
Due settimane. Come definirebbe il vostro rapporto?
Cordiale. A quanto ammontava l'affitto? Era inferiore al
prezzo di mercato. Nell'edificio c'erano state discussioni?
Nessuna. Mi limitai a rispondere alle domande perch non
avevo altro da dire; volevo solo che se ne andasse.
Mi scusa un momento? dissi.
Mi diressi verso il bagno sforzandomi di non correre.
Passai in rassegna le medicine nell'armadietto, scelsi lo
Xanax, che mi era stato prescritto e riprescritto una seconda
volta perch era scaduto, si, non molto tempo prima.
Qualche mese. Di tanto in tanto avevo avuto bisogno di
qualcosa che mi aiutasse a dormire, a rilassarmi. Ero
certa che non mi servisse pi. O di rado. Succhiai l'amaro
della pastiglia seduta sul water e immaginai le mani
forti di mio marito strette intorno al mio torace, per calmarmi
il respiro, il cuore.
Avevo sentito l'arcobaleno del corpo di mio marito,
tutto di lui, mentre ero sveglia e mentre dormivo. Ero tornata
a immergermi in lui tutta la notte, e lui aveva lasciato
che lo facessi. E durante l'intera mattinata, lasciandomi
andare alla deriva e sognandolo, avevo ascoltato alla
radio il programma del sabato mattina dell'emittente
pubblica, la loro visione del mondo: libri, sport e politica;
un'intervista a un chitarrista le cui dita trovavano gli
accordi delle canzoni da sole, a un romanziere che considerava
morto il romanzo, a un membro del Congresso del
Partito repubblicano che era diventato democratico e poi
ancora repubblicano.
In quel momento, per, quelle persone continuavano
a venire da me. Hope. Il signor Coughlan. Sua figlia. Un
poliziotto. Anni dopo. Ai piani sopra il mio, mondi che
non avrei dovuto sostenere da sola. Quelle persone. Non
avevo fatto loro del male. Non avevo voluto far loro del
male, non intenzionalmente. L'idea non era mai stata
quella. Di far del male a qualcuno. Quando il sapore divenne
troppo forte, bevvi dal rubinetto per spingere la
pastiglia in gola. Inspirai, espirai.
Tutto bene, signora?.
Quelle persone.
S. Emersi di nuovo sotto il suo sguardo indagatore.
Non mi sento molto bene gli dissi.
Mal di stomaco?.
Vuole vedere il suo appartamento? L'appartamento
del signor Coughlan?. Rovistai in un cassetto della credenza
accanto alla porta.
All'ultimo piano. Mi portai una mano sulla pancia.
Spero che non sia grave se non la accompagno.
Lui spost il peso del corpo da un piede all'altro cercando
di capire se fosse il caso di andarci da solo. Le
maniche della sua giacca marrone erano troppo lunghe
e i pantaloni blu lustri per troppe visite in lavanderia.
Il pomo d'Adamo era cos aguzzo da dare l'impressione
che a toccarlo ci si sarebbe fatti male.
Torno dopo che ho dato un'occhiata in giro.
Bene dissi. Perfetto.
La ritrovo qui?.
S.
Si gir per andare. Si volt indietro. Lei  sicura di
non avermi mai visto prima?. Il suo alito puzzava di
senape.
Sicura.
Chiusi la porta dietro di lui, ci appoggiai sopra la mano
per chiederle di rimanere chiusa, di proteggermi meglio
che potesse. Pensai alla mano di mio marito appoggiata
sul parapetto del ponte di Brooklyn, che lo ringraziava,
lo consolava. La sua immaginazione includeva ogni essere,
vivente o inanimato.
Inghiottii un'altra pastiglia, scegliendola in base al colore,
un altro colore, verde pallido questa volta, invitai mio
marito a venire a letto e aspettai che la pasticca facesse
effetto, che la sensazione di calore, del calore di mio marito,
arrivasse e mi salisse lungo la spina dorsale. Che
cosa c' di meglio di un uomo forte e pieno di desiderio
sdraiato accanto a te, il suo corpo che si stringe al tuo?
Senza fretta. Dimenticando il tempo. Una persona avvinghiata
con fiducia all'altra. All'inizio, dopo che mio marito
era morto, non riuscivo a stare in casa e andavo in
giro troppo, ero come una bocca spalancata, un paio di
braccia spalancate. Solo raramente il mio benessere era
motivo di ripensamento. Poi iniziai a non uscire pi, o di
rado. Terrorizzata da me stessa, mi costrinsi all'isolamento.
Evitavo gli amici e loro, sempre di pi, mi evitavano.
Visitai dottori che mi parlarono delle diverse fasi del
lutto, del trauma, come se la prevedibilit delle emozioni
potesse aiutarmi. Nessuno mi domand del suo ultimo
giorno. Nessuno se ne curava. Mi porgevano ricette da
consegnare in farmacia. Andando e venendo dalla farmacia
passavo davanti a un'agenzia immobiliare e li, in una
fotografia, c'era la facciata della mia casa: una palazzina
in arenaria scura. Una solida costruzione della vecchia
Brooklyn completa di tutti i piani, rispetto agli edifici vicini
sembrava esile e poco pretenziosa, pi solida che sontuosa,
s. Mi accordai per andarla a vedere, la comprai,
mi ci trasferii, e imposi a me stessa di avere coraggio. Prendevo
un numero sufficiente di farmaci per riuscire a dormire
e camminare ogni mattina. Alla luce. La mia porzione
di luce. La mia dose, imparando se non proprio ad
amare me stessa almeno a sopportare di nuovo la mia
compagnia. Mi sforzavo di non cercarti lungo le strade o nel
corpo di altri uomini. Erano la mia punizione per il fatto di trovarmi
cos sola. Oh tesoro, tesoro. Sono qui, ora. Un brivido
di gioia nel sentire qualcosa che assomigliava notevolmente
al suo respiro forte e caldo sulla mia nuca. I farmaci
cominciavano ad agire e aprire i miei canali. S, ne
prendevo il meno possibile perch quando l'effetto svaniva,
spesso mi presentavano il conto; il mondo per un
po' perdeva i suoi colori vividi, allora invece mi diedero
la ricchezza e la possibilit di stare in compagnia di me
stessa, e della sua, che potevo evocare con la volutt e la
pienezza di cui avevo bisogno. In meno di un attimo i miei
inquilini si trasformarono in personaggi dei cartoni animati,
poi diventarono ombre, mentre lo guidavo a toccarmi
in tutti i punti di me che pi avevano bisogno di essere
toccati. Ero coccolata nel mio letto da me stessa, da
lui, dal ricordo. Precipitai in uno stato di eccitazione, in
parte sonnolenza, in parte impeto nei polmoni. Puoi avere
questo e altro ancora disse lui, in confidenza, nel mio
orecchio. Altro ancora cosa significa? gli domandai.
Non rispose. Altro ancora di cosa? Di te? gli chiesi ancora
quando i colpi risuonarono. Sembravano lontanissimi.
Altrove. Altri colpi. Mi alzai per occuparmene. Ero
riuscita a dimenticare il poliziotto.
Ah,  tornato dissi.
Bocca e mani si misero in azione. Andava a una velocit
che in quel momento non riuscivo a decifrare, che
sembrava comica. Un altro cartone animato. Era la polizia,
questa? Legge e ordine?
Ho capito dove l'ho gi vista. A Helping Hands. Lavora
li?.
Come volontaria. S, quando avevo traslocato avevo
dato via gran parte del mio guardaroba, ma c'era un
maglione irlandese di mio marito che avevo messo per
errore tra gli indumenti da donare. Era tornata da loro in
lacrime, e mi avevano portato dov'erano accatastate le
pile di indumenti alte come me in cui rovistare e cercare
fino a quando non lo avevo trovato, in mezzo a centinaia
di maglioni abbandonati, dati via, che adesso non
appartenevano pi a nessuno e chiss perch erano consolatori,
come le donne che se ne occupavano. Chiacchieravano,
ridevano, mentre selezionavano i capi con le mani
guantate. Avevano il mio stesso senso del dovere e procedevano
al ritmo che volevano, erano gentili, e cos ero
tornata per lavorare con la loro associazione e per ricordare
come ci liberiamo delle cose che ci sono appartenute,
se ne siamo in grado, e in cos gran misura. Montagne
di effetti personali.
Mia moglie - siamo separati - prende quello che fanno
l religiosamente.  una donna religiosa: Ges le piace
molto pi di me. Non la posso criticare per questo.
Poich era previsto che ridessi, risi. La mia faccia si rilass
davanti a lui, e anche le altre corde tese dentro di
me si stavano rilassando. Persino le mie ginocchia stavano
cedendo. Mi appoggiai alla credenza vicino alla porta.
Risi pi a lungo di quanto avrei dovuto.
Chi scrive sulle zuppe? chiese.
Sulle zuppe?. Che strana parola e come sembrava
giusta in quel momento... la zuppa, una tiepida palude.
Io ero zuppa. Chi poteva scrivere nella zuppa?
Sua figlia? chiese.
Ah, s, forse dissi, pur dubitandone all'istante.
La scrittura somiglia un sacco a quella dei nomi sulle
cassette della posta nell'ingresso. Ho pensato che fosse
la sua.
Ah, s, mi scusi. Si riferiva alle lattine? Alle scritte sulle
lattine? S, le ho fatte io. Quasi ridacchiavo. Era la polizia
questa? Che mi aveva scovato? Sulle tracce della scrittrice
delle zuppe in scatola? Erano passati troppi anni.
Si sente bene?.
S, meglio. Mi ero sdraiata.  che sono, sono, come
dire... - gli sorrisi guardandolo negli occhi, sperando di
tenermi aggrappata ai suoi occhi e a quelle sopracciglia
saltellanti - a pezzi, distrutta, in effetti.
Quindi  lei che scrive sulle lattine?.
Scrivo le date. Per accertarmi che mangi.
Qualcuno lo sa?.
Noi due. Indicai prima lui, poi me stessa, sentendomi
estremamente sciocca. Lei e io.
Lui si avvicin, sorridendo ancora, alitandomi addosso
la sua senape. Le minestre le compera lei?.
Quando finiscono le ricompro. Tutto qui. Chiudo la
porta quando lui se ne dimentica. Butto via il latte rancido.
Compro il latte fresco.
 gentile da parte sua.
Non voglio essere... gentile. Avrei voluto dirgli del
senso del dovere, di responsabilit, ma non riuscivo a parlare
abbastanza in fretta.
Io credo che lei sia una persona gentile. Raddrizz
la schiena, si infil le mani in tasca e gonfi il petto per
prepararsi al suo discorsetto. Secondo me certe persone
non si aspettano di affezionarsi. Credo che lei sia sola
da tanto tempo e che ci abbia fatto l'abitudine. Il suo
pomo d'Adamo rotolava e sporgeva. Non discuteremo
di questo, giusto? Non sono affari che mi riguardano, anche
se forse  un peccato, sa? Forse s. Forse no. Ehi, non
mi faccia dire di pi. Comunque penso che la figlia del
signor Coughlan e probabilmente anche tutti gli altri non
abbiano capito per niente chi  lei.
Il detective sembrava fiero di s, con la sua faccia luminosa
e i capelli ben pettinati. Chi erano gli altri, avrei
voluto chiedergli, ma non lo feci. In quella palude calda
non riuscivo a trovare le parole.
Ho bussato a qualche porta. A una. Nessuno. A quest'ora
me l'aspettavo. Ma in un altro appartamento una
signora ha aperto la porta... Hope non ricordo il cognome.
E un tizio alto  venuto subito a controllare chi ero,
sa? Veramente. Mi hanno chiesto se aveva chiamato lei
per i rumori. Gli ho detto che no, non era niente del genere....
Mentre lui continuava a parlare io rividi Les
come un muro, che respingeva questo strano personaggio
con il suo triste quadernetto e traeva le sue conclusioni,
e Hope murata viva. Hope in costume. Hope senza
speranza.
Com'ero suggestionabile, e com'ero improvvisamente
logorata. Hope e Les mi pesavano sulle spalle. Mi aggrappai
alla credenza. Quelle persone. Il detective doveva
andar via. Prima per avevo ancora una cosa da dirgli:
Sono andata a cercarlo, il signor Coughlan.  stato visto
a Whitehall, al terminal, pi o meno una settimana fa.
Ha fatto il tragitto andata e ritorno, ha chiacchierato con
i marinai. Un uomo che si chiama Frank lo ha visto, e anche
un altro... Billy o Bobby, mi pare. Dicono che sta bene.
Non so, ma dicono che un uomo come il signor Coughlan
ha bisogno di....
Una Nancy.
Ha detto Nancy?.
Nancy Drew. Un'investigatrice privata, insomma.
Rise.
No, no, di aria e di libert, e io sono... ero.... Faticavo a reggermi in piedi. Vedevo Hope che mi dava la schiena, offrendomi il rosa dei suoi fianchi. La musica della notte precedente, a volume troppo alto, sicuramente per me, in parte, a causa mia. Ero stremata dalla stanchezza; sapevo soltanto due cose: che dovevo dormire e che dovevo chiedere al pi presto a Hope di andarsene dalla mia casa... Cerco di non lasciarmi coinvolgere dissi al detective e a Hope.  talmente importante rispettare gli altrui....
Spazi. Mi scrut. Lei non ha per niente un bell'aspetto. Non si regge in piedi.  per via di qualcosa che ha mangiato? Di un virus?.
Sono solo molto, molto stanca....
Dalla sua bocca usc il pi banale dei discorsi, cos banale che non riuscivo a seguirlo. Un vecchio, alla sua et, disse. Perch non torna a casa?  vulnerabile, certo. Da quando se ne  andato a oggi potrebbe essere successa qualsiasi cosa, o forse non  successo niente... far un controllo. Io mi appoggiai alla credenza allontanandomi dalle sue chiacchiere a proposito degli eventuali rischi che correva il mio inquilino.
La pastiglia verdina era un sedativo. Non sono molto in forze sussurrai. Lui non mi sent, era lanciato ormai, un uomo pieno di buone intenzioni, le sfoggiava, e tornata in camera in pieno giorno mi lasciai cadere sul mio letto con le lenzuola fredde, e persi i sensi.
...
.
...
Lontano, verso un'altra donna, un altro uomo.
...
.
...
Non sapevo dov'ero stata. Non riconobbi subito il
luogo in cui ero tornata. Sentii il profumo del Pine-Sol e
dovetti strizzare gli occhi diverse volte prima di riuscire
a mettere a fuoco l'ora su un orologio di cui non mi fidavo.
Rimasi sdraiata l a dubitare di tutto quello che mi
circondava, anche della luce del giorno e della terribile
assenza che rendeva persino l'aria troppo densa. Il pericolo
di sospendere la realt e gli accordi pi banali che
avevi preso con essa consisteva nel fatto che poi non potevi
richiamarla a te quando volevi. Dovevi corteggiarla,
sedurla. Richiedeva fatica. Conoscevo la ricetta: una
doccia, la caffeina, il sole negli occhi, se c'era, tutto questo
aiutava, ma soprattutto dovevi desiderare di stipulare
nuovi accordi e di mantenerti in movimento senza pensare
troppo, di osservare e registrare il mondo intorno a
te prendendo nota delle sue superfici assolute, dei suoi
particolari silenziosi, senza resistenze e senza dialoghi interiori,
e specialmente senza desiderare altro.
Prima di decidere di alzarmi vidi che i numeri erano
passati dall'una e trenta alle due e trenta. Il corpo per
ricordava, meglio delle parti razionali di me, la dolcezza
che mi era stata restituita e si trascin a fatica dietro
alle istruzioni di lavarmi e bere t nero per poter entrare
in quello che, avevo finalmente realizzato, era un pomeriggio.
Dopo la doccia, la riluttanza del mio corpo si
par davanti allo specchio per costringermi a osservarlo con attenzione; lo guardai con gli occhi con cui lo guardava
mio marito, il biancore immacolato della pelle, la
magrezza, la lunghezza del collo. Non era n giovane n
vecchio, anche se la pelle della pancia e delle ginocchia
mostrava trame che prima non c'erano, i muscoli delle
braccia disegnavano forme nuove, pi scavate, il seno e
i fianchi erano pi pieni, e il contorno del naso e del mento
pi netto. Il freddo che saliva dai piedi appoggiati sul
pavimento nudo mi spinse quasi a tornare a letto, ma
me ne liberai e diligentemente presi dal cassetto del com
un paio di mutandine, un reggiseno e, appena nascosto,
il biglietto scritto da una mano sconosciuta che avevo
trovato nell'appartamento dei Braunstein: Ti aspetter. Lo
fissai a lungo, come avevo fatto con l'orologio, aspettando
che mi rivelasse il suo significato e la ragione per la
quale lo avevo preso. L'unica risposta che riuscii a darmi,
di cui riuscii a convincermi, mentre mi vestivo, era
che non avrebbe dovuto restare l.
Mi resi presentabile e mi avvicinai alla porta. Dovetti
fare alcuni tentativi e una visita all'armadietto dei medicinali
prima di poter uscire. Infilai nella tasca della
giacca a vento una vecchia pastiglia gialla di Klonopin,
come amica, come un talismano per infondermi coraggio,
niente di pi. Non avrei avuto bisogno di una seconda
dose.
Uscii per lavare il pavimento dei pianerottoli. Marina
era venuta, aveva usato il Pine-Sol, come convenuto
da anni. Se avesse bussato o suonato alla mia porta, le
avrei risposto in modo incoerente. Il silenzio delle scale
mi fece capire che era gi andata via. Nell'edificio non
c'era nessuno.
Ancora assenza, un'assenza sempre pi vasta davanti
a me. La attraversai in fretta dirigendomi verso il portone
d'ingresso e mi precipitai fuori.
Anche fuori tutto correva troppo velocemente. Era una
giornata radiosa e arrogante, che esibiva le sue qualit,
e dunque era destinata a corpi e a comportamenti accoglienti.
Gli uccelli cantavano. Tornai in casa. Con le sue
scale vuote, rese quasi asettiche dallo sfregare di Marina
che se ne era andata via con tanta decisione, il palazzo
non respirava. Sembrava che nessuno respirasse, l dentro,
tranne me. Pareva sigillato, persino a me. Forse si trattava
di un'allucinazione, di una delle allucinazioni a cui
mi ero esposta con il mio bisogno di fantasmi e il mio prendere
le distanze da tutto, un prezzo inevitabile, al quale
tuttavia non avrei dovuto acconsentire a lungo se intendevo
distinguere, all'interno di quelle mura, ci che era
sicuro da ci che non lo era.
Avevo con me le chiavi di tutti gli appartamenti. Presi
l'ascensore. L dentro non c'era niente di strano; sembrava
impossibile vi fosse accaduto qualcosa di sconveniente.
Quando raggiunsi la porta del signor Coughlan,
bussai pr forma, per dovere di proprietaria, era un modo
per prendere contatto con le superfici. All'interno non si
mosse nulla, non poteva muoversi nulla. Toccai i mobili,
uno a uno. La polvere delle strade, delle persone, del traffico
e degli edifici di New York aveva gi coperto ogni
cosa. La citt si sbriciolava anche l, in quelle stanze vuote.
Nel frigorifero, il pane e i formaggi erano gi picchiettati
di muffa. Decisi di non occuparmene subito. Non volevo
discutere n lamentarmi. Il mio compito era capire
come stavano le cose; rendermi conto che Coughlan non
aveva mai pensato di fermarsi a lungo; che quelle stanze
non significavano niente per lui, solo la solitudine che
offrivano e una vista sul porto.
Arrivata alla porta dei Braunstein, bussai pi forte,
diverse volte. Dopo averla aperta gridai: Sono Celia. Ho
sentito odore di gas sul pianerottolo. Poi entrai: C'
qualcuno in casa? Permesso? Permesso? Scusate il disturbo....
I barattoli di vernice erano stati riposti da qualche
parte o forse buttati, i mobili e le lampade rimessi al loro
posto. I colori con cui Angie aveva appena dipinto le pareti
brillavano come nella mia visita precedente, ma l'ordine
straordinario delle stanze, il fatto che i quadri, le
maschere e tutto il resto non fossero ancora appesi ma impilati
in un angolo sembrava una forma di punizione,
come se una parte della vita della casa, delle sue caratteristiche
domestiche, dovesse rimanere in sospeso.
Le superfici della cucina erano nude e impeccabilmente
pulite. L'assenza dei prodotti da ecologista di Angie,
senza additivi chimici, e dei suoi volantini stava a significare
che lei stessa era assente?
Nella camera da letto scoprii la causa: gli effetti personali
di Mitchell erano spariti. L'arazzo sopra il letto non
c'era pi, e nemmeno la fotografia sul com che ritraeva
un uomo obbediente all'amore; era stato tolto tutto,
e ora la stanza sembrava pi grande e allo stesso tempo
pi piccola. Aprii i cassetti del com. La biancheria di Angie
era immancabilmente in cotone, semplice e bianca,
con la sola eccezione di un capo pi sgargiante. Rovistai
per scoprire che cosa fosse e vidi che era un tanga color
fucsia di DayGlo, poi toccai qualcosa di duro, un oggetto
color lavanda, simile a un portacipria. Si apr di scatto.
Pillole anticoncezionali beige disposte perfettamente
in cerchio. Aveva gi preso la dose di quel giorno. Angie?
Lei che condannava pubblicamente l'uso di sostanze
chimiche nocive all'ambiente alterava la chimica del
suo corpo?
Aprii un altro cassetto e feci scorrere la mano tra reggiseni
senza fronzoli, poi dentro un terzo cassetto le magliette
con le scritte e i jeans. Lo stile di Angie. Avevo ancora
in tasca il biglietto. Ora che la parte dell'armadio di
Mitchell era stata svuotata non c'era modo di rimetterlo
al suo posto.
Come cambiavano in fretta quelle stanze con l'arrivo
di nuovi inquilini, e come le lasciavano vuote quando se
ne andavano. Mitchell si era portato via un po' del colore
di Angie, del suo coraggio, e adesso la luce che illuminava
la camera da letto dalle finestre affacciate a sudovest
non lasciava spazio all'oscurit; era tutto esposto,
anche le parti pi segrete degli oggetti e delle superfici,
un triste disorientamento. Trov in me facile ospitalit.
Non lo volevo, n volevo quel biglietto. Mi avvicinai al
com per infilare il pezzo di carta sotto i vestiti di Angie.
Quello era stato il suo posto, e se adesso non lo era pi
il problema non mi riguardava, n toccava a me cercare
di risolverlo.
Ma non ci riuscii. Avevo perso l'occasione giusta.
Lasciai l'appartamento dei Braunstein con il biglietto
ancora in tasca.
Davanti alla porta di George mi ricomposi, mi sforzai
di ricompormi, ricostruii quello che era accaduto qualche
sera prima, rivissi l'umiliazione e Les che incombeva
su di me. Les che rivendicava il suo diritto di essere
l e io che retrocedevo. Bussai educatamente. S, s, anche
Hope avrebbe capito che non poteva restare. Aveva tolto
le briglie a troppa parte di s. Un mostro nell'edificio,
sui pianerottoli, e ora anche Mitchell se ne era andato.
Mitchell aveva rinunciato all'inseguimento. Un uomo
disciplinato. Un uomo che un tempo era stato cos innamorato.
Ti aspetter. Bussai pi forte. La donna sulla Promenade
che era sprofondata dentro di lui. Dava l'impressione
di essere capace di aspettare a lungo, di contare i
giorni nell'attesa di quell'unica persona. Determinata.
Senza badare al prezzo da pagare. Adesso quel biglietto
non aveva pi alcun significato per loro. Le nocche della
mia mano bruciavano. Era ovvio che nell'appartamento
di George non c'era nessuno, ma avevo dovuto raccogliere
le forze. Assumere il comportamento adatto a una
padrona di casa.
Permesso? Permesso? gridai aprendo la porta.
Ripetei la scusa del gas. Entrando sentii l'odore di qualcosa,
di cibo andato a male ma non ancora marcio, di
spazzatura non ancora buttata. Il pavimento era disseminato
di cuscini. Quasi su ogni tavolo - il tavolo della cucina,
il tavolino in salotto, il comodino - c'era un bicchiere
macchiato di rossetto con le impronte delle dita visibili
anche a distanza. I piani di lavoro della cucina erano
coperti di contenitori di cibo da asporto, scatole di biscotti
e di cracker, un insipido pezzo di vecchio Cheddar con
un coltello conficcato dentro, bottiglie e barattoli vuoti:
Dewar, Coca-Cola, succo di mirtillo rosso, prosecco, acqua
tonica. La gardenia non c'era pi; era stata buttata
via o regalata a qualcuno in grado di offrirle cure pi
adeguate?
Prima ancora di entrare nella camera sentii che il letto
era disfatto e bagnato di sudore. Senza lenzuola e coperte
per nasconderlo, emanava afrore di sesso, e la mia
mente fu assalita da immagini di corpi che si aprivano e
si chiudevano, bocche, ascelle, gambe, le immagini si trasformarono
in sensazioni fisiche e mi riempirono il naso
e la gola. Contro lo scuro abbassato e la finestra chiusa,
le orchidee di George penzolavano come prigionieri stremati.
La terra del vaso non era secca, forse lo era stata,
e Hope aveva poi ecceduto nel bagnarla. Non sapevo che
cosa fare per togliere l'acqua in eccesso, per svuotarle.
Non toccai niente, solo il suo diario, che di nuovo trovai
sotto il letto. Hope e Les non si erano fatti scrupolo
di interferire con la mia privacy, e se sbirciare di nuovo
nel suo quaderno mi faceva venire i sensi di colpa, la loro
voce non aveva forza. Nell'ultima pagina scritta c'erano
delle cifre: un salario con il calcolo degli incentivi, il valore
stimato di una casa di citt, di un cottage a Rhinebeck,
di una Subaru di due anni, di una Mercedes (48.000 chilometri,
come nuova aveva scritto e sottolineato lei). Milioni
di dollari calcolati e ricalcolati, elenchi di dati, il prezzo
della sua porzione di una vita condivisa. Accanto al
totale di una somma, evidenziato con un cerchio, Hope
aveva scritto: Quanto mi spetta?. Sotto, mi sembr di
riconoscere una data di nascita con il numero della previdenza
sociale. Quei dati erano i suoi? La rendevano ufficiale?
Poi, in fondo alla pagina, una frase scritta a caratteri
serrati, sempre pi piccoli: Sto diventando pazza.
Saltai le ultime due pagine tralasciando un elenco di
quadri, argenti, servizi di posate e di bicchieri, finch
trovai una serie di frasi scritte con una grafia minuta
e confusa.
Lascio che mi travesta. Non gli rifiuto pi niente. Mi picchia,
quando glielo chiedo. Vuole sposarmi.  convinto che il matrimonio
sia fatto di queste cose.
Continua a parlare di mnage  trois, come un bambino in un
negozio di caramelle, ha gli occhi troppo grandi per il suo stomaco
e il suo cazzo. Un'altra donna. Dice: Sar una bella avventura.
Via. Via. Vattene via verso un'altra donna...
Nella pagina seguente trovai il mio nome.
Celia!? Devo trovare il modo di parlarle.  venuta la polizia.
Ho quasi sperato che ci portassero via.
Quella riga aggiunta sotto a tutto il resto, dopo una serie
di ellissi e di righe vuote, dimostrava che Les aveva detto
a Hope che ero salita perch ero preoccupata per lei?
Sono stata umiliata. E quel che  peggio  che non me ne importa
niente.
Mi avvicinai il quaderno al naso. Aveva il suo profumo.
Alla festa di addio di George mi ero stupita del suo
portamento, della sicurezza trasmessa dalla sua postura.
Oggi il suo profumo mi disarmava e mi sedetti sul letto.
Mi coricai sul disordine di quelle coperte. Ne ero disgustata
e, non potevo evitarlo, allo stesso tempo eccitata.
Un viaggio dentro un'altra donna, un altro uomo. Era
il desiderio dal quale mi ero ripromessa di astenermi.
Inghiottii la pastiglia color giallo acceso insieme al liquido
ambrato di un bicchiere da cocktail accanto al letto.
Mio caro, mio caro mormorai, se ne deve andare. Sapevo
troppo. Lo avevo intuito sin dall'inizio, ma poi mi
ero lasciata trascinare. Feci scorrere la mano sul lenzuolo
con gli angoli, poi lungo le mie gambe. Strinsi il diario
contro il corpo con l'altra mano. Aspettai che la medicina
aprisse altri presenti dentro di me, meno strani e famelici,
e pi facili da seguire fuori da quel luogo soffocante.
Caro George, spero che questa mia ti trovi bene. Mi sei mancato.
La casa ha... Il mio orecchio fu colpito dal canto di
un uccello, un richiamo estatico, acuto. Ero riuscita in
qualche modo a raggiungere la strada e il sole mi andava
dritto negli occhi, l'eccitazione della giornata primaverile
mi volteggiava intorno, mi afferrava e mi spingeva
con forza mentre immaginavo di scrivere la lettera che
avrei spedito a George, ma non potevo dirgli che mi mancava,
o forse s? Rivelava troppo di me a un uomo al quale
- per educazione - mi ero imposta di rivelare molto
poco. S, potevo dirgli che notavo la sua assenza, come
anche dell'ordine delle sue stanze, dei suoi libri. Un uomo
che sui suoi scaffali aveva voluto collezionare i libri di
Colette e Simone de Beauvoir, oltre a Auden e Chesterton;
George, un uomo che non lasciava mai che la polvere
si accumulasse n che le piante soffrissero. Che cosa
aveva detto? La sensualit del clima e del paesaggio del
genere che non si trovava in America? Forse era cos, o
forse era lui che qui non riusciva a trovarla dentro di s...
Osservai le giunchiglie, i tulipani e i giacinti. I fazzoletti
di terra davanti alle case e ai palazzi di arenaria allineati
lungo le strade erano finalmente esplosi, rimpiangendo
di non essere pi grandi. Quanto erano pieni di vita
e di colore, dentro ai loro confini, e quanto mi mancava
George, dentro ai miei. Mi aveva tenuto nascoste le sue
tragedie, aveva lasciato che le pareti tra noi rimanessero
impenetrabili. Un lutto protratto nel tempo  autoindulgenza.
Cos mi aveva detto, una volta. S, era alcune settimane
dopo che il suo amante lo aveva lasciato, dopo che
aveva passato tempo a sufficienza a camminare avanti e
indietro sopra la mia testa. Non dipende sempre da noi,
gli avevo risposto. Se pensiamo che alcune cose siano sacre,
be',  perch lo sono. Lo avevo detto davvero? Ricordai
di aver usato parole simili, senza aggiungere altro. S,
descrivere certe cose a un estraneo significava sminuirle
e sminuire se stessi, banalizzarle. Il mio dolore era mio.
Possiamo dire altrettanto di pochissime cose, in realt, soprattutto
in un giorno come quello, in cui il mondo era
tanto vivo e brillava e si rigenerava a un ritmo frenetico.
Continuai la mia lettera. Ci sono alcune regole di comportamento
che bisogna rispettare... No, non andava bene. I vicini,
i buoni vicini almeno... I buoni vicini si proteggono a vicenda
da determinati comportamenti, da alcune scelte che non
 in nostro potere evitare. Non ci  richiesto di essere... Che
cosa? Perfetti? Non ci  richiesto di rinunciare alle nostre...
occasioni di sfogo, ma forse soltanto di essere rispettosi... rispettosi
degli altri.
Suonava moralista.
Camminavo sul marciapiede lasciando che il sole mi
accecasse, senza preoccuparmi di cedere spazio agli altri,
e urtai contro la spalla di un passante, un uomo, o una
donna. Mi scusi dissi. Quando mi schermai gli occhi
con una mano vidi che era un bell'uomo di una quarantina
d'anni. Indossava una maglietta sbiadita con stampata
una foto dei Rolling Stones e aveva la faccia ossuta,
non rasata forse da alcuni giorni, e morbidi capelli color
castano ramato, spettinati.
Di niente. La sua bocca si apr in un enorme sorriso.
Mi aspettavo che si allontanasse in fretta, ma quella
giornata, con la sua vastit, dischiuse davanti a noi una
possibilit...
Bella giornata, vero?.
Oh, s, che sole. Non vedevo niente. Risposi al suo
sorriso senza spostarmi di lato come avrei dovuto. La
pastiglia rallentava la percezione della realt, del mio
corpo, dello scorrere del tempo. Ero consapevole che a
volte non c'era bisogno di altro - l'espressione di un viso,
trovarsi accanto a qualcuno per uno o due secondi di troppo,
guardare negli occhi, proprio negli occhi, una persona
con sentimento - un sentimento qualsiasi, non importa
quale - come lui stava facendo con me in quel momento.
Gli consentii di farlo. Era passato molto tempo da
quando i miei occhi avevano giocato con gli occhi di uno
sconosciuto, e l'ansiolitico poteva trasformare il corso di
una giornata, e soprattutto quel giorno, in una serie di domande
libere, senza fretta, dettate dalla curiosit e tutte
apparentemente innocue.
Ehi, mi sai dire se qui intorno c' un internet point,
da qualche parte? Ho bisogno di connettermi alla rete.
Picchiett sulla borsa del computer con le dita affusolate.
Nella casa dove abito non c' la connessione.
La frase conteneva un invito per me: a chiedergli dove
abitava, a dare inizio a un confronto e a uno scambio di
informazioni personali, a lasciar cadere oppure a rimescolare
le mie priorit. No, non lo so. Non lo sapevo davvero
e mi sentii improvvisamente stupida. Non facevo
parte del mondo nel modo in cui ne facevano parte le persone
che affollavano quelle strade, n desideravo farne
parte. Rivolsi di nuovo il viso verso la luce del sole e feci
un passo indietro preparandomi ad allontanarmi. Forse
in Court Street dissi. Sembra esserci di tutto, in Court
Street. Com'era stupido, starsene immobili nel mezzo
di una giornata che aveva tante cose da fare. Abbozzai
un cenno di saluto e mi sforzai di tornare a George, con pi
concentrazione stavolta: Perdonami, George. Detesto deluderti.
Volevo che la nostra casa fosse un luogo sicuro, un luogo
tranquillo dove lei potesse stare. Non era forse quello che
aveva chiesto? Un posto diverso... Per non sta bene e sta
facendo scelte, oppure evitando di fare scelte... Come dirlo?
Come dire che lei stessa non  al sicuro?... che stanno mettendo
a repentaglio... I muri? S, non rispettava i muri, li
aveva resi permeabili, quasi liquidi, come inesistenti, e
cos mi ero trovata a vedere cose di lei che avrei preferito
non vedere... mettono a repentaglio la privacy che  tanto
necessaria in una casa come la nostra, in una citt come la
nostra. Questo non posso davvero permetterlo, George. Significherebbe
che non me ne prendo cura, e invece me ne prendo
cura. Non pensare che io sia indifferente... Gli alberi intorno
a me furono zittiti da una nuova folata di vento, e le
migliaia di petali caduti dai peri e dai ciliegi, in primaverile
disordine, che ancora riempivano le fessure del
marciapiede e i canali di scolo, risalirono in superficie agitandosi
brevemente in folli piccoli mulinelli. Oh, George,
 cos bello adesso, qui. Vorrei che tu lo potessi vedere. Ti ho mai
raccontato che mio marito voleva fare lo scrittore? Per, a New
York, occuparsi di affari  troppo allettante. Era un richiamo continuo.
Ai nostri tempi  impossibile non investire la maggior
parte delle energie e della creativit nel mondo degli affari, si direbbe
che i dollari siano stati inventati proprio per quelli che desiderano
entrare nel gioco, e rimanerci. S, gli affari che fanno
battere forte il cuore, e cos negli anni successivi le sfide
erano diventate reali per mio marito tanto quanto lo
erano state per mio padre. Un gioco newyorkese al quale
voleva partecipare e vincere, rivendicare per s. Progettava
programmi e applicazioni informatiche per operatori
finanziari i cui bisogni erano inesorabilmente immediati.
ora. ora. ora. Faceva soldi e risparmiava, s, e
quando avrebbe raggiunto l'immenso successo che desiderava,
saremmo stati liberi. Volevamo trasferirci all'estero.
In Turchia. In Italia. Forse addirittura in Francia. George, riesci
a immaginare una libert del genere?  mai stata possibile?
Sentii dei passi alle mie spalle. L'uomo con la maglietta
dei Rolling Stones era due o tre metri dietro di me
e si stava avvicinando. Avevo notato che i pantaloni abbassati
lasciavano intravedere l'elastico delle mutande,
classiche mutande, non boxer, su un corpo agile, sottile,
con vene che distribuivano energia maschile in tutto il
corpo. Un uomo capace di spogliarsi in una frazione di
secondo. Corpi - e storie - come la sua si trovavano ovunque
lungo le strade che percorrevamo. Toccane uno. Scegline
uno, come aveva fatto George. Vieni a Aarhus, in
primavera. Oppure scegli ci che non puoi fare a meno di
scegliere. Ci che ti nutre di pi. O che ti protegge? S.
Quello. A qualsiasi costo.
Mi fermai e mi girai verso di lui. Posso esserti di
aiuto? chiesi mostrandomi impaziente.
Hai detto Court Street, vero?.
S.
Ed  da quella parte, vero?.
S. S, certo.
Non intendevo infastidirti. Ora la sua faccia aveva
assunto un'espressione seria, le sopracciglia abbassate
scoprivano una fronte sporgente e ossuta, resistente. Si
sistem la borsa sulla spalla. Aveva delle belle mani.
Non ero mai riuscita a non notare le mani.
Non mi hai infastidita. Davvero. Nonostante l'effetto
anestetizzante del Klonopin, sentivo ogni poro della
nuca grondare sudore. Non riuscivo a muovermi.
D'accordo disse. D'accordo ripet come saluto, poi
mi super e io rimasi immobile, costretta a osservarlo
mentre si allontanava. Via. Andava via.
George, ho dovuto chiederle di andarsene, non avevo scelta.
Ha possibilit economiche e moltissimi amici. Esistono altri
posti in cui potr trovare ci che desidera.
Indugiai troppo a lungo su quel marciapiede. Non sapevo
dove andare, sapevo soltanto che non ero ancora
pronta per tornare in Pacific Street, perch se fossi tornata
non avrei fatto altro che aspettarla e preparare le parole
e il tono giusto per mandarla via. Vai via.
Mi diressi invece verso l'anonimo rettangolo di una
struttura di cemento e vetro nel MetroTech, il cui interno
era attraversato da vibranti luci al neon. All'ingresso, i volontari
di Helping Hands, un'organizzazione benefica
simile a Goodwill ma meno nota, mi salutarono con ombre
di sorrisi e cenni del capo - i volontari di base erano
intercambiabili, andavano e venivano - le coordinatrici
responsabili della postazione invece mi riconobbero, avevano
notato la mia assenza. Si chiamavano Ruth, Maria
e Phyllis. Maria quel giorno non c'era, ma le altre due, entrambe
anziane, una vedova e l'altra sposata da molto
tempo, mi schernirono: Pensavamo che fossi scappata
con un uomo, ma non aggiunsero altro, e io sorrisi scuotendo
la testa, mi giustificai accampando scuse di visite
a familiari e amici, poi le ascoltai raccontare di figli e nipoti,
un nipote in Iraq, una sorella con il Parkinson, e commentare
un programma televisivo di danza in cui una
ragazza bionda, carina come una chiesa era nata,
poverina, con gli arti paralizzati, e di come il ragazzone
sapesse davvero volare. Sa mangiare e sa anche
ballare!. Mentre parlavano e ridevano, non fermavamo
mai le mani, continuando a separare i capi buoni, molti
dei quali avevano ancora il cartellino del prezzo e non erano
mai stati usati, da quelli accettabili, e quelli accettabili
da quelli inutilizzabili.
Quando tornai in Pacific Street decisi di non salire subito
nel mio appartamento. Avevo le braccia indolenzite
e, non avendo indossato i guanti, le mani unte per tutto
quello che avevano toccato, indumenti appartenuti ad altri,
e mi diressi subito verso la porta di George. La giornata
stava diventando confusa e piena di lusinghe insincere.
Dovevo riprovarci, finch credevo nel senso di urgenza
che sentivo. Bussai, ripetendo dentro di me, Hope,
non sono qui per giudicarti. So quanto  stato terribile il periodo
che tu e la tua famiglia avete vissuto. Ora per stai esponendo...
Fu Leo ad aprire la porta. L'espressione, le spalle
abbassate e, pi ancora, il suo portamento innaturale
facevano capire che era stremato. Oh, ciao disse, come se
si fosse totalmente dimenticato di me, come se mi incontrasse
per la prima volta.
Volevo parlare con la mamma.
La mamma...  ammalata.  all'ospedale. Scelse le
parole con cura e pi che pronunciarle le mise una accanto
all'altra, e lo fece pi per se stesso, per convincersi che
dicessero proprio quello che dicevano. Lo ascoltai solo in
parte, e mentre lui si sforzava di digerire l'idea della madre
in ospedale vidi che si irrigidiva di nuovo.
Sta male?. Finalmente capivo. Che cos'ha?.
Un'infezione ai reni, dicono. Probabilmente la poteva
evitare. Non credo si prendesse molta cura di se stessa.
 sotto antibiotici. La vogliono trattenere un paio di
giorni.
Si pass una mano nei capelli, non per lisciarli, ma per
sentirli (un gesto che sua sorella, per come la ricordavo
durante il nostro strano t troppo pieno di tensioni, non
avrebbe mai fatto: la coda di cavallo segnalava una prigionia
di cui aveva bisogno). Come avevo gi notato la
prima volta in cui ci eravamo incontrati sulla porta di
casa mia, i capelli sotto la mano di Leo avevano le tonalit
della sabbia e della quercia; dopo qualche istante, fui
avvolta dal profumo di legno di cedro e di rame sprigionato
generosamente dal suo corpo. Tutto quello che
lo riguardava sembrava essere sempre l da vedere e da
leggere; non aveva niente da nascondere oppure, se ce
l'aveva, non aveva ancora imparato a nasconderlo.
S, non si  presa molta cura di s. Annuii distogliendo
gli occhi. Avevo certamente stampati in faccia sia quello che mi ero preparata a dire sia il mio disappunto. Quel
giorno non sarebbe stato possibile risolvere niente.
Lui si raddrizz e inspir come se avesse percepito una
preoccupazione di cui non era a conoscenza. Non so, le
ha creato dei problemi, forse?.
Devo parlarle. Nonostante le labbra serrate, mi sforzai
di sorridere. Ma posso aspettare mentii. Non c'
fretta, in realt.
Non sapevo che altro dire, e avrei dovuto ritirarmi, il
mio corpo per non diede segno di volersi allontanare dal
suo odore e dalla sua apertura. Avrei dovuto stare in guardia.
Soltanto qualche ora prima, mi era capitato di fraintendere
le intenzioni di un uomo, o forse avevo confuso
il mio desiderio con il suo. Arrossii, il sangue mi sal dalle
ginocchia alla faccia gi bollente, ma non me ne andai
nemmeno allora. Arross anche lui, raddrizz le spalle,
si schiar la gola.
Il fatto che continuassimo a rimanere l era una specie
di ammissione da parte di entrambi. Fino a quel momento
non pensavo di avere alcuna influenza su di lui,
che tra noi potesse mai esserci qualcosa che richiedeva
soltanto un cenno. Imbarazzato, Leo dovette inspirare profondamente
prima di riuscire a parlare. Sai, stavo per andare
a bere qualcosa. Un bicchierino.  stato stressante.
E mia sorella, Danielle - l'hai conosciuta....
S.
 molto scossa.
Lo siete tutti.
Ho apprezzato quello che hai fatto quel giorno, quando
noi....
Non ho fatto niente.
Scosse la testa per respingere il commento. Le cose che
non sapeva di me, le mie preferenze per la casa, la semplicit,
quello che nella vita, alla mia et, ero riuscita a conservare,
a nascondere e a proteggere, non avevano alcuna
importanza in confronto all'idea apparentemente molto
stimolante che si era fatto di me. Mi guard di sottecchi
e si raddrizz di nuovo. Allora, quel bicchiere?. Sentendo
che non rispondevo, prosegui: L'appartamento
 tutto sottosopra. Ho fatto un po' di ordine in salotto.
Lanci un'occhiata dietro di s, e sospir. Sua madre non
era mai stata disordinata, e non riusciva a capacitarsene.
Non c' niente di rotto.
Si port ancora distrattamente una mano ai capelli.
All'improvviso, pi di ogni altra cosa, sentii il desiderio
di accompagnare quella mano, di prendere tra le dita il
figlio poco pi che ventenne di Hope, di stringerlo tra le
braccia, di leccargli i tendini del collo e la pienezza della
bocca come un vitello lecca il sale. Avevo fame e sete, ed
ero molto stanca di quella giornata e di me stessa, di tutti
gli sforzi fatti. Fino a quel momento l'effetto del Klonopin
aveva smussato e ovattato ogni cosa, consentendomi
di proiettarla all'esterno, di inserirla nel corso della
giornata e nella promessa di qualcosa di nuovo. Via, verso
un'altra donna. Leo aveva letto il diario di Hope? Lo avevo
rimesso al suo posto, dove non poteva vederlo? Arrossii
di nuovo. Il mio imbarazzo volteggi all'interno del
bozzolo che mi aveva protetto negli ultimi giorni e lo fece
esplodere. Puoi avere tutto questo e molto di pi. Quella
frase era rimasta in agguato, in attesa dell'attimo in cui
l'avrei raccolta. Quel di pi, era questo? Questo giovane
uomo innocente e indifeso nell'appartamento di George?
La mia parte, la mia ricompensa, in quella sordida storia?
Devo rimandare l'invito a un'altra volta.
Lo osservai deglutire con difficolt. Aspett - aspettai
- finch lui riusc a dire: Quando?... Quando potremo
bere qualcosa insieme?.
Fece un passo verso di me e dunque fui costretta a
guardarlo. Non conosceva le parole giuste per dire quello che voleva dire ed era troppo giovane per conoscere
i giochi tra uomini e donne, e troppo vivo per sapersi dare
tempo, per rimandare. Aveva soltanto la disperazione e
l'intensit della giovent: se ne rivest completamente e
le indoss il pi a lungo possibile per essere sicuro che
non mi sfuggissero.
Oggi non posso, presto, per risposi, posandogli
senza riflettere una mano sul braccio come piccolo, benevolo
segno di rassicurazione. Non avevo previsto che
posasse una mano sulla mia e ce la lasciasse. Iniziai a
respirare intensamente, in modo che sentisse, mentre
lasciavo che si premesse contro il braccio la mia mano aperta...
quanto tempo era passato da quando avevo toccato
qualcuno per pi di un istante? Hope, s, la mano di Hope
era calda come la sua in quel preciso momento; il sangue
che circolava nel corpo della madre e in quello del figlio
erano travolgenti, reali e avvolgenti come una fiamma.
Toccava a me prendere l'iniziativa di allontanarmi.
Decoro. S. Come potevo chiederlo a un altro se io per prima
non ero in grado di offrirlo? Tuttavia mi provocava
dolore, ogni parte di me era intrisa di quel dolore. Faceva
male e quel male dur a lungo, s. Una doccia fredda,
avrebbe ancora fatto effetto, mi avrebbe fatta tornare in
me e nel ruolo che mi apparteneva, l in quell'edificio.
Scesi le scale di corsa, troppo consapevole di tutte le
volte in cui negli ultimi tempi avevo dovuto correre, contraddicendo
l'intenzione di non farlo che mi guidava da
quando mi ero stabilita in quella casa. Innanzitutto, la
doccia, alla questione degli esperimenti falliti avrei pensato
dopo. Ma prima che io potessi lasciarmi alle spalle
chiave e serratura, trovai sul mio pianerottolo Angie
Braunstein, la mia inquilina, che sembrava aspettarmi da
un po' e camminava nervosamente su e gi tenendo in
mano qualcosa.
Celia, sei arrivata!. La sua voce esprimeva un grande
sollievo. Volevo scusarmi... ho dimenticato di pagare
l'affitto, al primo del mese.
Avevo perso il conto dei giorni. Non mi ero accorta che
marzo fosse passato. Gi passato.
Oh, Angie. Non preoccuparti. Davvero. Io non ero
preoccupata. Sei sempre cos coscienziosa....
Lo so ma sono stata... su un altro pianeta.... Arross,
e la macchia color vinaccia che aveva sulla guancia divenne
pi scura. Mi porse l'assegno, piegato in due, e
le tremava la mano.
Va tutto bene?.
S, o meglio si interruppe. No. Una serie di colpetti
di tosse che sembravano finti, e poi scoppi a piangere.
No. No! Non voglio farlo! Mi dispiace molto.
Che cosa succede?.
Le sue mani grassottelle cercarono di frenare le lacrime.
Mi guard e subito distolse lo sguardo, la rabbia le
accendeva gli occhi verde acqua.  per...  per....
Mi sentii vacillare sulle gambe. I capelli mi si appiccicarono
alla nuca. Il nome di suo marito, Mitchell, mi si
affacci alla mente, fui sul punto di pronunciarlo.
 per... gli orsi polari!.
I cosa?.
Stanno morendo. Ne sono gi morti moltissimi. Il
ghiaccio... non c' pi abbastanza ghiaccio. Non sono in
grado di cacciare. Non possono procurarsi ci di cui hanno
bisogno per... per... vivere e per riprodursi. Si estinguono....
Emise di nuovo quei suoi colpetti di tosse.
Mi sforzai di fare la brava studentessa.  per via dell'effetto
serra?.
S singhiozz lei. Siamo stati cos egoisti. Egoisti!
Egoisti! Egoisti!  imperdonabile, non credi? So che lo .
Mio Dio, io lo so!.
Nonostante il naso che colava e il seno pesante che
sussultava, Angie non mi era mai sembrata tanto simile
a una bambola: il facsimile di una bambina, vulnerabile,
graziosa, bisognosa di carezze.
Non ne eravamo consapevoli le dissi. Siamo animali,
anche noi, dobbiamo sopravvivere. Con i nostri fini
personali e i nostri ideali....
No, Celia, ci siamo sbagliati, ci siamo sbagliati enormemente
grid. Lui desiderava soltanto una famiglia.
Avere una famiglia! E io non sono stata....
Lui chi, l'orso polare? chiesi, richiamando la sua attenzione.
Mi guard come se fossi matta, e poi, s, si riprese abbastanza
da dire: No, oppure si, l'orso polare. Avrei
potuto fare di pi.
Forse le dissi. Ma forse  un problema pi grande di
te, e sicuramente non  troppo tardi, non  cos, Angie?.
Si copr la faccia con le mani.
 colpa mia, Celia, non lo sopporto. Non ci riesco!.
Scoppi di nuovo in lacrime, inizi a tremare violentemente.
Le posai le braccia intorno alle spalle guardando dall'altra
parte. Feci quel gesto per evitare che esplodesse, per
contenerla, pi che per consolarla. Si sarebbe fatta del male.
Una doccia calda. Il letto. Mentre mi addormentavo,
mi lasciai trasportare nel sonno con Leo fra le braccia, poi
con sua madre, a cui lui assomigliava tanto, poi con mio
marito, che scacci via entrambi, e si ferm a lungo, si fermava
e mi ripeteva, Dai, amore. Non dovremmo vivere cos.
Tentai di prendere sonno, rimasi seduta sul letto terrorizzata
dall'orologio e dal silenzio che riempiva la stanza.
Mi vidi in piedi davanti all'armadietto dei medicinali. l
dentro c'era un numero di pasticche sufficiente per stordirmi,
persino per farmi morire. Avevo ovviamente preso
in considerazione tutto, da anni ormai, proprio tutto,
per no, non quella sera. Mi sdraiai, immobile come un
cadavere. Non avevo invitato Angie a entrare, bench fossi
sicura che lo desiderava. Si era abbandonata su di me,
si era rannicchiata contro il mio collo e il mio petto inondandomi
di no, di lacrime, di muco e di tutti gli umori
che sgorgavano da lei. L'odore della sua disperazione,
la densit piena del suo piccolo corpo robusto e della sua
disperazione. Angie, che non sapevo dire se mi piacesse,
neppure ora che la tenevo tra le braccia, dimenticando
il senso del decoro. Angie, di cui avevo toccato le cose
pi intime, in parte dispiacendomene e in parte no. Che
cosa le avevo detto? Siamo animali, anche noi, che cercano
di sopravvivere? Pieni di imperativi biologici. S.
Avevo sentito l'odore pungente dei suoi capelli. Avevo
detto cos, e l'avevo chiamata, con il suo nome, Angie,
Angie. Andr tutto bene. Non dovremmo vivere cos, amore.
Appena il suo respiro era tornato regolare l'avevo
accompagnata di sopra, fino alla porta del suo appartamento.
Una brutta giornata, le avevo detto, sforzandomi
di mascherare la stanchezza che mi arrochiva la voce.
Una brutta giornata. Dormici su. Non  mai troppo tardi,
le avevo ricordato, nonostante la sapessi pi lunga di
cos. Lei aveva esitato. Non riusciva a entrare. Avrei dovuto
chiederle se voleva che entrassi insieme a lei, ma
non ne ero stata capace. Le mie braccia, il mio petto, il mio
collo erano bagnati di lei e, di nuovo, sapevano troppo.
Forse pi di quanto lei stessa sapesse. S. La donna sulla
Promenade, la cui attesa era finita, quel biglietto forse
scritto da lei, forse no, ma ci che desideravo pi di
tutto era che la porta di Angie, in realt la mia porta, si
chiudesse fra noi. Che i nostri due mondi si separassero di fatto. Non lo avrei rimpianto.
...
.
...
Potrei ucciderti.
...
.
...
Il rumore interruppe mio padre che suonava il pianoforte,
e me bambina, l nella nostra casa, che lo ascoltavo
e avevo tanto desiderato quella musica e quell'ora che
avrebbe assorbito tutto il mondo dentro di s.
Suonava Edelweiss e Moonlight in Vermont, era un uomo
sentimentale, soprattutto la sera dopo un bicchiere, e non
se ne vergognava, suonava per dimenticare la banca e le
sue politiche. Reagii o sognai di aver reagito contro quel
rumore improvviso. Sollevai una mano. Lui si rivers sulla
tastiera, mi guard con occhi che erano anche i miei,
sconcertati e distanti, e all'improvviso fui avvolta dalla
nudit della mia stanza, ancora pi spoglia e ostile nel
buio, e dalla consapevolezza, bruciante come uno schiaffo,
che mio padre aveva sempre amato mia madre pi di
chiunque, anche della figlia con i suoi stessi occhi. Credo
si fosse sentito sollevato quando era arrivato mio marito,
e il mio amore per un altro uomo mi aveva fatto scivolare
via; o forse no, forse mi sbagliavo, poi per il buio
fu trapanato dal suono del campanello e da un rumore
sordo, di colpi - di nuovo qualcuno alla mia porta - che
non mi diede l'opportunit di precisare il ricordo o di offrirgli
tutta l'attenzione che meritava. I numeri fosforescenti
della mia sveglia indicavano che non erano ancora
le tre del mattino. Chi mai poteva venire da me a quell'ora?
Il buio mi present tutta una serie di possibilit ...
Jeanie Coughlan infuriata perch suo padre era morto per
colpa mia. No. Non potevo affrontarla. Forse Leo aveva
bevuto da solo il bicchiere che sperava di bere con me,
poi un altro. O peggio, un indesiderato fantasma del mio
passato. Una volta ero stata seguita a casa da un tizio con
cui avevo avuto una delle mie avventure in metropolitana.
Abitavo ancora a Brooklyn Heights. Un vicino lo aveva
lasciato entrare nell'edificio. Lui aveva aspettato fuori dalla
mia porta e quando l'avevo aperta per uscire mi aveva
spinta dentro. Un attimo dopo era sopra di me, e mi insultava,
mi derideva e anticipava tutto quello che avremmo
fatto insieme. Mi aveva ordinato di alzarmi e di andare
a lavarmi. Era stata la prima volta che avevo usato
la mazza da golf di mio padre, che avevo ricevuto in ricordo.
Ed eccomi a impugnarla di nuovo.
Era molto improbabile che alle tre del mattino arrivasse
una buona notizia o un ospite gradito, e soprattutto non
si sarebbero annunciati bussando e suonando alla porta
con tanto accanimento. Chiunque fosse, aveva poco riguardo
nei miei confronti; anche la veemenza, a quell'ora,
espressa in quel modo, diventava un'aggressione. Strinsi
la mazza da golf nella mano destra, mi preparai, guardai
nello spioncino... al di l della porta c'era un pomo
d'Adamo, un uomo con spalle grandi e inespugnabili
come la facciata laterale di un fienile. Les.
Cosa vuoi? gli gridai. Come hai fatto a entrare?.
Dov'?.
Chi?.
Di chi credi stia parlando? Per Dio!. Sferr un pugno
possente contro la porta. Pensi di poterla tenere lontana
da me? Apri! Subito!. Lo fissai. La mano ancora chiusa
nel pugno, le nocche appena ferite, proprio oltre la mia
porta. Hope doveva avergli dato una chiave.
Mi sforzai di controllare la voce, riuscii a dire: Hai
bevuto?.
Rester qui tutta la notte. Dille di uscire! La devo
vedere.
 in ospedale. Me lo ha detto Leo. Non  qui, lo giuro.
Fammi entrare prima che butti gi questa dannata
porta! Sento il suo odore. Lo sento.
Ha un'infezione renale. L'ho saputo da suo figlio.
E tu te ne devi andare, Les. Vattene prima che chiami la
polizia.
Attraverso lo spioncino vidi che il suo corpo oscillava
sempre pi forte, non per il disorientamento, ma per
raccogliere le forze, come per liberarsi da mille mani che
lo trattenevano per la schiena.
Tu! esplose. Sei una stronza. Una vera, dannata
stronza. Non sono io il problema, qui... Fai pure, chiama
la polizia, chiamala in questo fottuto istante. Sar entrato
prima ancora che abbiano sollevato il ricevitore, prima
che... che si disturbino per una stronza come te. Cos
scopriremo che razza di combattente sei.
Non era l'alcol, o non solo. Era agitato come un pazzo,
quello che immaginava era per lui pi reale di ogni
altra cosa. La gratificazione doveva essere immediata.
Tornatene a casa, smetti di fare il pazzo, vai a casa!.
Battei un pugno contro la porta. Mi hai sentito?.
Si scagli contro la porta dandole una spallata. Una
volta, due. La serratura - doppia - non cedette, ma i cardini
si spostarono liberando polvere. Guardando attraverso
lo spioncino lo vidi indietreggiare e poi scagliarsi
di nuovo, il primo assalto era stato dominato dall'incredulit,
il secondo da una cieca rabbia animale: Fammi
entrare! La devo vedere subito..
S, non possiamo vivere cos. Chiamai il 119 e alla indifferente
domanda Di quale emergenza si tratta? risposi
che qualcuno stava cercando di sfondare la porta del
mio appartamento, pronunciai il mio nome e il mio indirizzo
con lenta determinazione, e mi interruppi per gridare
a Les di smetterla, per favore, tenendo sollevato il
ricevitore per fare in modo che sentissero il suo rifiuto:
Riuscir a entrare, a vederla, maledetta stronza... ti metti
sempre in mezzo!.
Ripetei l'indirizzo e abbassai il ricevitore.
Quando tornai ad appoggiarmi alla porta, sentii ancora
il suo respiro affannoso. Gli dissi che avevo chiamato
la polizia. Lui indietreggi di nuovo, portando con s il
suo affanno. Rimasi in ascolto, in attesa del nuovo attacco
e di quella specie di grido di guerra lamentoso,
ubriaco. Non si accorse che avevo aperto la porta, e quando
part alla carica era troppo immerso nella propria versione
delle cose per vedermi; il suo sguardo cercava solo
lei. Io invece lo vedevo bene, e lo colpii alla nuca con la
mazza da golf con tutta la forza che avevo in corpo.
Cadde a terra con le braccia allungate in avanti, nel tentativo
di afferrare Hope, o me, oppure di attutire l'impatto.
Ma non appena ebbe toccato terra con il petto le spalanc,
come se stesse per cadere su un letto. Gir la testa
di lato e perse conoscenza. Rimasi in piedi sopra di lui,
ma non si alzava, e sulla sua faccia non notai alcuna espressione
di dolore, n sembrava respirare. Posai la mazza da
golf e cercai di rilassarmi, iniziai a sentire la tensione delle
braccia, delle mascelle, il calore che abbandonava il corpo
lasciando spazio a una nuova ondata molto fredda; cominciarono
a tremarmi le ginocchia, a battermi i denti. Intorno
a me il tempo sembrava dilatarsi per consentirmi
di percepire la gravit del colpo che avevo inferto e, fino al
momento in cui credetti di averlo ucciso, rimase immobile.
Avevo gi visto dei cadaveri, quello di mio marito, di
mio padre, di uno sconosciuto nell'ufficio di un medico
legale nel Connecticut, quando volevo ingraziarmi un ambizioso
insegnante di biologia e ottenere un buon voto nel
corso di specializzazione. Sapevo come i corpi diventavano
inerti, si raffreddavano e si irrigidivano, come gli occhi,
la pelle, le labbra continuassero a essere familiari mentre
si trasformavano in materia inanimata, totalmente diversa
dalla mia, diversa da me che ero ancora in grado di
ricordare l'impeto che aveva accompagnato la necessit
- perch era stata una necessit - di colpirlo. Desideravo
con tutte le mie forze che fosse morto, proprio come desideravo
mettere fine a tutte quelle intrusioni nella mia vita,
poter essere di nuovo padrona di me stessa e della mia propriet...
era esattamente questo che volevo ed era tutto
l, a contrarmi le braccia quando gli avevo sferrato quel
colpo alla nuca. L'arma che stringevo tra le mani, il vantaggio,
mi avevano resa forte come un gigante d'uomo,
ancora pi forte, e ne avevo approfittato. Adesso per mi
chinai, mi sedetti accanto alla sua grande testa immobile
e mi feci quanto pi piccola potevo, le ginocchia strette contro
il petto, le braccia intorno alle gambe, la testa affondata
tra le ginocchia. Mentre mi stringevo a me stessa, fui
sommersa da un diluvio di scuse, di ricostruzioni dei fatti
e di preghiere. La mia mente visit altri luoghi, prima
di tornare a elaborare l'accaduto, a costruire una versione
dei fatti. Tutti noi scriviamo e riscriviamo continuamente
gli eventi della nostra vita, per renderci accettabili a noi
stessi e agli altri, specialmente agli altri. Non potevo sottrarmi
a quel processo... Non riuscivo a guardarlo, sebbene
il suo odore, la puzza di alcol che trasudava dal suo
corpo riempissero la stanza. Lo odiavo ancora, e dovetti
sforzarmi di contenere il mio odio, e me stessa, di continuare
a calmarmi e ad augurarmi qualcosa di diverso, una
cosa qualsiasi, una persona qualsiasi. Invece no, ero costretta
a ricostruire i fatti. La sua nuca davanti a me come
un bersaglio magnifico e immobile, mentre si lanciava all'attacco
come un mostro affamato. Non riuscivo a vedergli
la faccia, avevo per davanti a me, come se fosse accaduto
quel giorno, la faccia dell'uomo che era riuscito a
rintracciarmi nell'appartamento di Brooklyn Heights dove
anni prima avevo abitato con mio marito e che poi era diventato
solo mio. Il suo piacere fremente nell'avermi ritrovata.
S, mi aveva ordinato di lavarmi per lui, dovevo
essere fresca come un fiore, aveva detto con disprezzo. Non
sei proprio un fiorellino, vero? Conoscevo il gergo di quel genere
di scambi, il gioco delle parti. Lo avevo usato prima
di allora e non solo con lui. Ero andata in bagno, avevo
chiuso la porta, fatto scorrere l'acqua, e quando ero uscita
lo avevo trovato seduto sul nostro divano, che toccava le
nostre cose, sbirciava in una pila di libri, quelli che avevo
tenuto a portata di mano per leggerli a mio marito prima
che morisse: La signora trasformata in volpe, una favola, o
meglio, un'anti-favola, che ancora non avevo messo al sicuro
su un ripiano della libreria, Le lettere di Berlicche di
C.S. Lewis (che facevano ridere mio marito), le poesie di
Neruda e di Anne Sexton (che conoscevano entrambi cos
bene la carne, con le sue passioni e la sua deperibilit),
Moby Dick, l'Odissea, e un giallo di P.D. James. Avevo gi
pensato di usare la mazza da golf, ma ero troppo sconvolta
per cercarla e nemmeno adesso ricordavo come avessi
fatto a trovarla. Me l'ero semplicemente ritrovata tra le
mani, come se fosse spuntata l, e l'avevo sollevata sopra
di lui, seduto sul divano. Gli avevo detto che non ero un
fiore, non ero una puttana, che per lui non ero nessuno.
Gli avevo spiegato che non sarebbe dovuto tornare mai
pi, e quando si era alzato ed era venuto verso di me ridendo,
credendo facesse parte del gioco, lo avevo colpito
alla pancia con la testa della mazza da golf. Lui era riuscito
ad afferrarla, ma a quei tempi ero forte anch'io, pronta
a fare del male e a riceverlo, gliela avevo strappata e gli
avevo sferrato alcuni rapidi colpi contro le ginocchia per
farlo cadere. Era caduto. Gli avevo messo un piede sulla
mano e lo avevo tenuto premuto. Potrei ucciderti gli avevo
detto. Potrei farlo, ma non lo far. Adesso vattene. Se
torni, ti uccido. Non sono la persona che credi io sia o sia
stata. Mi hai sentito?. Gli avevo schiacciato la mano sotto
il tacco. Qui non sei al sicuro. Gli avevo premuto con
forza la mazza da golf sul collo per costringerlo ad abbassare
la testa. Non qui avevo continuato a ripetere finch
non aveva gridato di dolore. Avevo spostato il piede.
Quando si era alzato ed era uscito barcollando e ansimando,
senza dire una parola, mi era sembrato un miracolo.
Aveva desiderato una donna da dominare, che si lasciasse
dominare da lui. S, avevo scelto di essere quel tipo
di donna in altri luoghi, nelle parti nascoste di me, nella
metropolitana, e quando vi venivo condotta e chiamata
accadeva ancora che le visitassi, quelle parti di me, il lutto
mi rendeva vulnerabile. Avevo bisogno di essere diversa,
una persona diversa, ma non in casa mia, non l,
non l. In realt, non ero diversa da Hope, ero un pericolo per me stessa e per gli altri tanto quanto lei - per farmi
del male, mi ero abbandonata a desideri sconosciuti
- ma l, in quella casa che mi apparteneva, intendevo condurre
la vita in un modo diverso, come volevo io, non
come voleva qualcun altro.
Mi costrinsi a guardare Les. Dapprima non vidi niente,
e le mie paure furono confermate. Ero sul punto di mettermi
a fare una respirazione bocca a bocca, per cercare
di fargli riprendere i sensi con tutta l'aria che avevo nei
polmoni, e proprio mentre mi chinavo per girarlo e avvicinai
la faccia alla sua, le sue labbra si aprirono lasciando
uscire un vapore fetido, e le narici scure si dilatarono.
Mi tremava di nuovo la mano, quando lo toccai: era cereo
ma tiepido, e il sangue circolava, sotto la pelle. Dunque
non ero stata poi cos forte, non troppo pi forte di
lui. Poi, quando vidi arrivare due poliziotti in uniforme
con le pistole in mano e lo sguardo torvo, lanciai un grido
e scoppiai a piangere, a singhiozzare, e il mio corpo si mise
di nuovo a tremare, di gioia, questa volta, la mia faccia
sudava, il naso colava. E quando mi spostai per lasciarli
entrare, insieme a loro entr tutto, entrarono tutti, e il
tempo ricominci a correre e a fare richieste... di una versione
dei fatti. Di una versione della storia necessaria per
potervi chiudere me stessa, isolarmi da loro, una storia
che seguisse un ordine senza tuttavia essere troppo ordinata,
con un numero limitato di particolari, scelti con
cura. Con le braccia strette intorno al petto, abbracciando
me stessa, abbracciando il senso di sollievo che provavo
perch mi desse forza e mi tenesse al sicuro, chiesi ai
poliziotti, per favore, di chiamare subito un'ambulanza.
Fate in fretta, per favore. Cercava di sfondare la porta, sapete,
e quando l'ho aperta temendo che si facesse male,
lui ha minacciato di uccidermi. Mi sono dovuta difendere.
Non avevo davvero scelta. Non l'ho colpito forte, dissi
agli agenti, non ne sarei stata capace. Non sono cos forte,
non mi piace la violenza... Ma non era necessario, sapete, era
ubriaco, o drogato, o Dio solo sa cosa. Un uomo cos'grande.
Cos terrificante. Fui quasi sul punto di mettermi a ridere
quando lo dissi. Sapete, abito da sola, qui. Sono vedova.
Vissi dentro quella versione per giorni. Dissi loro che
non avrei sporto denuncia, sebbene fossi consapevole che
forse lui avrebbe deciso di denunciare me. Espressi ad
alta voce la preoccupazione per le possibili conseguenze
dei traumi cranici. Lui non era venuto con l'intenzione
di fare del male, vero? Non era in s. Consegnai la mazza
da golf ai poliziotti prima che me la chiedessero. La
porsi come se fosse la causa di tutto e girai la testa dall'altra
parte come se quell'oggetto mi avesse delusa. Quando
mi portarono al commissariato per la deposizione ufficiale,
mi diedero dei fazzoletti di carta e dell'acqua in
un bicchiere di plastica, e prima che il racconto entrasse
troppo nei dettagli chiesi di vedere l'ispettore Brazo. Ne
furono un po' sorpresi. Non spiegai come mai conoscevo
Brazo, e loro non me lo domandarono. Si limitarono a
controllare per la seconda volta la mia fedina penale.
Brazo non c'era a quell'ora, era troppo tardi e troppo
presto, comunque l'indomani mi telefon e io gli chiesi
se poteva intervenire. Les era sotto l'effetto di una o pi
sostanze, e io mi ero spaventata senza motivo.
E quale donna non si sarebbe spaventata? borbott
Angie Braunstein, quando si present alla mia porta il giorno
seguente, era la testimone a mio favore, adesso. Aveva
sentito gridare, durante la notte. Era uscita sul pianerottolo,
non riusciva a dormire. Nessuno dormiva molto
nel mio palazzo, ultimamente. (Tra quelli di noi che erano
rimasti, quantomeno.) Sbirciando gi dalle scale aveva visto
i paramedici che portavano via Les, aveva visto che io
uscivo accompagnata da due poliziotti, il loro obbligo di
seguire il protocollo, la loro giovane et. Cosa succede?
Cosa diavolo sta succedendo? aveva gridato verso di noi.
Sulla lettiga, Les russava, e questo aveva alleggerito la tensione
e strappato un sorriso ai paramedici. Non erano stati
delicati con lui. Avevano spostato il suo corpo troppo
lungo come se si trattasse di un bagaglio ingombrante.
Cosa sta succedendo? aveva domandato Angie con
insistenza dalla cima delle scale, e io le avevo risposto:
C' stato un piccolo incidente.
Dove stai andando?.
Non vado lontano. Non vado lontano.
Era vero. Al commissariato, sotto le luci al neon, alle
tre e mezzo e alle quattro del mattino, si rilassarono tutti
ascoltando la mia versione dei fatti. I poliziotti e il commissario
di turno risero quando notarono che la mazza
da golf era una Callaway. La testa non pesa molto, per
essere cos vecchia comment l'agente pi magro, il pi
riservato dei due. Una bella mazza.
 stato fortunato disse il poliziotto pi basso e pi
robusto, il pi sospettoso, quello che non smetteva mai
di toccarsi la cintura, e che quando erano arrivati nel mio
appartamento mi aveva lanciato uno sguardo severo.
Quel tipo era davvero enorme. Come un esterno centro
della Major League al Madison Square Garden.
Allora, recitando la mia parte, conclusi: Era fuori
di s.
Il giorno seguente, al telefono, Brazo disse: Ho incontrato
quell'uomo, sa? Il tipo suscettibile del piano di sopra.
 amico di una delle mie inquiline.
Lo dico sempre io che  la gente che ci abita a fare il
quartiere. E quel tipo era evidentemente in cerca di guai.
Obiettai, ma senza molta convinzione. Les era in ospedale,
come Hope. Erano entrambi persone in cerca di guai.
In ospedali diversi, o nello stesso ospedale. Non lo sapevo.
La mazza da golf era di mio padre. Crede che potr
riaverla?.
Far del mio meglio.
Gli chiesi se avesse notizie del signor Coughlan, ma
dalla prospettiva della storia nella quale vivevo non potevo
permettermi di perdere il filo, di rischiare di dimenticare
un particolare come, per esempio, il fatto che quando
avevo colpito Les ero spaventata, anzich furiosa com'ero
in realt.
S, sono sulle tracce di Coughlan.
Crede stia bene?.
Comunque stia,  in movimento.
Torner a casa?.
Be', a essere sincero, dubito che si ricordi dove abita.
Non domandai altro, non misi in dubbio la sua affermazione
e non la presi in modo drammatico. Non potevo.
A differenza di Brazo sapevo che non era possibile che
il signor Coughlan tornasse a casa, intero o a pezzi, fintanto
che l'edificio si trovava nello stato in cui si trovava
adesso. George aveva aperto la porta e lasciato che
qualcuno entrasse mentre lui usciva alla ricerca di qualcosa
di pi o di migliore, poi, incoraggiata dall'arrivo
della primavera, una materia dai contorni confusi aveva
preso il sopravvento, agitando con un vento incostante
e un ritmo di crescita tanto veloce quanto poco verosimile
gli appetiti umani, insieme alla vegetazione. Se
Hope se ne fosse andata, forse sarei stata in grado di intervenire.
Forse sarei riuscita a far tornare Coughlan.
Non era una supposizione ragionevole, tuttavia non potevo escluderla.
Aspettavo e continuavo a ripetere la mia storia; tutto
aveva un senso in quell'alternarsi di attese e di racconti.
...
.
...
Il copione.
...
.
...
Marina arriv. Ci parlammo mentre io la seguivo e lei
puliva, con i capelli scuri che ingrigivano legati lontano
dal viso, lontano dal lavoro, il movimento ampio e senza
fretta delle braccia robuste e arrossate appoggiate contro
il pavimento. Senza interrompere il ritmo cos preciso,
mi chiese se potevo assumere suo figlio. Avevano bisogno
di soldi... di pi soldi, precis. Come ipnotizzata,
risposi, Certo, e subito dopo, Lascia che ci pensi. C'era
il tetto da riparare. Altri lavori da fare. Era un vecchio palazzo...
C'era sempre molto da fare, ma non era ancora
il momento. Dovevamo aspettare, per non lo dissi a voce
alta. Adesso Marina sembrava meno sicura, meno determinata,
decisi comunque di raccontarle la mia storia,
della nuova inquilina e del suo amante. Di come lui avesse
minacciato di uccidermi, anche se non era vero. Di
come mi aveva fatto stare male il fatto di averlo colpito,
anche se non era vero. Non c'era scelta. Le donne devono
difendersi disse con il suo accento ucraino. E in quel
momento sentii di volerle bene, e avrei desiderato abbracciarla
e abbandonarmi al suo sudore e all'odore del
Pine-Sol che le si era appiccicato addosso come Angie aveva
fatto con me, ma mi trattenni. Mi limitai a convenire
con lei e la pagai in anticipo. La ringraziai per essere venuta
e le chiesi di venire con pi regolarit, se poteva.
Per la prima volta, forse perch ero scioccata da quel
moto di improvvisa affezione, dal mio bisogno di lei, dissi:
Marina, mi devi telefonare il giorno prima quando
non puoi venire, e se non ti fosse possibile, almeno il giorno
stesso. Mi devi avvisare e poi devi recuperare le ore
che hai perso. Vieni un altro giorno. Mi hai capito? Se
vuoi che io conti su di te, o su tuo figlio. Quando non vieni,
devo pulire io, per preferirei che lo facessi tu. Lei
annu, poi sussurr, Certo. Mentre guardavo altrove e
tornavo alla mia storia: Abito da sola, qui. Sono vedova, percepii
la sua sorpresa. Poi mi strinse il polso nello stesso
modo in cui me lo aveva stretto Hope: per dimostrarmi
che era d'accordo, oppure che aveva capito, o forse per
scusarsi per non aver rispettato i termini della nostra relazione.
Raramente le avevo fatto delle confidenze e, in
generale, poche richieste. Non avevo chiesto molto a nessuno
dopo la morte di mio marito, e ora che tutto sembrava
richiedermi una parte tanto grande di me stessa
e non mi lasciava mai sola, dovevo essere vigile. Dovevo
prendere le misure con pi attenzione, tracciare confini visibili.
Non presi nessuna pastiglia e per giorni non dormii
n bene n abbastanza. S, aspettavo il ritorno di Hope,
ma di notte aspettavo anche Les, il signor Coughlan, e mio marito.
Salii nel ripostiglio vicino all'appartamento vuoto del
signor Coughlan. Scelsi alcuni libri del mio passato, del
nostro passato. Alcuni film, vecchi, ancora su videocassetta.
Ero solita alternare, variare la sequenza dei film della
nostra collezione, e alcuni evitavo di prenderli. Era quello il mio modo di ricordare. E ricordavo molto bene. Tenere
alcune cose vicine a me, tenerne lontane altre, alternarle.
Richiedeva pratica. Disciplina.
Parlai con mia madre al telefono. Stabilimmo che ci
saremmo messe d'accordo per incontrarci, e lei mi raccont
dei suoi balli, delle sue scarpe nuove e dei film che
aveva visto; ero stata al cinema, di recente? Non le raccontai
di Les. Rimasi ad ascoltare il fluire spumeggiante
della sua voce, mi lasciai trasportare dalla sua cadenza,
dalla convinzione che la vita potesse trasformarsi in freschezza,
se ti tenevi in movimento e ballavi e compravi
cose belle; poi, sopra la mia testa, sentii un rumore di
passi. Non era neppure mezzogiorno; Hope era tornata.
Hope era a casa.
Arrivata davanti alla sua porta scoprii che non era sola.
Al di l della porta, la conversazione animata e scoppiettante
creava un'atmosfera allegra o qualcosa di simile.
Mi fece entrare la sua amica Josephina. Aveva gli occhi
truccati con l'eyeliner nero e indossava una lunga camicia
senza maniche di lino nero stretta sotto al seno e
una lunga gonna a tubo di jeans. Sotto gli occhi grandi,
truccati e immobili, la sua bocca si apr in un bianco sorriso
di benvenuto. Ah, buongiorno, padrona della casa
disse rivolta a me e alle persone dietro di lei, Hope e
Darren.
Il comitato di benvenuto al completo esult Darren
battendo le mani come un soldatino educato ed esibendo
un aspetto appena tirato a lucido: le guance rasate con
cura, i capelli ben pettinati che brillavano di gel, la camicia
nuova a scacchi bianchi e verdi, la fibbia della cintura
che rifletteva la luce come metallo al sole, e mocassini
bianchi in pitone. Un'altra persona che vuole festeggiare
il ritorno a casa della nostra paziente prosegu,
includendomi con piacevole leggerezza nel loro progetto.
Qualcuno, Leo, immaginai, aveva fatto delle pile - una
pila di libri mai rimessi a posto sugli scaffali, una pila di
cuscini e di copriletto, una di CD, e una fila di scarpe femminili
spaiate, e le aveva sistemate su un lato del salotto
per potersi dedicare alle pulizie. In attesa di espletare
quel compito, aveva spruzzato nella stanza il Lysol, evidentemente
non ne conosceva l'odore che parlava di bagni
pubblici e sale d'attesa in abbandono, e non sapeva
che le qualit del prodotto, quali esse fossero, non bastavano
a giustificarne l'utilizzo. O magari sapeva tutto, ma
voleva punire quelle stanze per quello che era capitato
a sua madre da quando abitava l.
Lei, a disagio, si era seduta al centro del divano in
pelle di George, ora non pi ingombro, grazie a Leo, di
cuscini, copriletto e altri oggetti che evocavano mollezze.
Sedeva con la schiena dolorosamente diritta, come
se non si volesse concedere n al divano n alla stanza.
Mi guard come se i suoi occhi facessero fatica a mettermi
a fuoco, come se il mio corpo fosse troppo luminoso
o difficile da comporre in un'immagine. Mi guardava con
riluttanza. Con sospetto, s. Eppure, nella sua vestaglia
di seta azzurra, riusciva ad assomigliare a Lauren Bacall
o a Rita Hayworth, a una donna seduta davanti alla toletta,
intenta ad acconciarsi i capelli, a dedicare attenzioni
alla sua bellezza. Si era spogliata dei vestiti che indossava
quando era entrata e uscita dall'ospedale, certamente,
e aveva scelto quella vestaglia, o forse l'aveva scelta
Josephina per lei, con l'intenzione di restituirla a una versione
di Hope che meritava la seta, a cui piaceva averla
a contatto con la pelle nuda; perch quel tessuto era abbastanza
sottile da mettere in evidenza le linee del corpo, la
sfrontatezza dei capezzoli, la forma del busto, i fianchi.
Osservai con attenzione tutto di lei: i piedi nudi, lo
smalto rosa scheggiato delle unghie dei piedi, i capelli disordinatamente
raccolti a crocchia e fermati sulla nuca
da un fermaglio d'argento, l'espressione del viso, tesa soprattutto
per l'imbarazzo esuberante dal quale era circondata;
perch anche se non mi voleva guardare, io l'avrei
guardata; e quanto pi si sottraeva a me, tanto pi mi
espandevo e riempivo la stanza. Avevo un obiettivo preciso
e non lo avrei modificato n avrei cercato una strada
diversa per arrivarci, per quanto imperfetta.
Hope  stata in ospedale mi comunic Josephina.
L'ho saputo dissi. Mi dispiace.
Adesso  tornata in forma disse Darren. Se l' vista
brutta. Ci siamo preoccupati. Poi, per scacciare via
quella sensazione, perch finalmente potevano farlo, aggiunse:
Ha sofferto di una sorta di... come definirla...
Malattia sessuale?.
Per favore disse Hope con un tono di voce troppo
debole. Non dirlo.
L'abbiamo presa in giro disse Josephina afferrando
un cuscino da mettere dietro alla schiena dell'amica per
invitarla a rilassarsi. Si  comportata come un'adolescente,
non siamo riusciti a trattenerci.
Hope chin la testa, gi considerando tra s, immaginai,
quanto le sarebbe costato essersi lasciata andare al
punto di diventare cos vulnerabile.
Mio Dio esord Darren, per quanto  stata in ospedale
giorno e notte sua figlia Danielle? Quattro o cinque
giorni? Che ragazza splendida. L'hai conosciuta?. Rivolse
lo sguardo verso di me.
Oh, s risposi.
 bellissima sugger lui in attesa che aggiungessi
qualcosa di pi o quantomeno convenissi con lui, e quando
vide che non lo facevo riprese a esternare i pensieri che
gli passavano per la mente. Per, comportarsi davanti
a tutti come se sua madre fosse gi morta e continuare a
portare quegli enormi mazzi di gigli che facevano puzzare
la stanza come una vecchia camera mortuaria....
Lei adora i gigli sussurr Hope. Ma non le gardenie
aggiunse, forse rivolgendosi a me.
 una ragazza forte disse Josephina, con un tono
che smorzava la durezza delle sue osservazioni. Tende
a trasformare tutto in tragedia. Cos la vita  pi eccitante.
Posso offrirti qualcosa da bere? Abbiamo svuotato
molte bottiglie - lei non dovrebbe bere - un po' d'acqua,
forse, con le bollicine?.
No. Grazie. Sono venuta a parlare con Hope. Di
quello che  successo.
Darren si lasci cadere su una poltrona. Oh, delle novit.
Racconta! Raccontaci. Tutto preso dall'eccitazione,
si sporse in avanti e sfil qualcosa da una tasca. Posso?.
Assomigliava a un accendino ma non lo era, perch se lo
distese sul palmo della mano e lo avvicin alla bocca.
Non riempire la stanza con la tua erba. Ha appena
rischiato di morire lo sgrid Josephina.
I medici la prescrivono ai malati, per ogni tipo di
malattia.
Non mi d fastidio disse Hope senza sollevare la testa
e con voce priva di inflessione; le sue parole disegnarono
nell'aria un muro prima di cadere e disperdersi. Potevano
essere indirizzate a Darren, a se stessa, o a nessuno
in particolare.
Preferirei parlare a Hope da sola dissi.
Darren accese il suo arnese, e subito Josephina corse sbuffando
ad aprire le finestre. Sei un fottuto egoista gli disse.
E tu una grandissima stronza. In una frazione di secondo,
Darren inspir una boccata di marijuana, ancora
marijuana, poi espir un voluttuoso pennacchio di fumo
sopra le nostre teste. Adesso Hope sta bene, vero, cara?
Non ha forse l'aria di star bene? Non dovremmo festeggiare?
Sono contento di offrirvela. Si gir verso di me.
Mio Dio, che giornate terribili.
Hope si strinse la vestaglia intorno al collo. Si tratta
di Les disse loro, facendomi un cenno.
Josephina si sedette vicino a lei e agit le mani verso
l'amica. Quell'uomo. Quell'uomo. Dimostrando un ottimo
talento nell'esasperare le situazioni, prosegu in tono
derisorio: Prendersi una febbre cos alta. Poi disse rivolgendosi
a me: Aveva un problema alle vie urinarie,
Hope, e non se ne  preoccupata! Come ha potuto?. Si
gir verso di lei e in tono quasi gentile aggiunse: Come
pu una donna non accorgersene? I sintomi sono chiari.
Poi, rivolta a me: Noi sentiamo tutto, non  cos?.
Una donna libera disse Darren mentre il fumo gli
usciva dal naso, che non ha saputo fermarsi in tempo.
Ma chi pu condannarla, dopo tutto quello che ha passato?
In ogni caso, lui, il tuo Golia, adesso dov'?.
Hope si appoggi a Josephina, senza per questo sembrare
meno fragile. Con la faccia nascosta nell'incavo del
collo dell'amica, sospir e disse: Immagino che l'abbiano
dimesso oggi dall'ospedale.
Cosa? rise Darren. Ha avuto uno stiramento all'inguine?.
Forse posso spiegare io quello che gli  successo dissi,
e lo feci. Lo raccontai con poche, brevi frasi, senza indulgere
in particolari, divagazioni narrative n connotazioni
emotive, man mano che raccontavo - era impossibile
convincerlo, non voleva andarsene, cos quando ho aperto la
porta e si  avventato contro di me, l'ho colpito con una mazza
da golf- mi sentivo sempre pi sicura e pi rilassata,
e sentivo Hope sempre pi lontana e impenetrabile. Non
mi ero lasciata distrarre da lei n da nessuno di loro, consapevole
che, ogni volta che la ripetevo, quella versione
metteva pi al sicuro la mia storia. La storia che non avrei
raccontato. Rappresentava una vittoria della mia capacit
di difendere a ogni costo i confini di quella propriet
che mi spettava di diritto, s, e che era ufficialmente mia,
e da cui era indispensabile che lei, Hope, se ne andasse.
Si alz di scatto, ma continu a non guardarmi negli
occhi. Ora devo riposare. Devo farmi una doccia.
Darren reag con lentezza. Avresti preferito spaccargli
la testa piuttosto che lasciargli sfondare la porta?.
Li costrinsi ad attendere la mia risposta, perch aspettavo
che Hope mi guardasse; quando lo fece, le dissi: Ero
sicura che non si sarebbe accontentato di sfondare solo quella.
Bene, brava, padrona di casa. Te lo assicuro, se fosse
rimasto qualcosa da bere brinderei alla tua salute.
Alzati, idiota ordin Josephina. Dobbiamo lasciarla sola.
Dobbiamo gi andare? rispose lui, con gli occhi e il sorriso molli come un tuorlo d'uovo.
Torniamo quando vuoi, basta che mi avvisi un attimo
prima e arrivo disse Josephina baciando delicatamente
Hope sulle guance. Bevi tanta acqua. Dormi molto.
Hope rispose con un grazie stentato, ma non alz gli
occhi n allontan dalla gola le mani ancora strette sul
collo della vestaglia per tenerla chiusa.
Ciao, amore. Darren le diede un rumoroso bacio
sulla guancia. Comportati bene, eh? Torno domani mattina.
Telefonami, prima raccomand Hope.
Si diressero verso la porta e prima di raggiungerla si
fermarono per aspettarmi. Vogliamo andare, adesso? mi chiese Josephina.
Tra un minuto. Devo discutere di una cosa con Hope da sola.
Indugiarono fino a quando Hope acconsent con un
cenno e indic loro la porta con il mento. Andate disse.
Ha bisogno di riposare insistette Josephina in tono
di rimprovero. Era intenzionata a difendere il suo ruolo.
S. Lo so. Non sar una cosa lunga.
Andate ripet Hope. Andate. Sono stanca.
Josephina fece un passo oltre la soglia senza smettere
di guardarmi; i suoi immobili occhi neri mi trafissero
come mille pugnali.
La porta si chiuse, io guardai Hope e alle sue spalle:
Mi dispiace, Hope, di doverlo dire proprio adesso...
iniziai, ripetendo una frase gi preparata, ma sappiamo
entrambe che....
Lei tese le mani davanti a s, all'altezza del petto.
Aspetta! Aspetta. Per favore. Lo so che potr sembrare
strano, ma non sono in grado di parlarne senza prima
aver fatto una doccia. La devo fare... Ho bisogno di sentirmi...
pulita.
Rimasi in silenzio, a osservarla, le mani ancora sollevate,
la testa inclinata. Si aspettava che controbattessi.
Non ne avevo bisogno. Posso aspettare le dissi, e non
mi mossi, non mi sarei mossa.
Rimani qui?. Allung la testa verso di me.
S.
D'accordo.
Bene.
Non si preoccup di chiudere del tutto la porta, come
a dimostrarmi che non sarebbe scappata. Sentii l'acqua
che scorreva con un getto potente grazie all'alto livello
della pressione che avevo desiderato per questi appartamenti,
per i miei inquilini; il vapore si sarebbe diffuso
velocemente e affidabilmente. Toccai i libri impilati. Ne
rimisi alcuni sugli scaffali. Sistemai un altro cuscino sul
divano, piegai una coperta fatta ai ferri sopra uno dei braccioli.
Non ero il suo secondino. Ero qualcosa di completamente
diverso. Appaiai tra loro le scarpe che avevano
una compagna e misi da parte quelle che non l'avevano.
Avrei trovato il modo di insegnarle a essere ordinata. Per
farmi coraggio, sfogliai le pagine di un libro di George,
una vecchia edizione con la copertina rigida del Secondo
sesso di Simone de Beauvoir, cercando di concentrarmi
sulle parole, a volte riuscendoci e a volte, la maggior parte
delle volte, senza riuscirci. Fu una lunga doccia. In cucina
lavai alcuni bicchieri e ne riempii due per noi con l'acqua
del rubinetto. Poi mi sedetti il pi confortevolmente
possibile su un lato del divano e respirai a fondo per
sciogliere dentro di me l'ansia, respirai la stanza, lasciando
che mi riempisse i polmoni persino l'odore pungente
del Lysol, mi riappropriai della stanza, del palazzo intero,
del diritto alla mia sanit mentale o alla mia versione
di essa. Dopo aver raggiunto un accordo, sarei scesa
nel mio appartamento e avrei guardato un vecchio
film; mi sarei fatta quel regalo. Uno dei film che avevo
visto con lui. S. La signora del venerd con i suoi dialoghi
incalzanti, oppure Il cielo sopra Berlino, per vedere la
ragazza che si dondola sul trapezio, per vedere un angelo
che cade, che sceglie di cadere. Avrei sfilato dal sacchetto
Ziploc La signora trasformata in volpe, per sentire
il profumo del giorno in cui lo avevo letto insieme a lui
l'ultima volta.
Mi dispiace disse Hope quando riapparve. Ne avevo
bisogno per..., cerc le parole, per lasciarmi tutto
alle spalle.
I capelli ancora bagnati erano pettinati e le disegnavano
sulla schiena un lungo rivolo scuro che bagnava la
vestaglia di seta all'altezza delle spalle e del collo. Senza
trucco, Hope esibiva tutte le rughe, intorno alla bocca, tra
le sopracciglia e intorno ai grandi occhi celeste citrino, mostrava
le ombre sotto gli occhi, nell'incavo delle guance
e quelle che si insinuavano sopra il labbro superiore. Era
la sua idea di durezza, ma non funzionava, perch l'aver
abbandonato le difese e la tensione che questo imponeva
non solo alla sua faccia ma a tutto il suo portamento
la faceva sembrare pi tenera. Quelle rughe acquistate a
caro prezzo erano meravigliosamente morbide, e il corpo
emanava un profumo intenso, il suo: il profumo del
sapone e dello shampoo che aveva usato, ma anche di
qualcosa che apparteneva solo a lei; s, un odore molto
ricco, come quello della buona terra e del sale marino.
Sorseggiai la mia acqua, rendendomi conto all'improvviso
che avevo lasciato cadere il filo del discorso custodito
nella mente per tanti giorni. La ricerca mi impegn
troppo a lungo, e perci fu lei a parlare per prima: Lo
hai colpito forte?.
No. Be', diciamo che ho fatto quello che dovevo fare.
Ha una commozione cerebrale, lo sapevi? Comunque
lo hanno dimesso.
Ti ha chiamata?.
Almeno cento volte.
Cos tante?.
Molte. Troppe....
Gli hai dato tu le chiavi?.
S e no. Si sedette sul divano accanto a me. Le ha
prese e io non gliel'ho impedito.
Mi schiarii la gola; mi aprii un varco nel ronzio di
tutte le domande che avrei voluto farle: Era arrabbiato?
Sarebbe venuto a trovarla? Ha pisciato nel mio ascensore
dissi.
Scrut la mia faccia per capire se lo avevo inventato.
Era cos, almeno in parte. Me ne ero quasi dimenticata,
e non sapevo di preciso chi fosse il responsabile. Lo avevo
detto solo per verificare il mio coraggio e il suo.
Scroll le spalle. Non lo sapevo.
Ma  possibile che lo abbia fatto?.
S, tutto  possibile. Ci siamo spinti molto in l. Molto
in l.
Non mi fu difficile immaginarlo nell'atto. L'arroganza.
L'indifferenza. Inspirai ed espirai profondamente. Il
tremendo odore di Lysol nella stanza. Credo sia chiaro a
entrambe che devi andare via, andartene da qui, intendo.
Lei assent, le mani in grembo, la testa di nuovo china.
Proseguii:  stato un brutto periodo, un periodo difficile
per te, nessuno te ne fa una colpa, non certo io, ma
questo posto, la mia casa, non pu continuare a essere un
palcoscenico di tutto il male che stai facendo a te stessa.
Lei si tratteneva, sembrava quasi non respirare.
Non voglio giudicarti, per il fatto che comprenda
quello che stai attraversando non significa che io possa
conviverci. Riesci a capire perch.... Fui costretta a deglutire.
La mia voce era diventata fioca, un sospiro, come
la sua solo un attimo prima. ... Perch sono costretta a
chiederti di andartene?.
Me ne andr. Naturalmente.
Rimanemmo sedute ad ascoltare ciascuna il silenzio
dell'altra. Rimanemmo sedute per alcuni minuti.
Mi sentivo esausta. Poi riuscii a riprendere il filo del
discorso e mi lasciai trascinare: Ti conceder il tempo di
cui avrai bisogno. Ti aiuter in tutto. Non chieder soldi
n a te n a George. I soldi non sono - non sono mai
stati - il problema. Il problema ....
La distanza. Rispettare la distanza tra noi.
Mi stava citando, ripeteva quello che avevo detto il
giorno che George me l'aveva presentata. Mi chiesi se mi
stesse prendendo in giro, ma l'assenza di energia nella
sua voce faceva credere che non fosse cos.
Ti ha chiamata Celie, quel giorno. Non ti  piaciuto,
vero?.
Non risposi. Ero troppo sbalordita.
Penso che non ti sia piaciuto.
Si era accorta di me quel giorno. Aveva costruito un'intimit
quando ancora non poteva essercene nessuna; ma
adesso, adesso era totalmente diverso.
Celia, sono consapevole di averti offesa, in casa tua,
ma come posso convincerti che sono diversa, di solito?
E che Les - so che sembrer incredibile - che Les  una
brava persona?.
Non devi scusarti di niente. Non con me. Quanto a
Les, non lo conosco e non intendo conoscerlo.
Tir su con il naso, e guardandola di nuovo furtivamente
mi accorsi che piangeva. Lasci che le lacrime le
cadessero sul grembo e bagnassero la seta della vestaglia.
Vuoi un fazzoletto? Posso....
Mi passer. Sto bene.
Stava di nuovo citando me?
S dissi. S. Avrebbe fatto piangere anche me. Non
volevo che accadesse. Hai buoni amici. Due figli splendidi.
Leo....
Mio figlio  un miracolo. Anche mia figlia, ma lui 
sempre stato cos completo, cos completamente se stesso.
S.
Per questo sono tanto avvilita e tutto questo mi fa
cos male, sembra che io non riesca a darmi ragione della
fine del mio matrimonio. Del fatto di essere stata sostituita.
 tutto cos tremendamente banale, quando ci
sono invece tante cose di cui dovrei essere grata. Questo
aggrava un po' la situazione, credo. Non posso farci niente.
Amo mio marito, la famiglia che ho perso, ed  come
se se ne fosse andata una parte di me,  come se ci fosse
un vuoto, qui dove c'era lui, qui dove eravamo noi, un
vuoto che tutti possono vedere. Port la mano chiusa a
pugno all'altezza del diaframma. Qui. Tracci un cerchio
intorno al diaframma e lo colp leggermente, scoppiando
in una vuota risata. Proprio al centro disse, poi
colp il diaframma con pi forza e ripet quel gesto con
un crescendo di pugni sempre pi forti, qui, qui, qui,
la risata si trasform in una protesta, e scesero altre lacrime,
pi abbondanti.
Per favore dissi. Non ce la faccio. Mi alzai e barcollai
verso la porta e il mio appartamento, verso i film
che avrei guardato da sola e un libro che forse aveva ancora
l'odore dell'intimit semplice di una zuppa di fagioli e di un tempo in cui tutto aveva perfettamente senso.
Ma non mi allontanai molto. Tornai da lei, mi inginocchiai,
presi la sua mano nella mia, e le allentai il pugno
distendendo le dita a una a una. Smettila. Adesso
smettila. So come ti senti, e so che tutto questo non aiuta.
Allungai una mano per toccarle la fronte, forse aveva
la febbre, anche se leggera. Per favore, non stai bene
le dissi quando il pianto si trasform in disperazione e
la vestaglia era ormai inzuppata di lacrime. Non riusciva
a controllare il respiro. La bocca spalancata era piena
di suoni. Ritir di scatto la mano, croll su un fianco, e
si rannicchi, il suo corpo chiuso come un pugno. Entrambe
le mani serrate tra le gambe si muovevano dentro di
lei accompagnate da un lamento: Mi sveglio e lo sento
dentro di me, anche qui, lui  qui! Voglio che esca da me!.
Scivolai sotto di lei sul divano e mi raggomitolai intorno
al suo corpo per cercare di calmarla. Posai una mano
sopra le sue e iniziai a premere. Non si oppose, continuando
ad assecondare il movimento ondulatorio che si era
data e che non le era facile fermare, poi lasci scivolare
via le mani, cos ora, tra le sue gambe, sulla seta della vestaglia,
c'era solo la mia. Les. Chiama Les implor e, prima
che potessi togliere la mano, la strinse tra le gambe,
accompagnando il movimento delle cosce con la supplica:
Ho bisogno di lui
No, no le sussurrai in un orecchio.
Soffro. Non passer.
Mi serrai intorno al suo corpo come una morsa, per
ricordarle ci che era necessario contenere - la sua disperazione,
il suo desiderio, le sue scelte, anche quelle cattive.
Con il suo sapore nella bocca, iniziai a raccontarle
delle Rugosa, le rose selvatiche che crescono sulle coste del
Maine sfidando la violenza degli elementi, sfidando le avversit;
ma lei non poteva sentirmi, era travolta dai suoi
lamenti, che da semplici suppliche si erano ora trasformate
in una lotta, una lotta contro di me, per sfuggirmi
e raggiungere il telefono. Ma io ero un laccio emostatico,
per quanto debole, contro la ferita che la dissanguava,
e lasciavo che i suoi liquidi scorressero dentro di me.
Cosa aveva scritto Melville? Mi avrebbe aiutata a dimenticare
me stessa... un micidiale salasso, s... Tuttavia,
cos estesa  la quantit di sangue... e cos'lontane e numerose
le sue fonti interne, eh'essa pu continuare a sanguinare e
sanguinare per un considerevole periodo, proprio come durante
la siccit un fiume continua a scorrere... Dovevo riportarla
al presente, l con me, dovevo trovare il modo per
farla tacere.
Allungai l'altra mano verso il lobo del suo orecchio;
poi le toccai il seno, la toccai in tutte le parti del corpo che
sapevo toccare, le parti che suo marito, che ora toccava
un'altra, aveva certamente toccato quando la amava. Sul
divano, mentre si inarcava contro di me che la avvolgevo,
le feci sentire la pressione del mio palmo e la forza del
mio braccio, le feci sentire che non tutto era perduto, non
tutto l'aveva abbandonata, che poteva ancora essere abbracciata,
che era ancora integra. Non avevo mai toccato
il seno di un'altra donna, solo il mio, non avevo mai
accarezzato una fica, non avevo mai conosciuto l'incredibile
morbidezza di una donna, e non soltanto di quelle
parti del corpo, ma di ogni centimetro della pelle che
ricopriva le lunghe ossa leggere che ora premevano contro
di me. Continuai a ripeterle che era bellissima. Divenni
mio marito e dunque sempre pi me stessa e le riportai
alla mente lontane sensazioni di tenerezza; mentre
piangeva, insistevo a far emergere quei ricordi, la avvolgevo,
la toccavo, la penetravo con la mano, per farle percepire
tutte le possibili sfumature della straordinaria
morbidezza che era ancora l, che era ancora in lei. Lui
non se l'era portata via, come non si era portato via la grazia
delle sue lunghe ossa leggere. Le ricordai che era stata
una donna molto amata e che lo sarebbe stata di nuovo,
che poteva essere amata in quel momento, l, mentre
la mia bocca inseguiva i tendini del suo collo, leccava le
tracce del suo profumo, cos persistente, dolce e aromatico,
il suo sudore, le lacrime che colavano dai suoi occhi
nella mia bocca. Non dissi sei mia, ma soltanto sei bella,
sei bellissima mentre elencavo al suo corpo le qualit
che aveva, il piacere che dava, delicato ma offerto con insistenza,
persino mentre le mordevo il lobo dell'orecchio,
le allontanavo i capelli dal viso, dal collo, mentre lei, respirando
meno affannosamente, gridava: Soffro, soffro.
Non mi fermai finch non smise di soffrire, finch
non sentii che in lei il piacere cominciava a esprimere
nuovi accordi. La gola aperta come il corpo bagnata di lacrime
e di orgasmo, lo sentii bene, il lungo grido acuto,
lei che si contorceva tra le mie braccia mentre le mie dita
si immergevano nella sua umidit cos totalmente esplicita.
Stringimi, stringimi. Qui e anche qui, disse dopo essere
venuta, premendo la mia mano tra le cosce perch
continuassi a fare pressione e portando l'altra sul seno.
Stringimi forte.
...
.
...
Metamorfosi.
...
.
...
La osservai dormire. La osservai risvegliarsi e cercarmi
come se fosse una bambina, risposi al richiamo e le
strinsi la mano tiepida tra le mie; lei scivol di nuovo nel
sonno, il corpo che si tendeva e si rilassava accompagnando
i sogni e, pensai, la decisione di tornare alla realt e
a me e prefer, almeno per due volte, non farlo, girarsi dall'altra
parte, continuare a dormire.
Non le portai rancore per questo. Mi allontanai dall'appartamento
prima che me lo chiedesse lei, ma tornai
con un paio di libri, uno dei quali in particolare aveva
aiutato me e mio marito a ritrovare l'equilibrio, un dono
prezioso da condividere; e tornai per vigilare.
Non volevo complicare le cose, o complicarle ulteriormente,
per mancanza di determinazione, cos aspettai
che decidesse di svegliarsi; quando infine si svegli, mi
guard battendo le palpebre come se fossi polvere che le
era entrata negli occhi. Si sedette, sollev la testa e si liber
del plaid con cui l'avevo coperta, lasciando scoperto
il seno. Cerc la vestaglia di seta che era rimasta appallottolata
sotto di lei e si copr. Nei suoi gesti non c'era
traccia di panico, tuttavia mi alzai per darle il tempo di
scegliere verso quale direzione orientare la nostra relazione.
Cancellai ogni espressione dalla mia faccia. Non
mi fu facile, perch avevo gi riconosciuto e lasciato che
viaggiasse dentro di me, in un istante o forse meno, la gioia
elettrizzante di tenerla tra le braccia, di averla trasformata
e cos di essere stata trasformata da lei, di conoscere
un po' di quello che mio marito aveva provato quando
facevamo l'amore, di conoscere cose che non avevo
mai conosciuto e che forse non avrei conosciuto mai pi.
S, mi rendevo conto di averla amata mentre la accarezzavo
sul divano, e in meno di una frazione di secondo mi
aprii alla possibilit che non accadesse mai pi, che lei si
allontanasse di nuovo da me, per tornare da Les o da qualcun
altro, da qualcos'altro, oppure per andare avanti, che
uscisse dalla porta e sparisse, proprio come le avevo chiesto.
Mi sedetti sulla poltrona che non era di George, a fatica,
ripetendo a me stessa che quella storia mi apparteneva.
Da quando ero rimasta vedova, ero diventata una
collezionista, un prestigiatore. Avevo fatto molta esperienza,
e dunque ero convinta di essere difesa.
Ho una fame da lupi disse lei in tono sognante dopo
essersi stretta la vestaglia per coprire se stessa e la peluria
che a stento si notava del busto e del collo, i capezzoli scuri puntati verso l'alto su quel seno che aveva visto
il sole e tendeva leggermente verso i lati, s, era cadente
e tuttavia nella mano era pieno e denso, non flaccido, non
vuoto, pi grande del mio, e pi generoso in ogni senso,
senza alcuna timidezza per il modo in cui era stato usato
e avrebbe continuato a esserlo.
Mi piacerebbe preparare qualcosa da mangiare. Mi
fa sempre sentire a casa.... Si interruppe per guardarmi,
per considerare la mia presenza. Mi sentii deglutire
e trattenere il respiro, perch mi chiedevo se avesse deciso
che cosa fare di me, delle mie mani e persino della
mia bocca su di lei, del modo in cui avevo insistito per
averla, nonostante i miei discorsi. All'improvviso, mentre
mi preparavo a spiegarle perch non c'era ragione di
vergognarsi, a raccontarle cose che non avevo mai raccontato
a nessuno per farle capire cos'era accaduto e, forse,
per farle capire chi ero, mi sorrise. No, di pi: mi illumin
con le guance, con gli occhi, con la forma allungata
della bocca aperta, e poi rise di me. Perch te ne stai
laggi?.
Mi vennero in mente un fiume di risposte, dentro di
me tuon una risata, ma non aprii la bocca.
Siediti vicino a me disse lei in tono leggermente
seduttivo.
Lo feci, ma lei non mi tocc e io non la toccai.
Non sono riuscita a fare la spesa. Telefoniamo per
farci portare qualcosa? sugger.
Certo.
Devo anche ritirare una ricetta in farmacia.
Posso andarci io.
No, chiamo qualcuno.
Mi fa piacere andarci.
Ordino qualcosa da mangiare. Lo avranno gi portato
quando torni, cos lo mangiamo insieme.
Fuori dall'edificio mi immersi in una giornata grigia
ma spazzata dal vento, con grasse nuvole che rotolavano
per anticipare il sole. Affrettai il passo, rallentai e ripartii,
arrivai fino alla farmacia di Court Street, feci quello che dovevo fare come avrebbe fatto un'amica, una vicina,
niente di straordinario, dopotutto, e mi incamminai
di nuovo verso casa abbracciando quella giornata di
vento come non ricordavo di averne mai abbracciata nessuna,
rovesciandomi addosso le sensazioni, rilassando
la faccia, i muscoli delle gambe. Non sapevo che cosa ci
saremmo dette al mio ritorno, e quando immaginai la nostra
conversazione mi imbarazzai per l'alternarsi di eccitazione
e di terrore, e tuttavia tornavo a casa con una
leggerezza che non provavo da anni.
A mio marito piaceva che leggessi per lui, quando era
ammalato le dissi passandole accanto dopo che la porta
dell'appartamento si richiuse dietro di noi.
 passato molto tempo da quando qualcuno mi ha
letto qualcosa.
Aveva creato una citt di contenitori sul tavolino del
salotto: cibo indiano, cinese, italiano. Non sapevo che
cosa preferivi mangiare disse aprendo di nuovo le labbra
in un sorriso. Cos ho ordinato un po' di tutto.
Oh,  tutto molto buono.
Lo era davvero. Com'era strano per entrambe scoprirsi
libere, all'improvviso, dalla severit nel disapprovare
qualcuno, dalla tentazione di farlo, e sperare che il proprio
desiderio di procurare piacere fosse altrettanto forte
nell'altra persona e venisse soddisfatto con la stessa prontezza.
Non sapevo quanto a lungo sarebbe durata quella
sensazione, ma nel provarla pensai che fosse simile a quella
che si ha nel cantare bene con qualcuno, o nel camminare
con passi della stessa lunghezza e la stessa cadenza.
Presi dal tavolo uno dei contenitori e mi servii la porzione
pi abbondante possibile; lei parlava di cibo, di
come Luigi XIV avesse almeno quattrocento cuochi che gli
preparavano il pranzo e di come l a New York ne avessimo
molti di pi, con migliaia di ristoranti e decine di
cucine diverse a disposizione. Da che cosa dipende la nostra
scelta? Dalla qualit dell'olio, della carne, oppure
dalla vicinanza, dal prezzo, dall'impulso? Cammini in
un isolato di questa citt e improvvisamente hai speso
venti dollari e ti sei riempita la pancia con qualcosa che
non immaginavi nemmeno di desiderare.... Parlava per
entrambe, con un tono di voce attento e rassicurante, e
si riferiva, in realt, allo stupore. Mangiavo e la osservavo
prendere un boccone e masticarlo senza smettere di
parlare, del maialino da latte a Chinatown e poi di un ristorante
dove si mangiavano i tartufi, s, ricordavo di
aver letto qualcosa sui tartufi nel suo diario, di un olio
tartufato che l'aveva fatta sentire in paradiso; poi, come
se qualcuno le avesse passato sul corpo una mano fredda,
si spense, l'energia la abbandon, all'improvviso.
Oh... disse. Di colpo.... Si appoggi allo schienale.
Mi sento sfinita.
Presi gli antibiotici dalla borsa, le riempii di nuovo il
bicchiere di acqua.
Tieni. Lei allung una mano sotto la mia e prese
la pastiglia dal mio palmo. Vuoi sdraiarti?. Preparai
un plaid con cui coprirla.
In camera disse, non pi sul divano.
Dovresti riposare, adesso. Sarei andata via, se era quello di cui aveva bisogno. Avrei imparato a sentirmi soddisfatta
di quello che era successo. Continuava a sorprendermi.
Emise un sospiro. Ti dispiacerebbe....
Ti dispiacerebbe andare via la anticipai, mi preparai a
sentirle dire. S, ero pronta a fare tutto quello di cui aveva
pi bisogno.
Ti dispiacerebbe venire con me? disse invece lei.
In camera? chiesi.
Rise. Sdraiati insieme a me.
Sdraiate sopra le lenzuola pulite, parlammo dell'ospedale,
del rumore e delle infermiere, del nostro George e
di come mancava a entrambe. La stanza era stata messa
in ordine, le finestre socchiuse ci consentivano di sentire
il vento che fischiava veloce, ma nessuna di noi si alz
per lasciare che ne entrasse di pi. Rimanemmo sdraiate
una accanto all'altra, a pochi centimetri di distanza, ma
non la toccai, n lei tocc me; eravamo abbastanza vicine
per sentire il calore del corpo dell'altra e questo ci univa
e ci bastava. Il libro che avevo portato dal mio appartamento,
La signora trasformata in volpe, liberato dal suo
involucro, profumava ancora leggermente di minestra.
Le spiegai che quel libro era una favola per adulti, e parlava
di matrimonio e di miracoli, anche se non di quelli
che necessariamente ci salvano o ci sollevano dalle preoccupazioni
umane, che era stato pubblicato per la prima
volta nel 1922, e non era lungo. Non le raccontai la ragione
per la quale lo avevo tenuto sigillato; era sufficiente
che lo avessi conservato e che ora lo avessi l con lei.
Nel corso di un secolo potrebbe non esserci un singolo evento
straordinario di cui parlare, ma spesso subito dopo ne arriva
un abbondante raccolto, mostri di ogni sorta improvvisamente
sciamano sulla terra, comete attraverso il cielo, eclissi
terrorizzano la natura, meteore cadono come pioggia...
Mi piace sussurr lei.
Puoi addormentarti, se vuoi.
Non ci riesco.
Perch?.
Sono troppo stanca. Mi allontan dal viso una ciocca
di capelli con il mignolo. Sono troppo contenta. Sono
anni che nessuno mi legge qualcosa.
Ma lo strano evento che sto per narrare giunse solitario,
senza testimoni, senza compagni in un mondo ostile, e per questa
stessa ragione si sottrasse un po' all'attenzione generale dell'umanit.
Perch l'improvvisa trasformazione della signora
Tebrick in una volpe  un fatto accertato che cercheremo di
descrivere come potremo...
Lo spuntare di una coda, il graduale distribuirsi di peli su
tutto il corpo, il lento cambiamento dell'intera anatomia dovuto
a un processo di crescita, per quanto considerato mostruoso,
non sarebbe stato cos difficile da riconciliare con le nostre
abituali concezioni, soprattutto qualora fosse accaduto a un
bambino piccolo.
Qui per ci troviamo di fronte a qualcosa di molto diverso.
Una signora adulta si  improvvisamente trasformata in volpe.
Non vi  modo di ricorrere ad alcuna filosofia naturale per
trovare una spiegazione. In questo caso il materialismo della
nostra epoca non potr venirci in aiuto.
 una storia triste o allegra? mi domand Hope.
Forse  malinconica. Parla di come vanno le cose. Ci
aspettiamo una storia e ne troviamo un'altra.
Quella donna  vittima di un sortilegio?.
No, le  capitato per caso. Mentre marito e moglie passeggiano
nei boschi, sentono in lontananza il rumore di
una volpe colpita durante una battuta di caccia e lei improvvisamente
si trasforma. Non c' una spiegazione chiara
e in realt l'autore non ne offre nessuna.
Hope annu: Be', anche se si tratta solo di fantasia,
la vita  proprio cos, non  vero? Subiamo tutti delle metamorfosi,
che lo vogliamo o no; batti le ciglia e....
Continuai a leggere il seguito, s, del cambiamento esteriore
di una donna in volpe, di come la signora Tebrick
continuasse a indossare i suoi abiti eleganti e a sedersi a
tavola proprio come la signora che ancora credeva di essere,
che sarebbe tornata a essere, della sua graduale trasformazione
interiore mentre diventa una vera volpe,
quando comincia a sentirsi imprigionata nella casa e nel
giardino recintato, e arriva persino a mordere il marito
quando lui tenta di correggere il suo comportamento e
le ricorda chi era, il contegno da tenere, quella che credeva
essere la sua umanit.
Tu sei stata sposata? mi chiese Hope posando per
un attimo il dito sulla mia fede.
S.
 morto?.
S.
Cos giovane.
S.
Di che cosa?.
Cosa lo ha ucciso?.
S.
Un cancro. Scoperto troppo tardi.
Vorrei che mio marito fosse morto disse lei.
Davvero?.
Forse, s... no... A volte sicuramente s.
Raccontami di lui, se ti va dissi io.
Mio Dio. C' cos tanto da raccontare. Raccontami
prima del tuo.
Non posso.
Perch? domand lei girandosi e posandomi delicatamente
una mano sul fianco.
Ma io mi ero stretta di nuovo il libro al petto, e il mio
corpo si era stretto intorno alle ossa. Chiusi gli occhi per
dirle la verit come l'avevo capita in quegli anni. Perch
lui  tutto mio.
Lei scivol lontano da me. Rimase a lungo in silenzio.
Avrebbe voluto uno scambio di confidenze, era questo
che si aspettava, non poteva immaginare quanta esperienza
avessi e quanto fossi attenta a custodire la sua memoria,
proprio come lui e io avevamo deciso insieme,
quando mi leggeva Moby Dick, i suoi fianchi si muovevano
disegnando un piccolo cerchio, quando danzava
dentro di me facendo all'amore, la pelle dorata tutto l'anno
e, soprattutto, quando i giorni diventavano pi lunghi,
improvvisamente calda, come se lui stesso stesse
sbocciando; e mentre sentivo che il cuore si scioglieva di
nuovo nello spazio sconfinato di quel corpo, lei disse:
Anche mio marito, questo marito che mi mente e mi tradisce,
 tutto mio,  la mia vita,  la mia storia, e poi, un
attimo dopo, non  pi mio. Non adesso.
Non sei obbligata a parlarne, se non....
Lei per non riusc a fermarsi, sorpresa di come nell'inevitabile
monotonia di un lungo matrimonio, per
quanto confortevole, per quanto rispettoso, bastasse un
nonnulla a farli riavvicinare l'uno all'altra, a far loro ricordare
la ragione dei giorni insieme, un profumo, una
canzone, il colore del cielo al tramonto. O un abito nell'armadio.
Era sempre molto bello in giacca e cravatta, disse.
Soprattutto con quel completo blu, quello che indossava l'11
settembre, quando torn a casa a piedi coperto di polvere. Lui
tornava verso la nostra vita, la casa a Cobble Hill, i bambini,
con addosso quel completo, mentre molti dei suoi amici e dei
suoi colleghi erano morti. Mi chiese di buttarlo via, ma non gli
ubbidii. Portai il completo in tintoria. Lo feci rimettere a nuovo.
Quante volte una cosa pu essere rimessa a nuovo? Tante
volte quante sei disposta a farlo, vero? O almeno cos pensavo...
Ma forse  stato proprio allora che l'ho perso, quando ho
scommesso sul modo in cui le cose possono, e noi stessi possiamo,
continuare a vivere, mentre lui voleva solo dimenticare, lasciarsi
tutto indietro e conoscere nuove cose, una nuova donna.
Scosse la testa con una certa violenza, come se volesse
scacciare un moscerino fastidioso, e all'improvviso si
gir per mettersi cavalcioni sopra di me. Lei, pi alta, pi
vecchia e pi bella. Aveva gli stessi pensieri che avevo io?
Aveva vissuto di pi, rischiato pi spesso, e per che cosa?
Per me? L, ora? Mi accarezz con la punta di un dito -
la fronte, le guance - come se stesse disegnando su una
superficie che conosceva, poi mi appoggi con forza la
mano sul seno e la lasci scivolare sotto la sporgenza del
mio ventre, nel punto in cui avevo i pantaloni perfettamente
chiusi, e si ferm. Posso baciarti? chiese, io acconsentii
con un cenno, sebbene non fossi sicura di volerlo
n che fosse opportuno volerlo. Per nel romanzo
che avevo appena letto c'era una donna, una donna che
il marito in realt amava di pi da quando era diventata
volpe - non ero ancora riuscita a leggere a Hope quel
passaggio - da quando lei era diventata qualcosa di diverso
dalla donna che aveva sposato e che sposandolo lei
stessa avrebbe voluto diventare, e il signor Tebrick si dedic
a lei in modi che non aveva mai immaginato, e c'era
anche quel completo blu lasciato nell'armadio, altri indumenti
maschili dismessi, che aspettavano di essere
buttati via o forse erano gi stati buttati, e nella casa di
Hope abitava gi un fantasma, e allora lei mi offr le sue
labbra, all'inizio prudente e formale come se esplorasse,
poi si lasci andare e appoggi le labbra sulle mie, tra le
mie, sopra le mie, poi divenne famelica, e infine superbamente
bagnata e inconsapevole. Una donna trasformata
in volpe in un attimo. Senza spiegazione. E Hope
e io, arenate l'una nell'altra, orfane, a ricostruire il nostro
mondo.
Dopo che finalmente ebbe risposto al telefono, ricadde
sul letto. Il telefono aveva suonato a intervalli
per tutto il pomeriggio, fino a sera. Immaginai che avesse
ascoltato anche i messaggi, e ora, gli occhi fissi al soffitto,
i capelli sciolti che ci coprivano entrambe, disse:
Ci andr.
Non parliamone adesso dissi pensando ai suoi capelli,
alla dolcezza e alla meraviglia che c'era tra noi.
Ma ho delle cose da fare.
Che genere di cose?.
Vieni con me.
Intendi nella tua vecchia casa?.
S.
E perch?.
Per una festa. Con tutti i tuoi inquilini. E alcuni dei
miei amici. Una festa di addio.
Tu non devi andare da nessuna parte.
George sar presto di ritorno, e io devo stare un po'
con i miei figli. Devo ricordarmi chi sono.
Non avevo niente da obiettare. Non potevo interferire
con quello che credeva fosse meglio per lei. Con quello che gi le avevo proposto.
Con i miei inquilini e il tuo amico Darren?.
Cuciner io.
Una cena sontuosa per tutti. Ora ero io a citare lei.
Proprio cos.
...
.
...
La giovent  compiacente.
...
.
...
La giovent  compiacente. Les aveva detto quella frase
per raggiungere uno scopo, la sera della festa di addio
di George, molte settimane prima, ma forse intuiva
che quel desiderio significava andare incontro a una pericolosa
estraneit, imboccare una strada precisa, camminare
su una fune alta e sottile quando ogni briciolo di buon
senso suggeriva di trovare un terreno solido.
La sera prima, Hope si era assicurata di farmi andare
via con istruzioni precise, di stabilire un criterio di ordine
contro la confusione della nostra intimit. Accettai
le sue condizioni, i progetti. Una gentilezza; come era generosa
con i suoi affetti, quando quelli pi antichi a cui
era stata legata erano stati messi in discussione con tanta
violenza.
E io ero pi giovane di quanto lo fossi stata da anni,
e assetata, e ogni volta che la sentivo muoversi nell'appartamento
sopra di me arrossivo, ridevo ad alta voce o
correvo a infilarmi nel letto; non riuscivo a evitare di mangiare
gli avanzi con cui mi aveva spedita via e per calmarmi
bevevo un po' di whisky; solo un po', per; non potevo
perdere la testa e trasformare la solitudine grata
nella quale stavo cadendo in una prigione o in un rifiuto.
Con lei avevo condiviso molto pi di un pasto, un pasto
che non avevo previsto, e ora quel piacere mi inondava,
riempiva gli spazi vuoti del mio appartamento, saliva
sulle pareti fino ai suoi piedi e pi in alto ancora, e
abbracciava insieme a me e alla mia gioia l'intero edificio.
Avevo scoperto che la casa mi offriva ancora vita, una
vita che avevo pianificato soltanto in parte. Non essere in
grado di controllare la propria vita era terrorizzante, ma
a volte essere liberati dai propri progetti, dal mondo
che avevamo previsto e controllato troppo bene dava sollievo.
Non ero mai stata con una donna, e sebbene non lo
ammettesse, neppure lei, o almeno non abbastanza di recente
per riceverne dei suggerimenti. Per ero convinta
che ci fossero cose che tutti gli adulti arrivano a conoscere
riguardo al corpo, maschile o femminile, o che vorrebbero
conoscere; e dopo che il desiderio  stato ammesso
una volta, che  stato risvegliato e ha trovato una risposta
tra due persone (con tutte le sensazioni che lo accompagnano),
richiamarlo alla mente non  difficile. Le avevo
dato quello che sapevo dare, o meglio, quello che avevo
ricevuto, ed era stata una rivelazione. Ma quando aveva
cercato di contraccambiare ripetendo i miei gesti, le
sue mani erano diventate timide. Non era riuscita a slacciare
i bottoni della mia camicia n il fermaglio che mi
chiudeva il reggiseno senza che le dita si confondessero.
Impaziente, mi aveva spinto la camicia e il reggiseno sul
collo come avrebbe fatto un adolescente. Si era sforzata
di andare avanti, di superare il disagio, di richiamare
alla memoria la parte di un copione che le era familiare.
(Cosa aveva detto qualcuno alla festa di George? Tutto
 una recita; la differenza sta nel grado di coinvolgimento
con cui si guarda lo spettacolo.) I miei seni l'avevano
sorpresa, erano cos diversi dai suoi, pi piccoli, pi pallidi,
i capezzoli rosa come quelli di una bambina, e pi
che il mio sesso era stato quello che le avevano detto i
miei seni a fermarla e a rompere l'incantesimo a cui voleva
dare vita. Si era chinata per osservarli pi da vicino
e li aveva coperti entrambi con le mani come se fossero
fragili e vulnerabili come la testa di un neonato, come se
fossero troppo preziosi, e poi si era fermata frastornata.
Un'altra donna. Via verso un'altra donna. Una donna pi giovane.
Le avevo prese le mani nelle mie. Il pasto che avevamo
condiviso era un'esperienza affettiva e mentre lo consumavo
non avevo desiderato n sperato altro...
Sei come una bambina, hai un corpo da bambina
aveva detto, e anche se sembri una donna matura, in
realt non lo sei, vero? Quanti anni hai?.
Si era scontrata con l'estraneit, la mia estraneit di
giovane vedova e di quello che avevamo fatto, mentre oltre
le finestre il giorno che era soltanto il giorno precedente
abbandonava il campo e si ritirava. I vetri delle finestre
gi facevano sembrare la camera da letto pi piccola
e la riflettevano su di noi.
Nell'altra stanza il suo cellulare aveva continuato a
ronzare e a suonare, ma lei non era mai andata a rispondere,
non ci aveva fatto caso, io avevo acquistato pi fiducia
nelle mie mani e non avevo bisogno di guardarla
per saperlo, mentre distese sul fianco lei teneva la schiena
appoggiata contro il mio petto, come prima. S, ci eravamo
trovate in armonia e non intendevamo negarlo.
Per quando il cellulare aveva ripreso a suonare, lei aveva
girato la testa verso il soggiorno. Mi ero abbassata il
reggiseno sul petto, sistemata la camicia.
Lei era scoppiata in una risata che in realt non era per
niente una risata: Sai, mio figlio ha preso una cotta per te.
Anch'io ho preso una cotta avevo detto, ma dubitando
che mi avesse sentita, per madre e figlio.
Probabilmente questa  mia figlia.
Forse dovresti rispondere....
Non fa caldo, qui dentro? mi aveva interrotto, e si
era alzata per aprire le finestre lasciando che il vento e la
notte riempissero la stanza; poi il telefono, dopo una pausa,
aveva ricominciato a suonare.
Facevo strani sogni a occhi aperti; la mia memoria si
accendeva con ricordi imprevedibili. E tra una commissione
e l'altra, mentre attraversavo Brooklyn correndo,
l'aprile a Brooklyn, diretta verso il negozio di alimentari,
verso Macy per comprare lenzuola e copricuscini nuovi
(perch no?), verso l'enoteca per comprare bottiglie di vino
rosso che arrivavano da luoghi esotici, vidi la faccia di una
ragazza di cui non ricostruivo l'immagine da anni. La mascella
inferiore leggermente sporgente, il marrone scuro
degli occhi piccoli dalle ciglia folte, l'attaccatura diritta
dei capelli biondo scuro. Daphne Rogers. Eravamo legate
da una complicit ossessiva che poteva finire soltanto
con il cuore spezzato di una delle due oppure di entrambe,
ma per pi di un anno ci eravamo scambiate
vestiti, riviste e segreti; ci vedevamo e parlavamo al telefono
ogni giorno, usavamo le stesse marche di shampoo
dall'odore stucchevole, Finesse o Suave, lo stesso smalto
fosforescente e gli stessi deodoranti talcati, ed eravamo
ancora abbastanza giovani da dormire nello stesso letto,
avvolgendoci a vicenda con le braccia e le gambe e le
promesse di tutto quello che avremmo fatto insieme, cose
che nessuna di noi aveva mai fatto, cercando di creare a
ogni costo una simmetria che ci consentisse di arginare
il disordine dell'adolescenza. Tra noi non c'era sessualit,
non nel senso di considerarci oggetti di desiderio o di
opportunit sessuale, eravamo compagne nell'avventura
dell'adolescenza e del diventare donne in un modo che
ci eccitava e terrorizzava ma non ci esponeva ancora alla
vergogna. Lei era pi scura, aveva il seno gi sviluppato,
il girovita pi sottile, e i suoi pollici si piegavano pi
dei miei. La ritenevo pi carina e lei era pronta a dire lo
stesso di me, e durante la seconda estate della nostra amicizia
stavamo sulla spiaggia per ore, sacrificando al sole
ogni adolescente pezzetto di noi, e un pomeriggio in cui
entrambe eravamo diventate incredibilmente abbronzate,
sebbene lei fosse sempre pi scura di me, ci eravamo
addormentate tenendoci per mano e ci eravamo svegliate
dopo il tramonto, con il mondo sopra quella infossata
spiaggia del Long Island Sound che era diventato immenso
e rosa e di un grigio venato di viola; e ridendo fino
alle lacrime eravamo cadute dalle biciclette senza preoccuparci
delle scarpe o del copricostume, svoltando da
Weed Beach per arrivare per l'ora di cena a casa mia, da
mia madre, che ci sgridava di meno e ci lasciava bere vino
bianco, Sancerre o Chardonnay, nei bicchierini dove mio
padre beveva i suoi cicchetti.
Fui io a essere lasciata per un ragazzo. Quella separazione
mi insegn la solitudine, ma anche i piaceri del
desiderio. Daphne rimase legata a fasi alterne al suo insignificante
ragazzo per tutto il liceo e l'universit. A
ventitr anni, nonostante non avessero niente in comune
tranne la perseveranza e un primo amore che, pensavo,
era diventato una condanna, insistette per sposarlo.
Sembrava davvero determinata a diventare insignificante
quanto Paul. Abitava ancora nella citt in cui eravamo
nate, o almeno ci aveva abitato fino all'ultima volta che
avevo sentito parlare di lei. Eppure per molto tempo, durante
l'adolescenza e soprattutto quando stringevo una
nuova amicizia, Daphne continu a rappresentare ci di
cui credevo di avere bisogno per sentirmi intera.
Mi arrivavano tutti i rumori di Hope: per ascoltarla
smettevo di fare le pulizie, di mangiare, di cercare di lavarmi
o di dormire. La sentii cantare dalla finestra aperta.
La sentii passare l'aspirapolvere. Sentii il rumore dell'acqua
della doccia che scendeva lungo le tubature nelle
pareti, lo scarico del gabinetto. Dal ripostiglio presi
alcuni film che desideravo vedere e che mi mancavano
come capita che manchino certi vecchi amici, La mia
brillante carriera, Notorious - L'amante perduta, Il cielo sopra
Berlino e La signora del venerd. Pensai di invitarla gi a
incontrare alcune delle squisite interpretazioni di Cary
Grant, ma forse l'austerit del mio appartamento l'avrebbe
ingannata riguardo a me, e i suoi amici e i suoi figli
andavano e venivano, mi arrivavano le risate, e il suono
del campanello della porta, lo stesso suono acuto e intermittente
del mio, perforava i muri. Lei venne a suonare
alla mia porta tre volte in tre giorni. Per tenersi occupata
aveva preparato uno zucchini bread e a fine mattinata me
ne offr una fetta fintanto che era tiepido. Il giorno seguente,
dopo che ero tornata dalla spesa, mi chiese di
prestarle un po' di detersivo per la lavastoviglie. E poi,
nell'ultima visita, scese per decidere con me il giorno in
cui saremmo andate a casa sua, in quella che era la mia
casa aveva detto sottovoce. Vuoi ancora venire?. S,
certo, dopodomani, sicuramente, ci vediamo, io invece
non sarei salita, non avrei bussato alla sua porta; non le
avrei telefonato. Non mi era sfuggita la sua espressione
sorpresa nel vedermi sdraiata sotto di lei. Se l'avessi inseguita
avrei rischiato di richiamare quel sentimento di
estraneit. Ero costretta a stare in guardia.
La notte precedente aveva picchiato sul pavimento
della camera da letto, sopra la mia, o almeno cos mi era
parso. Una serie di colpi, un-due-tre, pausa, poi ancora
un-due-tre. Me lo stavo inventando, nel dormiveglia?
Risposi battendo sul soffitto con il manico di una scopa.
S, c'ero. Ero l.
...
.
...
La fune sospesa.
...
.
...
I dialoghi della maggior parte dei film, avevo letto, si
svolgono a una velocit che va dalle cento alle centoquaranta
parole al minuto circa. La signora del venerd' arriva
fino a duecentoquaranta -  una corsa spasmodica verso
un traguardo che vedr un uomo e una donna sposarsi
o quantomeno promettere di sposarsi, ancora una volta,
perch si tratta di una coppia che ha gi divorziato e tenta
un nuovo tipo di intesa. Ma la velocit, le allusioni ironiche
al vero nome di Cary Grant, Archie Leach, e lo
sguardo impietoso sulla vita domestica di una cittadina
e persino sul suo opposto - la vita professionale dei giornalisti
di un quotidiano in una New York che puzza di
ego, tradimenti, corruzione, nonch sulla fretta con cui
cercano di assicurarsi la notizia prima della chiusura del
giornale - indicano che il film tratta in primo luogo e soprattutto
dell'assurdit di ritenere un ruolo superiore a
un altro, e persino di credere nei ruoli o di crederci troppo
a lungo. La giornalista Hildy - interpretata da Rosalind
Russell con tutta la determinazione, la miriade di frustrazioni
e il coraggio richiesti dal ruolo - e Walter, interpretato
da Cary Grant, scelgono la velocit e l'eccitazione
per evitare di pensare a qualsiasi cosa per troppo tempo.
Scelgono il rischio del ritmo tachicardico (causato dalla
competizione, se non dalla caffeina) di una citt umana
con le sue richieste spesso disumane; un mondo molto
simile a quello della New York odierna, dopo l'11 settembre,
pervaso dal bisogno di sopravvivere; un mondo che,
da quando ero diventata vedova, sembrava assediarmi
da ogni parte, aspettarmi all'entrata di casa, al quale avevo
opposto resistenza e dal quale avevo scelto di uscire.
Ma adesso, con il film nel lettore DVD, il veloce alternarsi
delle sequenze, le battute che si accavallavano, riuscivo
a stare al passo. Mi versai un bicchiere di vino e mangiai
una fetta di quiche che (a parte il fatto di essere stata
comprata fatta) sarebbe sicuramente piaciuta a Hope,
e inseguii ogni parola sforzandomi di non ascoltare i movimenti
sopra di me e intorno a me e quello che la loro
velocit o la loro assenza di velocit potevano significare
circa la possibilit di vedere Hope l'indomani, quando
saremmo andate a casa sua, o meglio in quella che era
stata la sua casa, per fare qualcosa che ancora non mi era
chiaro perch, in verit, mi interessava poco saperlo.
Mentre il vino mi distendeva i nervi, alzai il volume
del film una volta, due, eppure lo sentii lo stesso arrivare
alla sua porta.
O meglio, percepii la sua presenza: forse quando hai
quasi ucciso qualcuno o avresti voluto ucciderlo, rimani
legata a lui in modi che non  possibile comprendere
n definire.
Il campanello dell'appartamento sopra al mio suon
una volta. Poi silenzio. Abbassai il volume del film; i colpi
alla porta erano decisi ma controllati, comunque la porta
non si apr, e cos il campanello suon di nuovo, con un
ronzio insistente che scese lungo i muri. Poi sentii che la
chiamava, la chiamava in un tono di voce che riconoscevo.
Parole come Amore, non possiamo andare avanti cos rivolte
alla porta che li separava. Aveva la chiave o era stata lei
ad aprirgli il portone? Lei aveva pensato che si trattasse
di un'altra persona? Oppure stava giocando a qualcosa?
Con ogni probabilit, se Hope avesse continuato a
non aprirgli, sarebbe venuto da me. Tutti tendiamo a seguire
determinati copioni, e conoscevo Les quanto bastava
per sapere che, se le cose non andavano come voleva
lui, dava sempre la colpa a qualcun altro. Sentii Hope
che batteva con una certa insistenza sopra la mia testa,
un-due-tre, per due volte. Lo stavo immaginando?
Nel dubbio spensi il DVD e mi diressi senza esitazione
verso il telefono, feci scorrere l'elenco delle chiamate
fino a quando non arrivai al numero di Brazo. L'uomo
che ha cercato di assalirmi  tornato lasciai detto nella
segreteria. Non so chi lo abbia lasciato entrare nel palazzo
e perch. Mi pu richiamare, o meglio ancora, venire?
Pu venire?.
Presi la scopa e risposi a Hope battendo alcuni colpi.
Ci sono. Sono qui.
Lei gli grid qualcosa, cercava di spiegarsi, forse di essere
gentile. Aprii la porta del mio appartamento per capire
meglio. Se nelle sue parole o nelle sue mani avessi
sentito violenza sarei corsa su, ma non ce ne fu bisogno.
Lui diceva per favore. Per favore, amore. Voglio vederti solo
per un minuto. Per favore. Perch ti comporti cos?
Aspett. In silenzio. Anche Hope. Anch'io.
Hope mi aveva letto qualcosa prima che andassi via.
Aveva scelto un romanzo americano ambientato in Francia.
Iniziava con la descrizione di un americano che viaggia
in treno nella campagna francese, lontano da Parigi,
verso il colore, mentre gli sfilano accanto covoni di grano
e alberi e strade di paese la cui intimit si curva per
poi scivolare lontano. Les mi ha proposto di portarmi a
Autun mi aveva detto quando ero sdraiata vicino a lei,
di nuovo nel suo letto. Ma credo che non si sentirebbe
a suo agio. La Francia non gli piace.  troppo piccola. Soprattutto
fisicamente, intendo; lui crede che sia un paese
ininfluente, perch legge sempre tutto in termini di conquista.
Non pu fare diversamente; la disdegnerebbe.
Non  orribile?. E poich avevamo bisogno di ridere, ci
eravamo chieste in che modo si sarebbe potuto addomesticare
Les, avevamo immaginato di legarlo, di mettergli
un collare e dargli ordini. Costringerlo a inginocchiarsi.
Il sesso come premio per essersi comportato bene funzionerebbe
con un uomo come lui aveva detto Hope,
precisando che a Les per far godere il corpo di una donna
bastava poco, una parola, il tono della voce. Mio Dio, la
forza deliziosa degli uomini. E dopo un istante di riflessione
aveva aggiunto: Se solo sapessero come usarla.
Dal pianerottolo sopra il mio giunse un rumore di carta
accartocciata. Uno sbuffo e un sospiro profondo. Riuscivo
a sentire persino il battito del suo cuore, sapevo che
era sudato, poi il rumore delle suole spesse delle scarpe
che ancora una volta calpestavano le mie scale, il fruscio
della stoffa dei pantaloni e lui che scendeva.
Chiusi in fretta la porta, inserii di nuovo il DVD e mi
lasciai cadere nella poltrona. Un sorso di vino. Una preghiera.
Incrociai gambe e braccia, e mi abbracciai. Fa' che
mi sbagli. Fa' solo che se ne vada. Che se ne vada via.
Per favore, amore.
Buss alla mia porta con il garbo formale che riservava
agli estranei. Si limit a toccare appena la superficie
con le nocche... Una volta, due. Quale stupido impulso
mi aveva spinta a rimettere il film, che cosa volevo dimostrare?
Normalit, disinvoltura? Erigere fra di noi un'altra
barriera fatta di suono? Di certo lo sentiva bene quanto
me. Dov'era la mazza da golf? Me l'avevano restituita
non appena era stato chiaro che non sarebbe stata sporta
denuncia. Questa volta, mi riproposi, lo avrei colpito pi
forte e avrei continuato a colpirlo. C'erano precedenti noti,
un copione prevedibile, almeno finch c'eri dentro e continuavi
a recitarlo.
La sequenza uno-due del dorso della sua mano risuon
un'altra volta, poi silenzio. Non era stata n pi
violenta n pi insistente della prima. Per evitare che lo
diventasse, intuii, mi conveniva rispondere subito attraverso
la porta con un S?.
Sono Les rispose lui come se fosse scontato, come
se fossimo complici in un complotto e non avessi bisogno
di sapere di pi.
S?.
Sono Les.
Un sospiro e il rumore di carta o plastica accartocciata.
Sembra che oggi io non riesca a convincere nessuna
donna ad aprirmi la porta disse a se stesso ma per farlo arrivare a me. Poi concluse: Senti, sono venuto a chiedere
scusa.
Davvero gentile da parte tua.
Cosa?.
Non mi ripetei.
Che cos', la televisione?.
Rimasi in silenzio.
Mi sono comportato... Ero sbronzo, sai? Non ricordo
niente, ma so che  stata una pazzia. Sono stato....
Il suo tono divent interrogativo. ... Un idiota, vero?.
Trattenni il respiro pi a lungo che potei.
Be', se  cos disse ridendo, le sue parole per iniziavano
a caricarsi di tensione, il bernoccolo che ho sulla
testa mi fa credere che anche tu forse hai qualcosa da
dire a me.
Considerati fortunato di essere ancora vivo gli dissi
a voce abbastanza alta da essere sentita.
S fece lui con un tono di voce pi alto e con una risata
forzata. Be', signora mia, non  forse cos per tutti?.
Non risposi.
Ho portato dei fiori. Due bouquet, ma a quanto pare
non li vuole nessuno.
Guardai furtivamente nello spioncino. Aveva un braccio
teso, una mano gigantesca che non potevo vedere appoggiata
contro la porta, la grande testa china, e dall'altro
fianco spuntavano enormi, tumide rose color albicocca
punteggiate di iris.
Non ho sporto denuncia disse. Non ho voluto farlo.
Nemmeno io risposi.
Respiravamo vicini attraverso la porta. Il suo respiro
era calmo e regolare.
Aprii senza pensarci, cogliendolo di sorpresa e obbligandolo
a ridisegnarsi sulla faccia la sua bellezza.
Indossava un abito grigio chiaro, costoso. La sua bellezza
mi colp ancora una volta: ogni tratto era espressione
dei suoi privilegi, della libert di essere duro o gentile
senza che la vita lo penalizzasse per le sue scelte. E
l'altezza gli conferiva forza anche quando non intendeva
esprimerla, anche quando era sobrio e dispiaciuto o
si sforzava di mostrarsi tale. Si era rasato, e le mascelle,
dure come ghiaccio, continuavano a essere un segno di
virilit, eppure la pelle era sorprendentemente levigata,
tesa e senza macchie, come quella di un giovanotto. Ora,
nel suo comportamento, in quello sforzo di mantenere il
controllo di s, nella mano che si librava scompostamente
nell'aria come se avesse perso l'ormeggio, sistemava
la cravatta e poi si nascondeva nella tasca dei pantaloni,
ravvisavo qualcosa del ragazzino. Imbarazzato, nervoso,
forse. Certamente era cos, dentro, ma cercava di reprimersi
e di comportarsi come ci si aspetta da un uomo d'affari,
un uomo che d ordini al mondo, alle donne.
Si mise a parlare dei fiori, disse di averli comprati nel
migliore negozio della citt, in Fifth Avenue, vicino a
Washington Square. Lo conoscevo? In realt dubitava che
sarebbero serviti a qualcosa. Anche se gli era capitato spesso
di comprarli, non era un tipo da fiori. Adesso che avevo
aperto la porta ed ero in piedi davanti a lui, parlava
come se fossimo amici. Era un ottimo funambolo e continu
a parlare con il tono disinvolto, sempre pi sicuro,
di chi non  abituato a stare dalla parte dei perdenti, confidando
nel fatto che se fosse riuscito a mantenere alta la
sua energia io e chiunque lo ascoltasse lo avremmo seguito
sulla fune, incantati dal suo fascino.
Che cosa stai guardando?. Cos, prima che potessi
rendermene conto, Les e la sua forza deliziosa erano entrati
nel mio soggiorno e guardavano il mio vecchio televisore
e lo stile essenziale con cui avevo scelto di arredare
la casa. I fronzoli non ti piacciono, vero? disse. Si
capisce. Si vede subito.
Per quale ragione non lo cacciai fuori? Perch lo avevo
gi sconfitto una volta, perch Hope era pi al sicuro
se lui era da me e perch, ed era la cosa pi sorprendente
di tutte, non avevo paura di lui, e questo mi piaceva.
Cosa stai guardando?.
Glielo dissi. Mi chiese che cosa stavo bevendo. Sollevai
la bottiglia di vino. Non hai qualcosa di pi forte?
chiese.
Andai a prendere il Jameson e due bicchieri da whisky.
Quando tornai, lui aveva gi spostato l'unica altra sedia
presente nella stanza accanto alla mia. Si era seduto abbandonando
i fiori sulla credenza.
 un film divertente.
S.
Gli versai da bere.
Sorseggi il whisky, poi lo trangugi d'un fiato rovesciando
la testa all'indietro e facendo danzare l'enorme
pomo d'Adamo. Rimase seduto sforzandosi di abituare
il lungo busto all'austerit dello schienale della sedia da
tavolo da pranzo, che faceva parte della serie che avevo
messo in magazzino.
Per  anche un po' irritante.
Il film?.
Voglio dire, guarda come si agitano disse lui.
Non possono o non vogliono mollare. L'idea  questa.
Alzai il volume mentre Hildy gridava, Hai sentito? Ho
strappato l'intervista. S, lo so che avevamo un patto. Mi ero
impegnata a scriverla, ma non a non strapparla...
Les era teso sulla sedia troppo piccola. Come se ogni
parte del suo corpo si stesse attorcigliando intorno a un'idea,
reale o immaginaria. Hope non lo aveva fatto entrare.
E nemmeno io, all'inizio, e ora tra me e lui c'era la distanza
di una mano.
... L'ho ridotta in mille pezzi, Walter, lieta di esserti stata
utile. E questo  il mio addio al giornalismo. Voglio essere una
donna normale, non una fabbrica di notizie. Voglio allevare
anch'io dei bambini, fargli il bagnetto e portarli a spasso ai
giardini...
Quanto ci avrebbe messo Brazo ad ascoltare il mio
messaggio? E sarebbe venuto? S, era possibile... Secondo
copione. Non avrebbe mancato di fare la parte che
gli era stata assegnata; avrebbe rivelato troppo di lui
come uomo.
Il volume deve essere per forza cos alto? domand
Les.
Non lo abbassai.
Bevve un altro lungo sorso di whisky, vuot il bicchiere,
poi, sporgendosi in avanti, appoggi i gomiti sulle
cosce e fece ruotare il bicchiere tra le mani, avanti e indietro,
sempre pi velocemente.
La stanza era illuminata da una lampada fioca. La luce
non aveva alcun effetto sulle ombre ammassate negli angoli
e lungo il perimetro. Lo schermo ci investiva. Strinsi la
mano sinistra, la pi lontana da lui, intorno alla bottiglia
di whisky che tenevo fra le ginocchia. Ero pronta a brandirla
in un attimo.
Lo hanno portato all'ospedale pubblico, ed erano terrorizzati
all'idea che non si riprendesse.
Ora Les teneva lo sguardo abbassato sul bicchiere stretto
nella mano, come se temesse di aver parlato a sproposito
e si chiedesse come correggere il tiro.
Sono innamorato di lei e ho rovinato tutto disse.
Allung il braccio e mi porse il bicchiere vuoto, gli occhi
sulle ombre della stanza e ancora pi lontano mentre proseguiva
la sua confessione.
Versai prima a lui e poi a me.
Ho lasciato che mi usasse.
Abbassai il volume, ma le immagini del film non smisero
di correre verso di noi. Lui bevve. Io bevvi.
Credevo di avere io il controllo, invece no. E non ce
l'ho nemmeno adesso.
Hope non  in s. Lo avevo gi detto prima. A chi?
A Leo? Intendo dire che in questo momento non sa che
cosa sia, il controllo.
Lui scosse la testa. Ci siamo spinti troppo oltre. Allung
di nuovo il braccio verso di me e gli versai dell'altro
whisky.
Perch non hai mobili? domand.
C' meno da pulire. E mentre bevevo la mia dose
per stare al passo con lui, pensai, Meno da rovinare, da sostituire,
meno di cui preoccuparmi.
Sei gay?.
No risposi. Avrei voluto aggiungere qualcosa ma
non lo feci, limitandomi a dire: Ero sposata... Con un
uomo.
Allora gli uomini ti piacciono?.
Alcuni.
Lui vuot di nuovo il bicchiere, scosse la testa come
un enorme cavallo, poi si gir per inchiodarmi con un'occhiata
ferma e sicura che mi fulmin. Per ti sei innamorata
di lei, vero?.
Non risposi, nonostante la sua intenzione mi fosse
chiara: voleva metterci sullo stesso piano perch potessimo
guardarla insieme con desiderio.
Noi siamo cresciuti insieme continu. Te lo ha raccontato,
vero? Che ci conosciamo da tanto tempo?.
Annuii.
Chiuse gli occhi, e di nuovo strinsi la mano sinistra intorno
alla bottiglia, con il pollice puntato verso il basso,
per avere una presa pi salda, in caso di necessit. Lui prosegu:
Conosco l'interno delle sue ginocchia. Conosco
la forma dei suoi gomiti. Le piaceva mangiare i pomodori
appena colti. Quando erano maturi, li rubava e li mordeva
come se fossero mele. Si arrampicava sugli alberi
come noi maschi. Ha indossato lo stesso costume da bagno
giallo per anni. Un costumino intero. Non voleva cambiarlo...
Suo padre lavorava nelle assicurazioni, e lavorava
sodo per tirare avanti, ma nell'intimo era un anticonformista.
Sua madre era stupenda, alta. Come lei... Hope
disegna, sai, fa dei quadri, e canta. L'hai sentita cantare?.
Scossi la testa. Non gli avrei detto ci che sapevo e ci
che non sapevo; voleva costringermi ad ammettere che
ero un'estranea, che non la conoscevo e non avrei mai potuto
conoscerla, certamente non come la conosceva lui.
Voleva avere la meglio su di me.
Inni. Cantava gli inni in chiesa.
Magari mentiva. Chi avrebbe potuto dirlo?
Ero innamorato di lei, a quei tempi. L'ho sempre amata
da che ricordo. Volevo sposarla.
Con il gesto teatrale dell'uomo che si confida, allung
una delle sue manone sulla mia, la destra, la pi vicina
a lui. Sperava di commuovermi, per disarmarmi.
Ritrassi la mano.
Dopo un esibito sospiro di disappunto, mi pun: Mi
ha detto che sei entrata nel suo appartamento mentre era
fuori.
Le padrone di casa a volte lo fanno.
Non senza annunciarlo prima.
Pensavo di aver sentito un odore strano. Di gas. 
stata una precauzione.
Rise senza guardarmi. Stronzate.
Mi stava facendo notare i miei peccati; non ero meglio
di lui, non ero diversa. Bevvi ancora. Avevo gi bevuto
troppo.
Bevi come un uomo.
Appoggi di nuovo la mano sulla mia. Chiusi gli occhi
e reagii al suo assalto immaginando di mettergli un
collare intorno al collo, una impietosa striscia di pelle, un
guinzaglio arrugginito. Oppure una catena. S, meglio.
Hope e io avevamo parlato di lui e lo avevamo trasformato
in una barzelletta, non era forse stato cos? Avrei dovuto
raccontarglielo? Lei non lo amava pi di quanto
amasse me; eravamo distrazioni necessarie, nient'altro
che tessere del mosaico che le piaceva comporre.
Ho lasciato che mi usasse, aveva detto lui. S, un uomo
che si lasciava condurre. Non mi confrontavo con la variet
delle possibili combinazioni di forza e debolezza dell'universo
maschile da moltissimo tempo. Hope non era
riuscita a superare la distanza necessaria per invertire i
ruoli, ad appoggiare le mani su di me con sicurezza vera,
ma forse ci era riuscita con lui. Ne era capace. Lui avrebbe
fatto qualsiasi cosa per accontentarla. Sarebbe diventato
una parte di lei, del suo volere. E alla fine saremmo
riuscite a addomesticarlo. Un grande uomo tra le mie
gambe, che faceva quello che gli veniva chiesto.
Lasciai andare la testa contro lo schienale. Il bacino si
muoveva, su, gi. Avevo lasciato che si abbandonasse alle
fantasie. La mano di Les si sollev e mi copr il seno.
Hai detto che gli uomini ti piacciono?.
Aveva una mano cos grande - la sua presenza fisica
si dilat - come era possibile non sentirsi piccoli di fronte
a una simile mole? Il palmo della sua mano premette
contro il mio seno, si sollev e torn a premere con movimenti
circolari, ritmici. Dovevo mantenere il controllo,
altrimenti la sua voracit mi avrebbe inghiottita, ma
quando afferr la bottiglia che tenevo stretta tra le gambe
non dissi niente. Che cosa intendevi fare? Spaccarmela
in testa? disse, tirandomi sulle sue gambe.
S, cos va bene... Cazzo disse, e il suo respiro era
eccitato, ma quanti anni hai?. Stava accadendo qualcosa
di cui avevo paura e bisogno in ugual misura. Dentro
e intorno alle parole che mi attraversavano si addens una
follia confusa, fotti, poi fottimi, fattimi; comunicavano
un'urgenza assoluta, ADESSO, e non fermarti, e ogni altra
espressione che cancellava il tempo e mi cancellava, insieme
al tempo... Poi un colpo alla mia porta. Educato.
Quasi non ci credevo. Poi un altro, molto accorto. Hope
veniva a salvarmi da qualcosa da cui non sarei pi tornata,
o da cui non sarei tornata intera. O forse era Brazo.
S. Finalmente.
Non rispondere disse Les.
No.
Mi divincolai per liberarmi, mi alzai e misi in moto
le gambe.
Aprii la porta. La luce del corridoio mi fer gli occhi.
Il signor Coughlan sembrava un fantasma, forse a
causa della luce, o forse della sollecitudine. Il signor
Coughlan che si scusava. La sua porta non si apriva. Non
ricordava di aver usato la doppia serratura, aveva con s
solo una chiave e l'altra non era a portata di mano. Forse
potevo aiutarlo? Era stato in viaggio e adesso...
Il signor Coughlan era tornato.
La vita pu essere generosa. Me ne ero dimenticata.
Un capovolgimento. Il signor Coughlan era l davanti a
me: inatteso e improbabile come il capitano di Melville
nel sopravvivere alla sua ossessione o, meglio, come Ulisse
che ritorna dopo tanti anni e tante prove. La vita offre
dei ritorni, fa tornare le persone amate, insieme a loro
fa tornare da te una parte di te che non sapevi ti mancasse
tanto. La sua faccia davanti a me, fissa sulla mia,
coperta di venuzze rosse che circondavano e attraversavano
macchie marroni, belle cicatrici, graffi sbiancati e
sfregi profondi che probabilmente si era fatto radendosi
troppo spesso con mari ondosi o offrendosi alla burrasca,
senza mai badare alle conseguenze. Come possono
diventare affascinanti le cicatrici quando sei sopravvissuto
alle ferite oppure in un certo senso le hai scelte
e lo rifaresti.
Era forse questo che mancava al nostro collezionare
delusioni, la consapevolezza che la vita ci offre doni in
quantit pari alle perdite, se solo siamo disposti a prendere
nota degli uni e delle altre e a valutarli con lucidit?
Ma eravamo mai abbastanza lucidi, ci sforzavamo
mai di esserlo? Ero lucida quanto bastava per vedere il
signor Coughlan, gettargli le braccia al collo e tenerlo
stretto per assicurarmi che non lo stavo sognando, il mio
traghettatore in movimento, con il vento addosso, anche
ora, e il gelo nei vestiti. Mi aggrappai anche a quello, e
al profumo di cenere e di sale che lo avvolgeva. Dove era
stato? Dove? Dove?
Fu Les a suggerirmi di fargli un po' di spazio, di lasciarlo
respirare, ma Les stava gi svanendo. Les non
aveva pi importanza, e lo sapeva. La battaglia era finita,
l'incantesimo si era rotto. Brazo arriv mentre lui stava
uscendo, dimenticando i suoi costosi bouquet. Rimase
in piedi nel mio ingresso con un'espressione allarmata,
in allerta, pronto a scattare. Un protettore per natura e
per lavoro, solerte. Un uomo che dava il meglio di s nelle
emergenze, che dalle emergenze traeva nutrimento.
Amico, ti pare saggio tornare qui? Tu credi di poter andare
dove vuoi, eh?. Les lo fiss per un istante, dall'alto
in basso, tir su con il naso, lo super e scomparve. Fu
un attimo. Pi ancora che sottomesso, era stato dissolto.
Brazo si avvicin di qualche passo puntando il lungo
naso verso il vero oggetto del suo interesse: Signore, la
stavo cercando.
E perch mai? gli chiese Coughlan, sinceramente
sorpreso.
Sua figlia e la sua padrona di casa, qui. Erano preoccupate.
Hanno denunciato la sua scomparsa.
Coughlan espir e si gratt rumorosamente la nuca:
Mia figlia passa la vita a preoccuparsi. Probabilmente
 colpa mia. Dedic un attimo a quel pensiero, poi si sfreg
gli occhi come se fossero pieni di sabbia ed emise un
altro sospiro. Mi dispiace, per. Glielo far sapere; mi
consenta di porgere le mie scuse anche a lei, signorina
Cassill. Non intendevo far preoccupare nessuno. Dovevo
verificare alcune cose, prima di rientrare. Non potevo
pi rimandare. Cerc il mio sguardo con una smorfia
che intendeva essere un sorriso. Adesso ho bisogno di
riposare. Sono stanco. Ora che lo aveva ammesso, il suo
corpo sembr cedere, afflosciarsi. Sollev una mano, di
poco. Grazie a entrambi.
Deve chiamare sua figlia. Forse anche un medico?
disse Brazo.
Dica a mia figlia che vado a dormire. E non intendo
dare i miei soldi a nessun medico. L'unica cosa che non
va in me  la vecchiaia, e per il momento me la cavo. Gir
a fatica le spalle verso le scale. Entrai in casa per prendere
la chiave.
Quando tornai era in piedi davanti alla rampa.
Non converrebbe prendere l'ascensore? suggerii.
Ma lui aveva gi appoggiato il piede sul primo gradino.
Forse perch c'era Brazo, o forse perch questa era
l'ultima della serie di prove che si era imposto, e il ritorno
andava guadagnato come il resto, sarebbe salito a piedi
fino in cima. Non si affrett, non poteva, e not solo
di sfuggita che Brazo e io lo seguivamo.
Due o tre giorni fa lei era nel Maryland. Ha preso un
autobus. Ma con quale mezzo  tornato?.
In barca. Nave... Con un mercantile.
Lo ascoltammo respirare a ogni gradino, ascoltammo
lo sforzo delle sue articolazioni.
Che tipo di cargo?.
Scrut un gradino, sal, poi ne sal un altro: Vecchi
amici disse.
Mi dica di pi.
Infine, sul pianerottolo del secondo piano, mentre misurava
la successiva ultima rampa, rispose senza guardarci:
Un mercantile, un vecchio amico, e del legname.
Aspettammo insieme a lui, e lui sal un gradino, poi
un altro e si ferm di nuovo. Volevo vedere se un vecchio
pu trovare lavoro.
E ci  riuscito? domandai.
S e no. Hanno tutti paura di un uomo della mia et.
Si gir verso di noi e mi osserv ancora con attenzione,
i miei occhi, la bocca, come per accertarsi che ci fosse
tutto. Poi scrut Brazo, la misura delle sue mani e delle
scarpe, il nero folto dei suoi capelli. Responsabilit.
Un uomo della mia et.
Sal gli ultimissimi gradini con calma e vigore, come
per sottolineare il suo punto di vista: lui non era un peso
per nessuno, nonostante gli acciacchi.
Gli aprii la porta e accesi la luce. Rispose soltanto una
nuda lampadina dalla luce livida. Mi infilai nell'appartamento
per prima, senza chiedergli il permesso. Spalancai
la finestra che si affacciava sul porto, per lasciar entrare
il rumore dei traghetti, la notte con la sua pioggia
- s, pioveva - che trasportava un odore ferroso di primavera.
Appoggiai la mano sul termosifone, che era caldo
ma non troppo in una serata di aprile che prometteva
di non scendere sotto i dieci gradi. Dopotutto non era
un posto cos brutto, vero? Non era forse caldo e asciutto?
E al riparo dalla pioggia?
Ringrazio tutti e due.... La sua voce tremol e si
spense. Ringrazio tutti e due ripet schiarendosi la gola
e allungando la mano ruvida verso ciascuno di noi, come
se non lo avessi gi abbracciato e stretto a me, come se
ai suoi occhi avessimo perso consistenza ancora una volta,
e adesso, se mi  lecito, devo riposare.
Rimasti soli davanti alla sua porta Brazo e io ci intristimmo.
Be', finalmente  a casa, sano e salvo disse lui senza
sorridere, strascicando le parole e continuando a strizzare
gli occhi sotto le sopracciglia pesanti e mobili, perch anche
lui come me, intuii, voleva di pi: volevamo che ci nutrisse,
volevamo che ci raccontasse delle storie, agitasse la
testa, puntasse le dita callose verso di noi; che sollevasse
un bicchiere per festeggiare il ritorno, la fine delle nostre
preoccupazioni e il fatto che dopotutto non erano state
necessarie; volevamo essere confortati, non volevamo quella
porta chiusa che gli consentiva di sparire di nuovo.
S, un lieto fine concordai.
...
.
...
Un accordo con la citt.
...
.
...
A mezzogiorno, quando scese a cercarmi, Hope mi domand se stavo bene.
Sono solo un po' stanca le risposi, ma ero finalmente
rassegnata e dunque pi calma di quanto ero stata durante
la notte. Era arrivata la pioggia e pioveva ancora.
E il temporale era durato per pi di un'ora o forse due,
con un rimbombo lungo e basso come se sopra di noi, sopra
di me, fosse sospesa l'ampia pancia vuota di Dio. Avevo
sofferto di nausea fino a mattina inoltrata, per reazione
al ritorno di un uomo e alla partenza di altri, andati
- Brazo che per un attimo era sembrato vacillare e mi aveva
raccomandato di avere cura di me prima di allontanarsi
- e naturalmente per il fatto di aver lasciato che l'alcol
mi scorresse nelle vene senza preoccuparmi di mangiare
o di bere dell'acqua n assicurarmi protezioni di altro
tipo. Per tutta la notte mi ero imposta di rimanere a letto
e al mattino mi ero alzata per aprire le finestre alla pioggia,
una fredda pioggia di aprile, ero tornata a letto, poi
mi ero alzata di nuovo, controllando i movimenti, cercando
di convincermi che andava tutto bene. Ma ero anche
andata due volte alla porta di Coughlan per vedere se lui
c'era ancora, faceva parte della discussione che stavo sostenendo
con me stessa. La prima volta all'una, pi o
meno, avevo socchiuso la porta per sentire la sua presenza,
se mai fosse stato possibile sentirla, e lui c'era, dormiva,
e i suoi respiri erano forti e ruvidi. La seconda volta
era stata quando mi ero svegliata di soprassalto intorno
alle quattro o alle cinque, mi ero alzata e mi ero vestita per
uscire sotto la pioggia, leggera, ora che il temporale era
passato. Ero andata a fare la spesa in un supermercato
aperto tutta la notte: una pagnotta; due pomodori maturi;
quattro banane senza macchie; otto zuppe in scatola;
cinque scatolette di tonno; affettati; una dozzina di
uova; mezzo litro di latte; maionese; quello che riuscivo
a portare, quanto bastava per nutrirlo lass.
Questa volta avevo bussato per fare in modo che mi
sentisse, ma non troppo forte, per evitare di spaventarlo.
Non aveva risposto. Avevo bussato di nuovo. Poi ero
entrata sussurrando: Permesso? Permesso?. Imprimendo
alla voce la mia versione del tono cortese della padrona
di casa, avevo proseguito piano: Mi dispiace disturbarla,
le ho portato del cibo, in segno di benvenuto...,
e lo avevo sentito russare sonoramente, in camera da letto;
un rumore piacevolissimo. Avevo messo in frigorifero
il cibo deperibile e lasciato il resto sul banco della cucina.
Dopo aver fatto la mia consegna ero ancora un po'
preoccupata, per meno di prima, e avevo dormito finch
la luce non mi aveva svegliato colpendomi sulla faccia.
Era tornato il sole, e mi ero preparata per Hope.
Ti consiglio di non vestirti bene perch ci sporcheremo
disse Hope, quando arriv. Poi rise: In un certo senso,
stiamo tornando indietro nel tempo. Si fa repulisti.
Non indossavo niente che temessi di rovinare e cos
uscimmo, scontrandoci leggermente una contro l'altra
mentre scendevamo verso l'ingresso, sfiorandoci le braccia
una volta, e una seconda quando uscimmo sulla strada
che brillava di pozzanghere, con gli alberi bagnati, la
corteccia scivolosa e le foglie zuppe e gonfie, di un verde
cos giovane e fresco che si faceva fatica a non mettersele
in bocca. Volevo farlo notare a Hope, che mi stava
parlando di Darren e Josephina, della discussione sugli
Hamptons, con Josephina che sosteneva che tutta quella
ricchezza aveva sottratto al luogo la sua bellezza. Poi
rise di nuovo, a testa alta, citandoli (Cos pochi spazi
pubblici aveva detto, cos pochi spazi verdi). Naturalmente
ricordavo che Les mi aveva detto che Hope si era
accorta della mia intrusione nel suo appartamento. Mi
ero aspettata che sollevasse l'argomento, ma il fatto che invece
parlasse d'altro mi convinse che non lo considerava
importante. Tutta la sua energia e la sua curiosit erano
dedicate ad altre cose.
Infil il braccio sotto il mio, attirandomi verso di s.
Non poteva sapere quanto quel gesto, che mi inondava
del suo profumo, richiamasse in modo immediato e irrevocabile
alla mia mente il suo corpo. Che donna bellissima
mi era stato concesso di esplorare, profonda come una
caverna, tenace nel sopravvivere, l'ematoma violaceo nell'incavo
del braccio nel punto dove le avevano infilato
l'ago durante la permanenza in ospedale, una cicatrice
sul pube, un'altra sul ginocchio, la pelle che si tendeva,
e poi si rilassava. Un paesaggio complicato. Non esistono
due donne uguali... Ma mentre camminavamo, questo
lei non poteva saperlo. Non si poteva fargliene una
colpa. Se aveva colto dei particolari del mio corpo, dei segni
della sua e della mia realt, era solo per dimenticare
un tempo ormai perduto, per concedersi una tregua,
ma io ero gi stata risospinta lontano, anche mentre accordavo
i miei passi alla lunghezza dei suoi e la ascoltavo
elencare: Darren vuole avere tutto quello che hanno gli
altri. Josephina invece deride quello che tutti vogliono. Mia
figlia vuole che tutti la vogliano, e pensa prima di tutto a
quello che vuole lei. Mio figlio si sforza di non volere troppo,
si sforza di non subire delusioni. Avrei voluto interromperla:
Anch'io. Sono come Leo, ma non mi ero guadagnata
un posto nella sua lista, e mi sentivo stanca, anche eccitata,
perch capivo di rappresentare un conforto passeggero,
facilmente rimpiazzabile come Les, e avevo valore
ai suoi occhi soprattutto per la mia disponibilit a
fare ci che voleva fare oggi, a non dirle mai di no. E
perch avrei dovuto? Che le mie dita avessero conosciuto
gli angoli e le superfici, le trame e le profondit del suo
corpo, e che ora, mentre camminavamo, stringesse il mio
braccio al suo consentendomi di uscire da me stessa per
osservare il suo profilo regale, le strade bagnate e verdeggianti
di Brooklyn, il selciato sconnesso e i volti che ci passavano
accanto, continuava a costituire per me un piacevole
cambiamento di prospettiva. Iniziai a guardare i passanti
che la guardavano e quelli che invece erano quasi
del tutto indifferenti (i newyorkesi che evitano di guardare
negli occhi o che al contrario rischiano di essere travolti
dallo sforzo di catturare oggetti e facce familiari e
sconosciuti, che spesso sono gi andati prima ancora di
arrivare). Comunque fosse, non si poteva non guardarla,
per il gradevole portamento, l'aria decisa. Perch non
avrebbero dovuto?
In tutti quegli anni aveva abitato a sette isolati di distanza
da me, a Cobble Hill, in un sontuoso palazzo di
tre piani che avevo gi notato per i dettagli neogotici, le
ringhiere in ghisa e i lampioni a gas su entrambi i lati del
grande arco di ingresso in stile Tudor, una facciata imperturbabile.
Rimanemmo ad ammirarla, mentre Hope
sembrava riflettere su ci che avrebbe trovato all'interno.
Lui non  a casa?.
No.
Sa che saresti venuta?.
S, per prendere alcune cose.  al lavoro, ma per maggiore
sicurezza ho chiesto che non si facesse trovare, come
atto di cortesia nei miei confronti.
Mentre apriva la porta disse: Ci scambiamo cortesie.
Devo sforzarmi di farlo, per non ucciderlo.
Il pavimento dell'ingresso era in larghi listoni di legno
lucidato, e una passatoia orientale con intrecci azzurri e
marroni conduceva alla base della scala in legno dipinto
di bianco che si incurvava con generosit verso l'alto
come il collo di un cigno.
Hope si ferm sulla soglia della sala e di nuovo elenc
una lista di cose, a voce alta, per descriverle a me o forse
per reclamarle per s. La luce del sole illuminava le grandi
finestre creando uno strano contrasto con quel suo
elenco: le poltrone bergre con il poggiapiedi, un altro
poggiapiedi orientale color corallo e sabbia, e l dentro,
sollev una mano per indicare la sala da pranzo, un tappeto
Aubusson comprato a prezzo ridotto nel Sud della
Francia perch aveva un piccolissimo difetto, davvero
impercettibile disse, e il lampadario di Murano, dove
siamo stati durante il viaggio di nozze. Non mi ha negato
niente, per tanto tempo. I soldi hanno smesso di essere
una preoccupazione anni fa. Le lampade con i paralumi
in perline, le spesse cornici dorate e i dipinti che
racchiudevano, strane sculture - una mano incorporea,
un busto, un Buddha - e persino pezzi di legno raccolti
sulla spiaggia esposti sopra la mensola in marmo del camino
(un tocco della sua eleganza trasandata che coniugava
la costa americana alla Francia). La maggior parte
di quelle cose erano molto pi vecchie di lei, eppure erano
tornate a vivere, a respirare, a sembrare moderne grazie
al modo in cui le aveva sistemate, e anche l'austerit
di certi pezzi - questa scrivania  in stile Restaurazione
- era sdrammatizzata dal paesaggio campestre appeso
poco sopra e dipinto con pennellate secche o dal cestino
sfilacciato pieno di matasse usate, quando me ne ricordo,
lavoro a maglia. Il tavolino era coperto di libri, alcuni
consumati dal tempo, altri luccicanti e costosi come
elettrodomestici, pacchiane commemorazioni dei soggetti
che illustravano. I soffitti del primo piano erano alti
quattro o cinque metri, e verso la parete anteriore e quella
posteriore aveva cassettoni riccamente decorati.
 irreale dissi, assolutamente strabiliata e pronta ad
ammettere che non credevo che a New York esistessero
case cos grandi, e cos silenziose, quando necessario; non
sentivo rumore di passi, di traffico, n di clacson. Con il
passare del tempo non ero pi riuscita a immaginare un
luogo che non fosse una tana per corpi solitari, perch
non potevo pensare a niente di diverso per me stessa, una
persona sola, e che spesso desiderava esserlo. Per la casa
in cui ero cresciuta era simile a questa, con stanze che promettevano
vastit e tanti tavoli, sedie, piatti e bicchieri
quanti erano necessari per grandi feste, meravigliosamente
illuminata sia dalla luce naturale sia da quella artificiale,
con guizzi di improvvisazione, straripante di pezzi
d'arte che provenivano da eredit di famiglia, aste, gallerie,
polverosi negozi di antiquariato, in elegante contrasto
tra loro, come un rotolo orientale con un uccello e
un bamb accanto a una marina inglese. Come Hope, mia
madre governava le correnti e le conversazioni di una
stanza. S, tutto questo apparteneva a lei, era un tributo
alle sue qualit e ai suoi gusti, allo stimolo a possedere
buon gusto e al diritto di possederlo.
Mi lasci sulla soglia per andare a prendere un bicchiere
vuoto posato su un sottobicchiere sul tavolino al
centro della stanza. Lo alz controluce, sull'orlo una mezzaluna
di rossetto.
Scoppi in una risata tagliente come frammenti di
vetro: Credi che lo abbia lasciato qui per me?.
Non saprei risposi.
Rise di nuovo in un modo che lasciava trasparire la
sofferenza.
Non potrebbe essere di tua figlia?.
Oh, ne dubito. Non userebbe mai un rossetto di un
rosa cos orrendo.
Appoggi di nuovo il bicchiere con un'attenzione meccanica,
come se si imponesse di non romperlo.
Scrut la stanza e si strinse le braccia intorno al petto,
e io notai che qualcosa le si spegneva negli occhi; dove
avevo visto amore e un'ammirevole sicurezza in ogni scelta
fatta per arredare quella stanza, la casa, Hope vedeva
davanti a s la magia che la teneva insieme e la legava a
lei evaporare.
Tutto questo ti appartiene le dissi, certa di esprimere
una verit che a me sembrava ovvia. Lui abiter sempre
con te, che tu ci sia o no.
Sulla sua fronte si disegnarono trincee di rughe e lei
strinse la bocca come se si sforzasse di non sputare.
E questo, Hope, perch tu sei le sue fondamenta, anche
adesso che le sta rifiutando.
La casa ormai  persa rispose lei semplicemente.
Sul giardino per dobbiamo ancora trattare. Vieni.
Mi condusse in un ampio portico che si affacciava su
un giardino grande due o tre volte il mio. Un privilegio che
lei non aveva sprecato, un accordo di lunga durata tra lei
e la natura in una citt sempre molto avara nel concederla
ai privati.
 opera di un giardiniere?.
Mia disse lei. Sono io il giardiniere.
Senza aiuti?.
I primi tempi, e ogni tanto chiamo rinforzi per togliere
le erbacce, un amico, i figli, ma la maggior parte del
lavoro lo faccio da sola. Mi sembra che non ci sia alcun
merito, se non me ne occupo personalmente.
Il giardino era uno spazio generoso come quello della
casa. Era attraversato da due ruscelli di pietra azzurra
levigata che formavano su entrambi i lati delle alte aiuole.
Tra i sentieri correva una striscia di erba fresca come
un fiume che ogni giorno diventava pi fresca, vellutata
e rigogliosa con la nuova stagione. In mezzo al prato c'era
una fontana-abbeveratoio per gli uccelli a due livelli in
pietra consumata dal tempo; non era ancora stata riempita
di acqua e poggiava su un letto di terra punteggiato
di germogli e boccioli. Verso il fondo c'era un vecchio
gazebo di legno di cedro - non molto grande, poteva
ospitare tre persone al massimo - che a giudicare dall'aspetto
delicato doveva essere stato fatto artigianalmente,
e si fletteva sotto la coltre di rampicanti che lo coprivano.
Dietro, verso gli angoli del giardino, c'erano gli alberi,
una betulla alta quasi dieci metri protesa verso il cielo;
le foglie verde-blu di un altro albero facevano pensare a
un acero, ma la corteccia era color cannella e alla base il
tronco si separava in molti fusti che si aprivano come una
mano per mantenere privato ci che era privato; poi, sull'altro
lato, vicino a un imperturbabile sempreverde,
un tripudio di boccioli bianchi nascondeva un albero alto
circa cinque metri.
Quell'albero con i fiori bianchi....
 un pruno giapponese mi rispose lei.
Magnifico.
S... Lui lo ha visto per la prima volta in Cina anni
fa - sono originari di l, non del Giappone - e poi credo
ancora in un giardino in Inghilterra durante uno dei suoi
viaggi di lavoro, ha viaggiato tanto. Hope si limitava a
raccontare, senza commenti. E ogni volta che ne vedeva
uno pensava a me. Si  sorpreso di trovarne un esemplare
in vendita qui, come se gli alberi non potessero viaggiare.
Non sapeva che ce ne sono anche al Giardino Botanico,
praticamente un esercito. Tiene lontano il male, o
almeno cos dicono. Va piantato a nord-est, secondo la leggenda,
perch  da quella direzione che viene il male. Lui
sosteneva che fosse nostro dovere farlo crescere e curarlo con attenzione, perch ci proteggesse. Mi port a guardarlo
da vicino.  una pianta molto sensibile. All'inizio
non cresceva. Mi sembrava un'offesa personale.
Prosegu: Sai, da bambina non facevo giardinaggio.
Mia madre s. Anche mio padre. Gli piaceva aiutare. Io
non ero per niente interessata, adesso invece mi capita di
svegliarmi preoccupata per i danni della brina. Non avrei
mai immaginato di diventare brava, n di come sarebbe
stato gratificante per me stare qui fuori a lavorare.
Mi venne in mente una frase di Volete sapere cos'
New York?, una breve e piacevole parodia della citt scritta
da E.B. White. Me l'aveva spedita un vicino del Connecticut
poco dopo che mi ero trasferita l, e da allora una
delle battute di White mi aveva sempre accompagnata:
Nessuno dovrebbe venire a vivere a New York se non
ha intenzione di essere fortunato. A quei tempi ero ben
intenzionata a esserlo, e adesso, in piedi nel portico di
Hope come sulla prua di una nave, ero consapevole che
entrambe avevamo investito tutta la nostra fortuna nella
persona che avevamo scelto di amare, alla cui esistenza
avevamo scelto di allinearci. Entrambi i nostri mariti
erano stati uomini con l'ambizione di fare soldi, e l'avevano
perseguita senza vergognarsene nell'affollato campo
degli affari, in una competizione costante e spietata.
Suo marito era sopravvissuto, e agli occhi di tutti poteva
sembrare che Hope si fosse spinta molto pi lontano di
me nell'impegno verso la loro vita insieme; io non avevo
avuto le stesse possibilit e forse non possedevo lo stesso
impulso di arricchire con una dinamica vita domestica
il tenore mantenuto da mio marito: una casa straordinaria,
due figli sensibili, un giardino che faceva richieste
che lei era felice di soddisfare; aveva profuso tutta la sua
immaginazione in quel progetto che mi illustrava elencando,
e il modo fluente con cui chiamava con il proprio
nome ogni cosa era la prova di quell'impegno, mentre indicava
le giunchiglie l, le comuni primule, l'elleboro -
riesci a vederlo da qui? E appena sbocciato - i crochi, le violette,
i giacinti a grappolo, i tulipani - quelli fioriscono
presto disse, questi invece no - di cui alcuni erano
appena stati messi a dimora e sarebbero vissuti per settimane,
s, tulipani modesti, gialli e sottili e ancora saldamente
chiusi in aprile, altri invece gi aperti a mostrare
il colore del cuore, impertinenti e caleidoscopici nella
loro onest. Sotto la terra c'erano piante e fiori che ancora
aspettavano di salutarla; lei fece il nome anche di
questi: Hosta, Lanata, Festuca glauca, Molinia caerulea,
Digitalis purpurea, che  cos delicata, cresce a tappe e dura
solo un paio di stagioni, ma che colore.... Altri erano in
attesa all'interno delle sagome dei rami: Quello  un acero
grigio. La corteccia rossa contrasta magnificamente
con la neve. L'ho piantato quando abbiamo comprato la
casa, vent'anni fa. E quello indic con lo sguardo il gazebo,
verr coperto dalla clematide.... Il suo impegno
si trasformava annualmente in un movimento che si rinnovava
con le stagioni, gratificando le sue scelte e il suo
duro lavoro, come sogni che diventano sempre pi veri.
Ora, con uno stupore che non aveva pi bisogno di elenchi,
mi disse: Ci piaceva ripetere che in questo giardino
avevamo a disposizione il mondo.
Era davvero stupefacente: la primavera danzava per
Hope nonostante lei riuscisse a sentire dentro di s soltanto
l'inverno, un livido sul braccio nel punto dove era
entrato l'ago, Les che una settimana prima la scopava
come se volesse spezzarla in due.
Ho guanti, forbici e cesoie, carriole, un carrello e un
carrettino. Ho grembiuli e cappelli e qualche vecchia tovaglia.
Ho tantissimi vasi. Trapianteremo nel tuo giardino
quello che  possibile trapiantare. E il resto lo taglieremo
per farne dei bouquet, da regalare oppure da tenere
per noi. Sradicheremo tutto o quasi. E quello che non
potremo sradicare ce lo divideremo.
Sradicare? Perch? domandai perplessa.
Lui ha distrutto qualcosa.
S, certo.
E io intendo costringerlo a constatare i danni di persona.
Ma questo giardino lo hai creato tu.  il tuo lavoro.
E adesso lo distruggo. Non posso dire lo stesso di
nient' altro.
Il cielo era senza nuvole, azzurro e luminoso, e Hope
mi precedette sulla scala di ferro che portava al capanno
degli attrezzi.
Nonostante la mia prima reazione fosse un no, non
possiamo farlo,  davvero troppo bello, la osservai aprire
il chiavistello e portare fuori con calma incredibile
tutto ci di cui avremmo avuto bisogno. Si muoveva in
silenzio, sicura di s, creando intorno un'atmosfera di determinazione
femminile di cui volevo essere partecipe,
desideravo starle accanto il pi a lungo possibile, e quella
certezza era pi forte della preoccupazione per il destino
dei fiori e persino degli alberi. Dicono che le aspettative
riguardo a un'esperienza determinino e falsino l'esperienza
stessa. Ero andata l senza avere alcuna aspettativa.
Dire s o no, scegliere tra due posizioni opposte,
come la vita continuamente ci chiede di fare, era lo stesso
per me. Mi guidava nella scelta soltanto la disponibilit
a partecipare a qualcosa che avrebbe avuto conseguenze
per qualcuno a cui volevo bene e che mi voleva bene,
in quel momento. l, quel giorno, avrei potuto dire a mia
madre che non ero soltanto una spia. E non avevo paura:
impugnai le cesoie, tagliai di netto i tulipani fioriti alla
base del gambo lasciando cadere le pesanti corolle sul terreno,
sradicai gli altri tulipani e li misi in un vaso con del
terriccio per trapiantarli come avevo visto fare a Hope.
Lei mi istruiva con l'esempio e mi offriva quello che stavo
cercando: appartenere a un luogo che era al di fuori
del tempo e lontano da qualsiasi luogo conosciuto, e subito
dopo aver cominciato a lavorare nel terreno bagnato,
perdemmo entrambe il senso del tempo. Dividemmo
a met le parti essenziali di noi stesse, come spesso fanno
gli adulti; eravamo le bambine che non avevamo mai
smesso di essere, bambine piene di meraviglia per la terra:
fibrosa, torbata, sabbiosa, argillosa, e allo stesso tempo
eravamo due donne che si preoccupavano per la terra
e prendevano sul serio la propria preoccupazione, terriccio
in ogni ruga, sotto ogni unghia, nei capelli, e gi
piene dell'umidit che saliva dalle ginocchia. Non parlavamo,
perch parlando avremmo rischiato di perdere il
ritmo e l'urgenza necessaria per disfare quel mondo, quel
santuario che Hope aveva controllato cos a lungo e che
non avrebbe pi potuto controllare; le sue pugnalate alla
terra con la vanga e le zolle alzate erano accettazione e
ribellione verso ci che non le apparteneva pi, che non
era pi suo, come aveva detto.
Riempimmo pi di una dozzina di vasi di terracotta
e plastica con i fiori e le piante da trapiantare e mettemmo
i fiori recisi sulla carriola. Mi ero sfilata i guanti per
lavorare, perch mi impacciavano i movimenti, e le radici,
i filamenti, i ciottoli e i bulbi che avevo stretto tra le
mani mi erano sembrati vene di mammiferi, penzolanti
genitali maschili, tumori e noccioli di prugna. Lavoravamo
con efficienza, con furia in verit, scegliendo cosa conservare
e cosa sacrificare senza pensarci troppo, senza consultare
la coscienza n consultarci fra di noi, e cos pass
molto tempo prima che mi accorgessi che a Hope sanguinavano
le mani mentre colpiva la terra per sradicare il pruno
giapponese, studiandone la profondit e l'estensione
delle radici. Anche lei si era tolta i guanti; forse rendevano
scivolosi i movimenti, o forse, come me, rifiutava qualsiasi
barriera tra s e i compiti che si era data. Ovviamente
non avrei lasciato che si facesse del male, e sebbene vidi
me stessa alzarsi e posarle una mano in fondo alla schiena,
in realt non mi mossi: quel gesto avrebbe spezzato
l'incantesimo. Aspettai, e infine la violenza che mi attraversava
e di certo attraversava anche lei decise per me;
molto probabilmente aveva a che fare con ci che stavamo
facendo. La terra, nerissima e quasi del tutto nuda ormai,
desolata, era una sorta di invito.
Non te l'ho detto. Volevo che tu lo sapessi le dissi
in un tono di voce abbastanza alto da superare il suo affanno
e i colpi della vanga. Il mio inquilino, il signor
Coughlan, il capitano dei traghetti, ti ho mai parlato di
lui?  tornato a casa ieri notte.  stato via per settimane.
Ero preoccupata e temevo che non sarebbe pi tornato,
poi all'improvviso  apparso alla mia porta.  arrivato
proprio quando Les stava uscendo.
Lei si sollev e, sempre respirando forte, mi guard
come se si fosse completamente dimenticata di me o di
come si fa a parlare, e sconcertata dal lungo intervallo
cercasse di darsi un contegno. Lo hai fatto entrare dopo
che era venuto da me, vero?.
Chi, Les? Gli ho aperto la porta perch la smettesse
di bussare.
Hope rise distrattamente e sospir. Not le sue mani
e lo stato in cui erano e rise di nuovo. Mio Dio... Non
imparer mai. Be', si  comportato bene?.
No.
E tu?.
Questa volta non l'ho colpito. L'ho invitato a entrare.
Sicuramente non volevo che si fermasse, ma lui....
 un uomo che si impone disse lei.
S.
E a volte fa piacere. Scrut il terreno, osserv tutti
i boccioli dell'albero e lanci un'occhiata verso il cielo.
S concordai.
Appoggi la vanga contro il recinto. Altre volte no.
S. Poich stare sola con lei mi rendeva possessiva
e felice in un modo che mi era impossibile nascondere,
pensai di nuovo a come ucciderlo, questa volta per sventare
la possibilit che la riconquistasse, che avessero una
relazione, e cos dissi:  un animale.
Lei per lo resuscit. Lo siamo tutti, cara. Animali.
Tutti abbiamo fatto cose di cui ci vergogniamo, eppure
sopravviviamo. La maggior parte di noi, quantomeno.
Si asciug le mani sui pantaloni, macchiandoli. Dubito
che riuscir a sradicare quest'albero senza un aiuto; ci
vorrebbero almeno tre uomini. Oggi  davvero impossibile,
 troppo grande. Ci tieni molto ad averlo nel tuo
giardino?.
Volevo avere immediatamente, terribilmente, quella
parte della vita di Hope e di suo marito, ma diffidai dell'avidit
del mio cuore, e Hope mi aveva appena rimessa
al mio posto. Pensai al piccolo giardino di casa mia,
che non era mai stato addomesticato perch non avevo
voluto che lo fosse. Volevo il tipo di selvaticit che avevo
vissuto soltanto qualche minuto prima, prima che rompessi
l'incantesimo. Volevo essere sorpresa.
E lo fui. Meno di una settimana pi tardi, Angie si present
alla mia porta con un invito stampato firmato da
Hope e da me in una mano e un mazzo di giunchiglie nell'altra.
Li tenne sospesi per un istante perch li vedessi
e poi li abbass.
Ci sar una festa?.
Confermai. Non mi chiese niente di pi, trattenendo,
per il momento, una curiosit che la metteva a disagio.
La festa era una scusa per scendere da me. Il tono della
sua voce era esitante. Capii, nonostante il rossore e il sangue
che le accendeva e le faceva pulsare la macchia sul
viso, che era travagliata da un problema che assorbiva tutte
le sue energie. Serr le mani sulla pancia coprendola
con i fiori e l'invito, un gesto strano da parte di chi cerca
di controllarsi.
Sembra che non ci sia acqua calda, che non sia abbastanza
calda.
I giorni precedenti erano stati insolitamente tiepidi per
il mese di aprile, e la caldaia, la pompa mia amica, aveva
obbedientemente smesso di produrre calore, per un
errore di progettazione, di cui mi sarei occupata; il termostato
era troppo sensibile e aveva spinto le istruzioni
troppo in l, e cos: niente acqua calda. Una cosa rara
ma non improbabile durante il passaggio da una stagione
all'altra, quando persino la legna morta si gonfia, suda,
e si lamenta. Era capitato anche la primavera precedente,
ma allora me ne ero accorta prima di chiunque altro
e non avevo dato la responsabilit n alla caldaia n a me
stessa e me ne ero persino scordata.
Erano da poco passate le sette e trenta del mattino.
Risposi a Angie che me ne sarei occupata subito. Mi scusai.
I padroni di casa devono essere pronti a scusarsi il
pi possibile; le scuse devono scandire le risposte a tutte
le richieste degli inquilini o quasi. Angie per sembrava
non ascoltare.
Indossava un paio di jeans e le infradito sotto una rigida
camicia da notte di cotone che sembrava una tunica
da coriste e da vestale. Feci per muovermi, ma lei non
era ancora disposta a lasciarmi andare.
Gli inviti sono stampati su carta goffrata.  una carta
costosa. Hai pagato tu la stampa? Per questa festa nel
tuo giardino?.
No, non io.  stata Hope, la signora che ha subaffittato
l'appartamento di George.
Lei annu.
I fiori vengono dal suo giardino spiegai.
Lei annu di nuovo, distrattamente.
Abbiamo trapiantato qui molte piante fiorite. Era
vero, ci erano voluti due giorni di scottature per eccessiva
esposizione al sole, di mani, colli e schiene doloranti
e la decisione di non portare il suo pruno giapponese.
Le vedrai, se vieni alla festa.
Neppure questa informazione fece presa. Il grado di
attenzione che Angie aveva riservato alla pi recente inquilina
e le domande che si era posta al suo riguardo non
avevano alcuna importanza in quel momento. Inchiodata
sul pianerottolo, si premeva la pancia sotto la camicia
da notte con le mani aperte e la massaggiava leggermente,
spezzando i gambi delle giunchiglie, poi si sforz
di smettere. Lo capii in quel momento, credo, o forse un
attimo prima, ma grazie a che cosa? Al tepore di quei giorni,
a tutte quelle sensazioni cos nuove per me, al magnifico
avvicendarsi degli eventi recenti? S, percepii la
fisicit di Angie tra di noi come l'intrecciarsi di rampicanti
che infestano il terreno, vitali, magnifici e terrorizzanti
per la cieca intelligenza con la quale dirigono i loro movimenti.
Lo capii prima ancora che me lo dicesse: Sono
incinta.
Be', allora... risposi. Mi persi anch'io, considerando
tutte le sfaccettature che quell'evento aveva per lei. Mitchell
non c'era pi. Non mi congratulai. Suggerii: Be', se  cos,
avrai sicuramente bisogno di acqua calda.
Angie mi guard per la prima volta e si lasci sfuggire
una leggera risata, ma si ricompose subito.
Una bella notizia dissi sorridendo, poi, quando vidi
che non ricambiava il mio sorriso, cambiai espressione.
S rispose.
Non era prevista dissi.
Lei scosse la testa. Dall'interno del suo corpo sal un
disorientamento color giallo rosato, o forse era il riflesso
delle giunchiglie negli occhi verde acquamarina. Abbass
lo sguardo e lo tenne fisso sui fiori per trattenere
le lacrime, per non scoppiare a piangere. Inspir profondamente
ed espir sollevando e abbassando il seno florido,
poi respir ancora pi a fondo.
C' un mazzo di fiori davanti a ogni appartamento
disse. Insieme all'invito.
Li ha messi Hope.  molto contenta di dare questa
festa. Verrai?.
Era disperata, adesso; io iniziai a vagare con la mente
perdendo il contatto con il suo problema, il mondo mi
sembrava troppo cambiato, fiori davanti a ogni porta! Una
donna si era scatenata nella nostra casa. Mio Dio, Celia.
Non lo so! Non lo so. Proprio non.... Spinse l'invito e i
fiori sgualciti verso di me, poi, confusa, si port le mani
sui fianchi che forse non riconosceva pi, e lasci che le
braccia cadessero il pi in basso possibile, che non era
molto in basso. Aveva le braccia corte, le mani piccole.
Probabilmente non si era mai sentita cos piccola. Chiuse
gli occhi. Si calm.
Quell'uomo, il nostro vicino,  tornato, vero? Lo sento
camminare sopra di me. Sta bene?.
Il signor Coughlan dell'ultimo piano? S.
Non so se dirglielo disse lei.
Al signor Coughlan?.
No. Angie apri gli occhi e mi lanci uno sguardo di
rimprovero. A Mitchell, a chi altro?.
La mia attenzione si concentr sull'invito che tenevo
in mano, sulla rigida superficie del cartoncino color avorio.
Hope me lo aveva mostrato con l'eccitazione di una
futura sposa.  perfetto per questa occasione, vero? aveva
detto. Semplice ma elegante, cos primaverile, non
ho saputo resistere. E cuciner per giorni.... La pienezza
del suo entusiasmo mi aveva sorpreso. Ora che il giardino
di Hope era scomparso ma continuava a vivere, a disegnarsi
solo nella sua mente, era diventata pi leggera
e correva come una bambina a condividere con adulti
che avevano terribilmente bisogno di ricordarsene la sua
intuizione sul modo in cui si deve accogliere la primavera,
prodigandosi per lasciare mazzi di fiori stretti da un
nastro di cotone davanti a ogni porta, anche la sua e la mia,
perch non dovevamo essere escluse, dopotutto. La sua
felicit all'idea di quello che sarebbe accaduto, una festa,
per cominciare, volteggiava nell'edificio, tra le vene delle
foglie che premevano e stridevano contro i vetri delle
finestre, e anche dentro di me. Come potevo dire a Angie
quello che avevo visto, che una donna finalmente lanciata
verso qualcosa di nuovo, inebriata di coraggio, poteva
significare tutto? E nei giorni precedenti, l'ingresso
del mio giardino era stato aperto perch potesse accogliere
tutte le piante fiorite che avevamo raccolto; radici
affondate in zolle straniere venivano affidate alla sua
terra e alla terra nuova portata dentro a sacchi densi come
corpi. S, il giardino traboccava e parlava soltanto di abbondanza.
Non avevo previsto l'effetto di quel cambiamento.
Come spiegare a Angie che  possibile amare ci
che non hai previsto, e che tutti noi cambiamo continuamente
forma, che lo vogliamo o no? Sull'invito Hope
aveva scritto il suo cognome da sposata, accanto al mio,
Boxer e Cassill. Erano i nostri cognomi, dopotutto, anche
se gli uomini che ce li avevano dati non c'erano pi o
non c'erano nel modo in cui avevamo immaginato.
Devi dirglielo, Angie. Eravate una famiglia, voi due,
non  vero?.
S.
E lui lo voleva, un figlio?.
S, certo, s, ma torner per il bambino. Io voglio che
torni per me.
Digli anche questo.
Ma sono.... Si tocc di nuovo la pancia. Forse intendeva
dire che era stanca, spaventata. Vedevo entrambe
le emozioni. Oppure sconcertata. Vidi anche questo, o almeno
credevo di averlo visto. Lo vedevo ovunque, quando
volevo. Le restituii le giunchiglie, e l'invito.
L'acqua calda migliorer le cose... Lascia che vada
a occuparmene. Allungai una mano per toccarle il braccio,
ma lei si era gi avviata verso le scale.
Grazie disse immergendosi di nuovo in una nebbia
di scenari, conversazioni, conflitti.
Ci si pu accordare le gridai. Ed  necessario saper
improvvisare. Non dovete abitare insieme per essere
dei buoni genitori. E ci sono altre forme di sostegno,
altre persone l fuori che aspettano solo di fare parte di una famiglia....
Non mi credette, cos le mie parole evaporarono, leggere,
nonostante la convinzione con cui le avevo pronunciate.
Continu a darmi la piccola schiena rotonda e sospir,
trov un altro meccanico grazie da dire, sal le
scale e spar, mentre mi avviavo verso la caldaia, un oggetto
di cui sapevo prendermi cura e i cui guasti non mi coglievano mai di sorpresa.
...
.
...
Ti aspetter.
...
.
...
Ci che sapevo, della felicit, era che arrivava sempre
in piccole dosi; era destinata al velocista, o all'onda
che si frange sulle rocce; afferrarla e osservarla con
troppa attenzione non era possibile; non si poteva prevedere
quando se ne sarebbe andata; eppure il giorno
della festa cercai di attirarla a me con offerte e promesse;
avrei fatto qualunque cosa perch si fermasse un po'
pi a lungo.
Quel giorno, un sabato, da met mattina fino a fine pomeriggio
continuai a sentire un viavai di passi sopra la
mia testa, come di persone impegnate in una conversazione
frivola. Hope, i suoi figli e i suoi amici andavano
e venivano dal mio appartamento, a prendere qualcosa
che serviva a lei o per la festa, a portare una bottiglia di
vino - frizzante, ros, bianco, rosso - bei tovaglioli in tessuto,
lanterne di carta da appendere agli alberi che ci
avrebbero consentito di sconfiggere il buio, al suo arrivo;
dalla ex casa di Hope spinsero fin da me per sette isolati
un barbecue montato su ruote grande come un vecchio
jukebox. (Darren, mi dissero, lo voleva battezzare
con lo champagne. Uno champagne molto caro. Hope lo
avrebbe lasciato fare, ma Josephina glielo aveva impedito.)
Io insistetti per contribuire alle spese del cibo e pagai
il noleggio dei tavoli e delle sedie, ripulii il giardino
e comprai delle candele bianche. Trovai un vestito del colore
degli occhi di Angie, adatto a una persona con il collo lungo come quello di Hope. Metteva in risalto l'attaccatura
delle spalle, e il tessuto di cotone leggero lo faceva
aderire perfettamente al seno, alla pancia e ai fianchi e
poi scendeva morbido, comunicando a chiunque volesse
guardarmi che le mie forme non avevano niente da nascondere.
Quando lo indossai mi sfior l'incavo delle ginocchia
come per ricordare loro la sensazione di nudit
e per questo, per il piacere di indossarlo di nuovo, me
lo sfilai. L'aria era tiepida, c'erano circa venti gradi; la luce
era color giallo limone e il cielo veniva attraversato da nuvole
luminose e pigre, con cime pesanti come quelle delle montagne.
Non ti ho mai vista con un vestito disse Hope quando
entr nel mio appartamento carica di cibo dentro contenitori
da mettere nel mio frigorifero. Disegnando distrattamente
nell'aria le linee del mio petto e della vita
con le tre dita libere della mano destra, ancora fasciata da
una benda per gli sforzi fatti nel suo giardino, non resistette
alla tentazione di descrivere il cibo che aveva preparato:
arancini al pt di fegato, carciofini fritti in padella
e rucola con maionese all'aglio e limone, tartine all'uovo
di quaglia. E formaggio, ovviamente c'era anche
il formaggio: Hudson Valley Camembert, Grafton Village
Cheddar stagionato, Nettle Meadow Kunik (non lo conosci?
 un formaggio a tripla crema fatto con latte di capra e di mucca,
spieg, ti far impazzire,  buonissimo; non sto scherzando).
Uvette, noci e baguette, niente cracker, mai; souffl
aux pinards (ovviamente sai che  con gli spinaci), una trota
arrosto al limone con erbe aromatiche per quelli che non
mangiavano carne, e, per gli onnivori, un carr di agnello.
E cozze. Una zuppiera enorme. Ci sarebbe stata acqua
minerale e limonata; e Muscadet per le cozze. Il Sancerre si
accompagna quasi con tutto e per l'agnello c' il Chateauneuf-du-Pape. Mio figlio cuoce alla griglia con la pazienza di un certosino.
Per il dessert aveva scelto uno champagne Gosset
Grand Ros - da bere con il dolce o con qualsiasi altra cosa
- crostata alla frutta e petits pots de crme allo zenzero,
frutto della passione, e noisette - noisette? Nocciole, sciocchina.
Non puoi non saperlo. S, lo sapevo, ma volevo che
me lo dicesse lei, perch si calmasse. Per favore, calmati.
Ma non lo dissi ad alta voce, n a lei n alla giornata. Mi
limitai ad augurarmi che accadesse.
Penso che sia sufficiente, non credi? E ai tuoi inquilini
piacer? Vengono? Oh, spero di s. Questa festa  per
loro, oltre che per tutti gli altri. Perch vedano il tuo giardino.
Rimarranno sbalorditi, vero? La dolce ragazza grassottella
che abita sopra di me, l'ho intravista ieri. Aveva
l'aria di una bambina orfana di madre.
Avrei voluto precisare e sottolineare l'acutezza del suo
commento, ma lei era gi lanciata in nuove visioni, che
miravano pi in alto, e prometteva Aria nuova! E sai
come la si trova? Viaggiando! George mi ha dato l'esempio,
ma non ero ancora pronta a seguirlo, adesso invece
andrei ovunque. Perch non ci ho pensato prima? Ho amici
a Roma, a Berlino, in Bretagna, quelle s che sono coste
selvagge! Devi vederle, se non ci sei mai stata. E la Turchia,
volevo andarci da anni. E Roma? La conosci? Il colore
dell'intonaco degli edifici - i rosa, i gialli, i bizzarri
arancioni - e le superfici dei muri e dei tetti. Mio Dio, 
un labirinto di rovine che non si capisce come possano
stare in piedi e invece restano l, pi solide e aggraziate
di noi, di sicuro, e le palme! Riesci a immaginarlo?! Le palme
nel mezzo di quell'antica citt occidentale, ed  la variet
di alberi pi caduca, non credi? Recentemente leggevo
che le palme di Roma sono divorate da un certo insetto
e che per gli italiani, come loro solito, non fanno niente
per proteggerle. Non molto tempo fa, Leo era a Roma
e viaggiava su un autobus con il biglietto scaduto, non
lo sapeva, naturalmente, e quando i controllori sono saliti
lo hanno fatto scendere e gli hanno detto di scegliere
tra una multa di cinquanta euro e la prigione. Lui ha
pagato. Oh, com' corrotta, quella citt, e pigra, ma gloriosa
e ti sopraff. Mi raggiungi l? Perch no?. Vers a
entrambe un assaggio di champagne. Oppure sulla costiera
amalfitana?. Poi si ferm con un sospiro, per un
istante, e svuot il bicchiere. Non ti costringo. Pensaci.
Non facciamo troppi progetti. Non vorrei essere, be'....
Prefigurava gi il viaggio, di una donna sola, immaginando
forse di essere in un bar a bere un caff, o un bicchiere
di vino. Gli uomini mi guarderanno con compassione,
ma non tutti. Anche alcune donne, ma nel caso volessi
compagnia, il che non  certo, se mai la volessi e quando
la volessi, cercher le eccezioni. Come te disse girandosi
verso di me e appoggiandomi la mano ferita su una
guancia con la sincera affettuosit di una sorella maggiore.
Eppure mi venne la pelle d'oca e i peli del mio corpo
si sollevarono come bambini che saltano per rivolgere la
faccia al sole, e a mezzogiorno mi sentii semiubriaca, euforica
e agitata, gi certa che il resto della giornata e i suoi
doni - e forse anche le loro conseguenze - sarebbero stati
pi grandi della mia capacit di accoglierli.
Mentre finivo lo champagne parlai poco, ma sorrisi,
annuii e continuai a ripetere s, s, eccitata per l'entusiasmo
di condividere con lei quello che sarebbe accaduto.
La possibilit di incontrarla ovunque lei andasse e di dirle,
come avrei voluto fare pi di una volta, per favore, Hope,
fermati ancora un po', per aprirle di pi il mio cuore, avrebbe
significato, prima o poi, raccontarle tutto, le mie scelte,
la persona che avevo scelto e che continuavo a scegliere.
Sebbene fossero trascorsi cinque anni, quel racconto
mi sembr un tradimento verso tutto ci che avevo acconsentito
di fare l'ultimo giorno di vita di mio marito.
Perch accettando di somministrargli tutta la morfina di
cui aveva bisogno per morire, in quell'afoso giorno di luglio,
un giorno talmente lungo che non sembrava ancora
terminato, accettando di lasciarlo morire perch il suo
corpo era diventato troppo crudele ed era stanco, vuoto
e smembrato, mi impegnavo a fare ritornare mio marito
l'uomo che era stato. Non era soltanto una promessa
sentimentale fatta a lui, che si vergognava amaramente
di morire quando desiderava tanto vivere, era una promessa
che facevo a me stessa, per poter sopravvivere a
quel che avevo acconsentito a fare quel giorno e andare
avanti. Ma non  mai semplice come potrebbe sembrare.
Il corpo si rifiuta di morire. I suoi respiri, li avevo contati
finch avevo potuto. Gli si frantumavano dentro, si
spezzavano, si trascinavano, e scavavano, rantolavano,
ne avevo contati centinaia, ciascuno pi sfilacciato del
precedente. Lui era attaccato a una flebo di morfina, si era
occupata Helen di prepararla, il dosaggio prescritto da
un medico. Il resto, prescritto in aggiunta alla flebo in
caso di necessit, andava somministrato con un contagocce;
lui lo succhiava come un capezzolo, ma non riusciva
a deglutire ed era quasi soffocato. Il soffocamento aveva
causato la rottura dei capillari e macchie petecchiali,
reticoli di sangue dentro agli occhi e intorno. E continuava
a respirare. S, il corpo vuole vivere, mio marito non voleva.
Ti prego, amore. Ti prego. Fai finire questa sofferenza, prima
che ci prenda tutti e due con s. Avevo onorato l'obbligo
che avevo preso con la parte pi forte di lui, quel giorno,
con tutto ci che ci attendeva - bambini, viaggi, una
smisurata libert dal tedio quotidiano - e con tutta la fiducia
che ci univa. Daphne, la mia amica d'infanzia, non
aveva scelto bene il suo amore. Aveva lasciato che fosse
l'amore a scegliere lei. Io avevo fatto la scelta giusta, e ne
avrei dato prova con la mia forza, la mia lealt; e quei respiri
che continuavano erano un affronto a quella scelta,
al mio aver scelto lui, la scelta che avrei fatto di nuovo,
malattia compresa, di un uomo che voleva amarmi ed essere
amato da me molto pi a lungo di quanto ci veniva
concesso. Quei respiri non si erano fermati neppure dopo
che gli avevo iniettato... altra morfina. Aveva perso conoscenza,
non poteva stringermi la mano n sentire il
mio corpo stretto al suo, in quel letto di metallo a noleggio.
Mi ero alzata - e il mio cuore, la stanza, l'aria stessa
avevano iniziato ad accelerare quando mi ero alzata -
avevo preso un cuscino avvolto in una federa azzurra, e,
mentre intorno a me tutto si muoveva e il mio cuore
batteva all'impazzata, sempre pi forte, troppo forte per
lasciare spazio all'indecisione, avevo premuto il cuscino
su quei respiri involontari, indesiderati. Non era stata
Helen a spiegarmi come fare, lei mi aveva dato solo le
istruzioni per l'overdose, come prepararla, quando somministrarla,
in quale parte del corpo, se necessario, ma
se ero stata in grado di riconoscere la calma di Hope, la
calma che aveva mostrato nel suo giardino, era perch una
volta l'avevo sperimentata personalmente. Avevo fermato
quei respiri che non si fermavano, e dopo averlo fatto
gli avevo dedicato ogni giorno della mia vita, avevo continuato
a vivere per consentire a lui di vivere. Aveva iniziato
a sembrarmi che fosse proprio cos. Dapprima, scoprendomi
sola nella stanza, scappavo in preda al terrore.
Nelle settimane che erano seguite non riuscivo ad arginare
il dolore. Il senso di colpa. Volevo morire insieme
a lui. Annullarmi. Ma non era possibile tornare indietro
e alla fine la mia decisione, quella giornata, e tutte le decisioni
che erano seguite, questo palazzo, le preghiere
perch fosse un luogo ordinato, i miei inquilini, persino
Hope e quanto ci era accaduto, non avrebbero significato
nulla se non avessi avuto cura di mio marito, della sua
giovent, come di una fiamma che portava luce e bruciava
dentro di me. Non avevo avuto scelta, e continuavo a non averla.
...
.
...
Arrivederci, per ora.
...
.
...
La tovaglia gialla vol in alto e and a posarsi sopra
i tavoli allineati a formare la lunga, rigida spina dorsale
di un banchetto. Le sedie, una dozzina, si riempirono di
persone: la festa si era animata in brevissimo tempo, guance
protese ad accogliere pennellate di labbra, mani che si
stringevano, si allungavano verso il cibo, piatti che si urtavano,
bottiglie alzate e impugnate con forza. Si ruppe
un bicchiere e i cocci di vetro vennero raccolti velocemente;
si dispersero nella staffetta di frasi, di parole inviate
come sentinelle, raggi di luce. Guarda qui! Guardami! E
che cibo squisito! Oh, mio Dio, Hope, che cosa sto mangiando?!
Hope, sei una maga! Parole esuberanti dal flusso irregolare,
come se l'opportunit di essere visti e sentiti
stesse sfumando davanti a noi e dovessimo fare in fretta.
Dieci persone sedute a tavola con le bocche in movimento,
in un giardino che raramente aveva accolto pi
di uno o due ospiti alla volta.
Josephina aveva portato un amico artista, Jorge, di
Barcellona; Danielle il suo ragazzo, o il suo futuro ragazzo,
non ne ero sicura. E i fiori che avevamo piantato si affollavano
intorno a noi, come se fossero bramosi di partecipare,
alcuni con la corolla piegata, gi moribondi per
il trauma del trapianto. La quantit e i colori, la loro testimonianza
della caducit della vita, toglievano il fiato.
Il mio cespuglio di lill si confondeva in quella selva,
ma difendeva il diritto di anzianit diffondendo
tutto il suo profumo; il mio ginkgo biloba e il sicomoro
sembravano timidi come me, circondati da tanto improvviso rigoglio.
Blake e Andrew portarono i CD di alcuni musical e mi
chiesero dove fosse lo stereo: avevo spostato il vecchio
impianto, che era stato di mio marito, vicino alla finestra.
Anything Goes cominci a impazzare, trascinandoci nella sua allegria e nel suo ritmo.
Oh, Patti LuPone!  un genio assoluto! grid Darren.
Andrew inizi a cantare The xvorld has gone mad today
and good's bad today and black's white today and day's night
today, pass un braccio intorno alle spalle di Leo, gli indirizz
le parole della canzone e tir verso di s la splendida,
sana materia di quel giovane uomo che aveva portato
gi i piatti, i vassoi, le posate, le bottiglie, e che a ogni
viaggio mi aveva lanciato veloci occhiate, sopra, sotto, per
rubare le forme nascoste dal mio vestito, e infine quell'ultimo
sguardo lungo quanto gli fu necessario per far compiere
ai suoi forti polmoni un respiro completo, esageratamente
lento, mentre io, mio malgrado, accoglievo le sue attenzioni come carezze intime.
Angie arriv alla festa in punta di piedi, quasi volesse
defilarsi. Mi colse di sorpresa, non sentii la porta che mi
avrebbe avvisata del suo arrivo e non la vidi subito: sembrava
indossare solo un'espressione accigliata, inquieta, che
la faceva sembrare ancora pi minuta. Appena fui sicura
che aveva deciso di non scappare via, mi alzai dal mio posto,
impostai la voce, e la presentai a tutti: Lei  Angie, una
mia inquilina! Attivista impegnata e inquilina modello!.
Blake sollev il suo bicchiere. Un brindisi per Angie
l'attivista! Del vino per l'attivista!.
Prima il cibo disse Hope aprendo le braccia a Angie,
che sembrava gi essersi ambientata. Come mai non
abbiamo ancora avuto l'occasione di conoscerci? Sono qui
in subaffitto da molte settimane, ormai,  strano che non
abbiamo passato del tempo insieme.... Hope spinse con
dei colpetti leggeri Angie verso una sedia illustrandole
le diverse possibilit: Mangi il formaggio? Le uova di
quaglia? S, certo, sono biologiche, quaglie trattate con
umanit, io sono assolutamente favorevole..., e continu
a parlarle come se la vergogna e il suo peso fossero stati
eliminati per sempre dalla sua vita. Be', so perch non
abbiamo chiacchierato. Ero un disastro totale. Perch devi
sapere, Angie, ti chiami cos, vero?, che mio marito e io
ci siamo separati, per usare un eufemismo.... Hope rise,
statuaria nello scollato vestito blu scuro stretto in vita da
una cintura, con la gonna ampia stile anni Cinquanta;
aveva raccolto i capelli sulla nuca in uno chignon. Il rossetto
scuro era di grande impatto. Impeccabile. L'unico
dettaglio del trucco visibile. Le rughe intorno agli occhi
si fecero pi scavate, quando confess: S,  stata una
gara di fondo, e stavo per perderla....
La vecchia Angie avrebbe immediatamente detto
Anch'io e le avrebbe fatto eco con un racconto simile
o forse migliore, sicuramente pi veloce, adesso invece
la ascolt con gli occhi spalancati e, come ciascuno di noi
a modo suo, si inchin davanti a quel fascino cos generoso
che richiedeva tutta la tua attenzione.
Quando Hope le offr del vino, Angie finalmente parl:
Oh, no, adesso non posso e si port istintivamente
una mano sulla pancia.
Non mi dire esult Hope, che aspetti un....
Angie la interruppe: Sono sicura che lo sapete gi:
hanno annunciato lo stato di allarme arancione, o almeno
credo sia l'arancione a precedere il rosso e indicare il
rischio elevato, subito dopo fanno decollare gli aerei da
guerra. La notizia sta facendo il giro del paese insieme a
voci, a informazioni non comprovate, come le chiamano,
che il bersaglio  il ponte di Brooklyn.
Davvero? disse Hope ripetendo la notizia a voce alta.
Avete sentito tutti? Del ponte?.
Blake grid: Che nessuno se ne vada!.
I colori dettano legge! ulul Josephina. Quanto potere
hanno i colori, oggi!.
Darren: Rintaniamo qui tutta la notte! Sconfiggeremo
quei terroristi con il vino e vedremo l'alba insieme!.
Se ci sono abbastanza bottiglie di vino per scaldarci
disse Jorge con il suo forte accento, mi fermer e brinder
al terrorista: che raggiunga le sue mogli vergini e lasci le bombe allo Zio Sam.
Aveva l'aspetto di un derelitto felice. Fra un bottone
e l'altro della camicia sbucava una pancia sensuale e pelosa;
parlava un inglese approssimativo e (allegramente)
rozzo: Adesso manger questi muscoli di mare come
se fossero i muscoli di una donna. Alle donne!. Alz il
bicchiere e Leo, per dovere di ospitalit, lo imit.
Hope attir Angie verso di s: Amici miei, quegli uomini
possono sembrare bestie, ma le intenzioni che li
muovono, almeno nella maggior parte dei casi, sono molto buone....
 molto cambiato, questo giardino sentii dire a Angie, e in effetti lo era.
Blake e Andrew si misero a cantare le strofe delle canzoni
di Cole Porter, lasciando a Leo il compito di occuparsi del barbecue.
Hope l'aveva conquistata a tal punto che ormai Angie
le parlava di s in un orecchio, per discrezione e per essere
sicura che sentisse nonostante il rumore, e certamente
le rivelava, le confessava ogni particolare della sua vita.
Come sembrava naturale.
L'ospite di Danielle, che si chiamava Jeff o Jess, assomigliava
a lei, le linee del suo corpo terminavano bruscamente
in articolazioni giovani e sporgenti. Ma a differenza
di Danielle, dalla carnagione di porcellana, sfoggiava
un'abbronzatura intensa e dorata, molto anzitempo rispetto
alla stagione, che pi di ogni altra cosa era il colore
della ricchezza. Sorrideva, annuiva e rideva prima
ancora che le frasi e le battute fossero finite, ed era molto
attento a compiacere tutti quegli adulti, ma anche smanioso
di esprimere opinioni e mettersi in mostra. Mentre
parlava degli Hamptons, si rivolse a me e a Darren
e disse: Un'ottima cura per noi che abitiamo a Manhattan.
Abbiamo bisogno di una cura? lo interruppe Josephina;
lui si limit a risponderle con un sorriso e prosegu
a dire in tono serio che Wall Street come la conoscevamo
era morta, e l'11 settembre ci aveva dimostrato quanto eravamo
indifesi. Non possiamo pi contare sui vecchi sistemi.
Sono troppo corrotti, troppo trincerati, in verit.
Ma dopotutto  soltanto un'illusione, se i titoli di una compagnia
vanno su o gi, non  cos? Sono manipolati.
Danielle, membro attivo della squadra di autopromozione
di Jess e pi esuberante di quanto l'avessi mai vista,
raccont a me e a Darren: Ha studiato mandarino
a Yale. Mi porter in Cina l'estate prossima, solo noi due.
Secondo Jess, ora abbiamo in comune con loro il linguaggio
dell'alta tecnologia, e lavoreremo tutti per la Cina.
Lo stiamo gi facendo ci assicur lui, interrompendola.
Ci rimangono soltanto le societ di alta tecnologia,
 l che si nasconde il denaro di questo paese, e chi le possiede
se le tiene strette, diversificando i....
Darren si intromise. Come posso avere un po' di quei
soldi, escludendo un furto?.
Investendo. Facendo buone scelte di investimento
rispose Jess.
Ma Wall Street non  morta?.
Il giovane rise nervosamente. Be', continua a svolgere
un ruolo.
E tuo padre? gli chiese Darren senza smettere di masticare.
Che cosa fa? Non mi dire che si occupa di investimenti.
Prima che Jess avesse il tempo di rispondere, Hope
riapparve e mi appoggi una mano sulla spalla. Chi
vuole il pesce? E chi la carne?.
Jorge e Josephina non sentirono, battibeccavano in
spagnolo e la musica che ci sovrastava dava spazio ai
fraintendimenti. Jorge allung una mano sul seno di Josephina.
Lei la colp con uno schiaffo, poi si allung sopra
il tavolo verso me e Danielle per dire: Se non fosse
cos bravo a letto, lo sbatterei in mezzo alla strada. Alla
luce del sole l'eyeliner nero che contornava i suoi occhi
neri aveva un effetto teatrale e tribale; rendeva tutto quello che lei diceva serio e inconfutabile.
Per favore, volete abbassare quella musica? grid
Hope. Andrew obbed all'ordine e nel giardino sembr
alzarsi una tenda, un elemento in meno si agitava in tutto
quello spumeggiare per affrontare il quale sapevo di
avere poca energia. Non potevo nascondermi da nessuna
parte, quella situazione non presentava una chiara via
di uscita. Ero completamente prigioniera.
Avevo lasciato aperta la porta del mio appartamento
e anche quella dell'atrio che collegava l'ingresso del palazzo
al giardino, offrendo un accesso indipendente agli
inquilini. Da qualunque parte si arrivasse, per raggiungerci
bisognava superare due porte, ma Hope aveva appeso
il foglio, scritto con la sua grafia rotonda ed enfatica,
che recitava Oggi c' una festa! Siete tutti benvenuti
solo sulla porta dell'atrio.
Adesso che il volume della musica era basso, potevamo
di nuovo sentire gli uccelli che cantavano, le automobili
che passavano nella strada vicina, e il rumore di una
porta che si apriva e si chiudeva; potevamo sentire i passi
che si stavano avvicinando sul pavimento di legno.
Darren sgran gli occhi e io gli risposi imitandolo. Entrambi
stavamo pensando a Les. Certo, era Les.
Invece davanti a noi apparve un uomo esilissimo, con
la testa troppo grossa per un tale intreccio di nervi, che
ci mostrava il collo e le braccia magre e nude, mentre noi
lo credevamo altrove. Era Mitchell, che si bilanciava nervosamente
sulle piante dei piedi stringendo tra le mani
un mazzo di margherite e osservava una distesa di facce
che non riconosceva, tranne la mia e quella di Angie
seppure trasfigurata per la sorpresa.
Mitchell! annunciai.
Oh, lui  Mitchell? esclam Hope.
Chi  Mitchell? chiese Darren.
Il marito di Angie spiegai.
Angie non disse niente, lo fiss, poi distolse lo sguardo
come se non volesse credere ai propri occhi. Gli aveva
gi detto che era incinta? Ed era per questo che si presentava
senza preavviso? Oppure la minaccia terrorista
lo aveva reso romantico?
Siediti qui accanto a tua moglie lo invit Hope. Si
present, gli disse che era molto contenta che ci avesse
trovati. E hai portato dei fiori. Noi andiamo matti per i
fiori. Siamo davvero fortunati!.
Ho visto il cartello disse. Ero venuto a trovare Angie.
Non era a casa.
 a casa dissi io.  qui a casa insieme a tutti noi.
Lui mi gett un'occhiata di sfuggita e porse il bouquet
a Angie, che lo prese come se ricevesse un oggetto mai
visto, o un coniglio appena uscito dal cappello.
Darren si strinse nelle spalle per il sollievo, e Hope,
una vera maestra nelle situazioni sociali, si accinse a descrivere
di nuovo i piatti sulla tavola nei minimi particolari,
con l'intenzione di distogliere l'attenzione dalla coppia,
che non si abbracci n si scambi saluti, l'uno e l'altra
dritti come missili sulle sedie, in attesa di mangiare.
Vennero stappate altre bottiglie di vino. Su indicazione
della madre, Danielle corse nella mia cucina a prendere
altre pietanze. Leo affett l'agnello. Quando Hope gli riemp il bicchiere di Chteauneuf-du-Pape,
Darren le infil la mano nella cintura del vestito
per avvicinarla a s.
Lo hai invitato?.
Chi? domand Hope.
Non fare la ritrosa.
Se intendi Les, no. Les non  stato invitato, Darren.
Non sarebbe la prima volta che viene senza un invito
formale.
Lei rise divertita, o forse lusingata, come se Les fosse
soltanto un incorreggibile adolescente, poi scosse la testa,
e notando che la stavo guardando smise di ridere.
Non verr. Non oggi. Gliel'ho detto chiaramente: le
cose sono cambiate.
Ma sapevo, come certamente sapeva Darren, che le
cose potevano cambiare di nuovo. Quell'uomo non si sarebbe
fermato, non poteva fermarsi. Lui era un elemento
costante della natura o del caos. La sua bramosia, l'impulso
a soddisfarla, non era in grado di frenarli, non in
una fase della vita in cui temeva troppo la possibilit di
perdere. Vincere nei termini che aveva pianificato, era questo
l'ideale che lo guidava, al quale aspirava, e nel centro
c'era Hope, che connotava quell'ideale di significato
umano, di bellezza. Lei lo aveva fatto entrare, apparentemente
per essere confortata, e lui aveva interpretato la
violenza fin troppo di buon grado. Tuttavia, pi che
spaventata io ero rassegnata: poteva essere chiunque, o
qualunque cosa, non era forse cos? Non ci voleva molto
prima che la tua percezione di come sarebbero andate le
cose, la persona che eri, le interruzioni, i ribaltamenti e
le perdite, venisse attaccata. Era praticamente impossibile
contrastare la direzione degli altri con la tua, qualsiasi
fosse la tua. Neppure il nostro grande ponte era al
sicuro, quel giorno, e forse l'indomani sarebbe stato preso
d'assalto da uomini armati e gli elicotteri avrebbero
attraversato quel frammento di cielo.
Angie aveva cominciato a piangere dentro al bouquet
che teneva in equilibrio sulle ginocchia. Mitchell le appoggi
una mano sulla spalla e chin la testa. Tutti guardarono
altrove.
Jorge allung una mano verso il seno di Josephina in
un modo buffo, strisciando e incrociando le dita, e questa
volta lei appoggi la schiena contro lo schienale della
sedia, senza smettere di masticare la sua carne, senza
opporre resistenza n a lui n allo scherzo.
Danielle domand: Non dovremmo sentire il notiziario?
Se si tratta davvero del ponte di Brooklyn, voglio
dire, forse dovremmo fare qualcosa, non credi, mamma?.
Non oggi, cara. No. Questa  una festa. Perch non
mettiamo di nuovo un po' di musica? disse Hope, ma
prima che Andrew le obbedisse si sent di nuovo cigolare
la porta - siete tutti benvenuti!
Abbassai la testa e mi dissi che avrei potuto semplicemente
andarmene a camminare per strada lasciandoli a festeggiare, andare in Montague Street e nella vecchia
libreria, verso la magnolia sull'angolo di Clinton, che era
gi fiorita da tempo. Ricostruire giorni diversi o vedere
il ponte con i miei occhi. Mantenere ferma la mia rotta,
la mia decisione. Avrei raccontato a Hope che avevo bisogno
di camminare per farmi passare il mal di testa, di
prendere un po' d'aria. Loro si sarebbero messi a parlare
di me, della stranezza del mio appartamento spoglio,
e Hope avrebbe fatto di tutto per mettere fine ai pettegolezzi.
Una vedova, si. Ed  cos giovane. Ma non sarebbe stata
capace di spiegare come mai il profumo di lill era troppo
dolce e intenso nella mia gola e nel mio naso, e perch
l in giardino non ci fosse pi spazio, perch quel posto
fosse cambiato cos tanto.
Alzai lo sguardo, rassegnata a vedere la sagoma di
Les che faceva ombra su di noi, impadronendosi della
poca aria di cui disponevamo. Certamente il vino mi aveva
resa sentimentale o forse era colpa di Mitchell, con
l'espressione di un uomo che non poteva vincere. Invece,
all'ingresso del giardino, c'era il signor Coughlan:
Spero di non interrompervi. Ho ricevuto questo bellissimo
invito. Volevo.... intendo dire, sono sceso per ringraziarvi
per la vostra gentilezza, ma io non sono un tipo da
feste, sapete....
Hope gli and incontro per prima, e lo avvolse nella
sua voce, nelle sue braccia nude, senza aspettare che lui
finisse di scusarsi. Non poteva perdere l'occasione di far
virare la festa in una nuova direzione.
Non ci consente almeno di offrirle qualcosa da mangiare?
Ho faticato cos tanto per preparare tutto e Celia....
Io mi alzai dalla sedia e agitai la mano perch mi vedesse.
Celia ci ha parlato tanto di lei. Un uomo di mare, se
ricordo bene. Un capitano.
Be', per un minuto, per un minuto solo, per la gentilezza
della signorina Cassill. Mi sono fatto la barba rise.
Nessuno si era aspettato di vederlo, quel giorno, nemmeno
io: un uomo uscito da un altro tempo e che era felice
di esserlo. S, indossava il suo berretto da capitano, che
aveva mantenuto la forma ma il colore si era sbiadito, ingrigito
dal sole, dal mare e dalla pioggia. La camicia di
cotone bianca e i pantaloni erano freschi di bucato e apprettati,
ma a guardarli da vicino si vedevano le macchie
del lavoro, macchie di ruggine, di olio, forse di vernice.
Non aveva bisogno di noi, oppure soltanto per qualche
istante. Era l per distrarsi, perch aveva fame, o per curiosit.
Non aveva fretta. A Hope piacque immediatamente,
percepiva in lui qualcosa di pi reale ed essenziale,
come non le capitava di vedere da tempo. Lo fece sedere
a capotavola, e quando lui protest disse: E se mi sedessi
vicino a lei?.
Questo  il tavolo della signorina Cassill, non  vero?.
Io mi sieder qui, all'angolo, vicino a Hope gli dissi.
E io vengo a sedermi vicino a te disse Leo, apparendomi
improvvisamente accanto, vicino al mio orecchio.
Hope present tutti, e il signor Coughlan rispose annuendo
a ogni sorriso che gli veniva rivolto e disse: Non
sono bravo a ricordare i nomi. Non perch sono vecchio.
Non sono mai stato bravo.
Non importa disse Darren. Non siamo persone
memorabili.
Dice davvero? replic il signor Coughlan strizzandogli
un occhio, e ammiccando velocemente a tutti; alla
luce, i suoi occhi azzurri erano pi opachi del solito, avevano
una sfumatura grigio-nuvola che sembrava proteggerlo
dalla giornata, forse dalla gente come noi, per consentirgli
di dedicare la vista a distanze, paesaggi e luoghi
che vivevano in lui e che nessuno di noi sarebbe mai
stato in grado di conoscere nello stesso modo.
Gli offrirono del vino, ma lui chiese un whisky. Quando
gli domandai come lo voleva, rispose: Liscio, forte
e che non dia disturbo a delle brave persone come voi.
Raccontai che il signor Coughlan aveva lavorato nella
marina mercantile ed era stato comandante sui traghetti.
Raccontai che era stato in viaggio ed era appena tornato,
e che abitava nell'appartamento dell'ultimo piano.
Da l si vede un pezzettino di porto spiegai.
Voi due siete parenti? chiese Darren.
Ho una figlia dell'et della signorina Cassill rispose
il signor Coughlan. Non ha molta simpatia per suo
padre. Vorrebbe che facessi quello che mi si dice di fare.
Non sono molto bravo nemmeno in quello.
Ah, un vero uomo! disse Jorge sollevando il bicchiere
e rovesciandosi un po' di vino sulla camicia. Due piccoli
uccelli, forse delle rondini, sfrecciarono sopra le nostre
teste, lamentandosi; suon il clacson di un'automobile,
e al signor Coughlan venne servito un piatto con del
cibo e posato accanto un bicchiere di whisky. Mi sembra
di essere un re disse a Hope, seduta vicino a lui.
Un re tornato da una crociata dissi.
 anche lui un attivista?! intervenne Blake sollevando
il bicchiere.
Be' rispose il signor Coughlan masticando lentamente,
da una ricerca piuttosto... Grazie, signorina Cassill,
per tutto quello che fa, e grazie anche a lei, signora.
Queste pietanze sono molto buone.
Hope sa fare di tutto dissi.
Di che tipo di ricerca si trattava? domand Jess.
Per lavorare sui traghetti. Ci sono navi bellissime in
attivit, proprio l fuori.
Evidentemente, Jess aveva aspettato il momento
giusto per dire che per parte di madre era un lontano parente
di Robert Fulton. Gli rotol fuori dalla bocca.
Davvero? Per non  stato lui l'inventore delle navi
a vapore, le ha solo migliorate. In Francia, ne ha fatta affondare
una durante il suo primo viaggio su un fiume.
 affondata come un sasso ci raccont il signor Coughlan.
And laggi per fare il pittore. Si manteneva in quel
modo, facendo ritratti disse Jess.
Mi sembra di averlo gi sentito dire. Mio Dio, era molto
tempo che non mangiavo qualcosa di cos buono.
Hope si infiamm. No, no....
Oggi nessuno potrebbe mantenersi facendo il pittore,
in nessuna parte del mondo. Non  cos? domand
Darren.
Perch no? replic il signor Coughlan. Dipende
dallo stile di vita a cui si aspira.
E ha trovato lavoro? chiese Leo.
In un certo senso. Il signor Coughlan spieg che lo
avevano assunto per istruire i mozzi e gli assistenti. Non
sapevano fare i nodi come lui. La loro formazione prevedeva
solo in scarsa misura lo studio delle apparecchiature,
perch con la nuova tecnologia, con il GPS, non era
pi necessario. Non hanno lo stesso riguardo disse.
Non  colpa loro. I computer li impigriscono.
Mastic, deglut. Una donna che ha due barche da diporto,
una barca a vela e un cabinato, ha detto che forse
mi assumeva, se mi sottoponevo ad alcune prove. Sorseggi
il suo whisky. Ma sarei pazzo a non aver paura
di quelle prove. E poi non sono traghetti... Molti anni fa
lavoravo sulla linea di Staten Island. Nessuno l si ricorda
pi di me. Non  rimasto nessuno. Ma quei traghetti,
quei traghetti sono una meraviglia.
Sono brutti disse Andrew.
Pu darsi, ma i due Barberis, quelli grandi?. Si pul
la bocca con il dorso della mano. Hanno un propulsore
cicloidale. Sai che cos'?. Guard Jess.
No, signore.
Lo producono in Germania. Dannati tedeschi. Scosse
la testa ridendo. A differenza dei motori normali, non
ha timone n elica. Funziona con un piatto circolare che
ruota intorno a un asse. Dal piatto escono alcune pale,
lunghe pi o meno due metri per cinquanta centimetri.
Sono immerse nell'acqua e a seconda dell'inclinazione e
della velocit che viene impressa fanno girare il piatto,
e cos la nave va avanti o indietro, piano o veloce. Quei
grandi mostri arancioni sono in grado di ruotare su se
stessi di trecentosessanta gradi.
Ne ha mai pilotato uno? chiese Leo.
Non ufficialmente. Non erano in servizio quando ero
in giro io. Ma durante il mio recente viaggio mi sono fatto
alcuni amici. Hanno avuto compassione di un vecchio.
Ho tenuto il timone, per cos dire. Non per molto tempo.
Hanno rischiato di passare grossi guai per una cosa
simile disse Jess.
Ma che cosa sei? chiese Jorge del tutto ubriaco, riferendosi
al giovane amico di Danielle. Una donnetta?.
Non prestate attenzione a Jorge disse Josephina. 
un grande e stupido coglione.
Darren sput il vino che stava bevendo. Cara!.
Be' prosegui il signor Coughlan, non lo racconteremo
ai miei amici di Whitehall. Vero? E in ogni caso, chi
mi crederebbe?.
Io s. Le credo disse Hope colpendogli leggermente
la spalla con la sua. Le piacevano le difficolt che la sua
faccia dimostrava di aver superato, quei polsi e quelle
braccia da uomo forte.
E in quali localit ha comandato una nave? chiese
Leo, palesemente affascinato.
Il signor Coughlan elenc luoghi che la maggior parte
di noi conosceva, ma in quel giardino di citt trasformato
in un giardino selvaggio che la luce del pomeriggio
colpiva di sbieco, sembravano frutto della fantasia:
il lago Champlain, Woods Hole, New London. Il New
England per mare e per lago. Raccont dell'Adirondack,
il pi vecchio traghetto ancora in attivit, di come era stato
convertito dal vapore al diesel. Lavora ancora su un
lago del Vermont. Loro sono consapevoli del suo valore.
Se ne prendono buona cura. Io e mia moglie ci siamo incontrati
su quel traghetto, molto prima che ne diventassi
il capitano.
E adesso dov' la sua amata moglie? chiese Josephina.
 sepolta con la sua famiglia al Nord.
Oh, mi dispiace.
 accaduto tanto tempo fa, ma posso dire che amava
l'Adirondack quanto lo amavo io.
La mano bendata di Hope cerc la mia sotto al tavolo e la strinse come per dire, come te, forse, s, un altro vedovo,
un altro lutto osservato, una rotta segnata. Non allontan
la mano, e io sentii l'eccitazione e il calore che vibravano
dentro di lei e dentro suo figlio, seduto sul lato
opposto, che aveva appoggiato la mano sul mio ginocchio
quando il signor Coughlan nomin il lago Champlain
per la seconda volta. Dapprima pensai si trattasse di
un caso. Mi irrigidii, ma solo per un istante, quando Leo
cominci ad accarezzare i contorni del mio ginocchio, facendo
improvvisamente ripiegare il tempo, crollare i giorni,
sotto la pressione della punta delle sue dita. Perch sia
io che il signor Coughlan, di certo, per quanto felici di trovarci
in una compagnia cos allegra, continuavamo le nostre
veglie funebri. La morte non era un'astrazione. Non
avevo semplicemente osservato mio marito scomparire
dentro la morte. Ci ero entrata insieme a lui, quanto pi
lontano potevo, e nel farlo resuscitare come avevo fatto
e come continuavo a fare anche ora, facevo resuscitare
me stessa. Un uomo molto pi pieno di vita di me, allora
come adesso, vivo quanto lo era la mano inquieta e unta
di cibo di Leo posata sul mio ginocchio. Melville diceva
che niente esiste in se stesso. Se si vuole avere davvero
un bel caldo in corpo, qualche pezzetto dev'essere freddo:
ch ogni qualit al mondo  tale solamente per contrasto.
O forse per similitudine, potevo sempre riconoscere
mio marito negli altri, e in me, quando qualcuno mi
toccava con qualcosa di simile all'amore o a un desiderio
di amore. Non c'era nulla da ridire quanto a questo,
oppure, all'improvviso, io non ci trovavo niente, assolutamente
niente da ridire. Forse il signor Coughlan paragonava
il cibo di Hope a quello di sua moglie, alla sua cucina
impeccabile. Ci tenevamo stretti ai nostri fantasmi
come ci tenevamo stretti l'uno all'altra. Mio marito non
aveva vissuto a lungo quanto il nostro amore, non abbastanza
a lungo da deludermi in circostanze reali. Ne ero
cosciente. Non eravamo stati messi alla prova dalla noia
o dalle richieste che comporta far crescere dei figli, ma anche
se lo fossimo stati, per un indefinito numero di anni,
avrebbe forse soltanto sottolineato la verit, o quella che
a me sembrava una verit, che non  mai facile separare
la vita dalla morte: che per alcuni aspetti il nostro vivere
si esprime al meglio grazie ai nostri morti.
Mentre il giorno si spegneva, il signor Coughlan continuava
a parlare e Angie teneva la testa appoggiata sulla
spalla di suo marito e il marito la propria testa su quella
di lei, Hope mi prese la mano con tutte e due le mani,
come se volesse risucchiare il freddo che avevo in corpo.
Il signor Coughlan raccontava perch aveva scelto i
traghetti e perch lo avrebbe fatto ancora. Alcuni sostengono
che  un mondo finito. Non pi di qualche settimana
fa ho fatto un occhio nero a un tipo che me lo ha
detto. Dimenticano che appartengo a una generazione
che non aveva paura di fare a botte n di prenderle, e nessuno
chiamava la dannata polizia o coinvolgeva gli avvocati.
Gli ho chiesto di ripeterlo. Signorina Cassill, lei
mi capisce, vero?. Aveva parlato con la figlia, dopo il suo
ritorno, e mi strizz l'occhio in cerca di una conferma.
Arrossii, e la mano di Leo risali lungo la mia coscia.
Sapete, la gente cambia, quando sale sulla nave.  come
una vecchia amica. Va avanti e indietro. Pendolari: prendi
a bordo sempre le stesse facce. Buongiorno, arrivederci,
di nuovo buongiorno, di nuovo arrivederci. Il tempo
cambia, ma quello no. Nessuno ti sgrida attraverso l'altoparlante.
Gli uccelli schiamazzano. I bambini rispondono.
Fino a poco tempo fa, in questo tratto di mare potevi
stare a bordo durante il viaggio di andata e quello
di ritorno, potevi starci finch volevi, fare la traversata tutte
le volte che volevi, vedere quello che c'era da vedere,
e tenerti l'automobile vicina.... Si chin sul tavolo intorno
al quale eravamo tutti seduti, contento di notare che
eravamo placati dal cibo, dal vino e dai suoi racconti. Non
doveva nascondersi dove pi desiderava stare, ma era l,
per ora, circondato da persone, a parlare della corsa di
andata e ritorno con un rispetto che non tutti noi conoscevamo
o avevamo avuto occasione di conoscere, a parlare
senza doversi scusare degli attaccamenti che ci sostengono
e ci guidano indipendentemente dall'et, e allo
stesso tempo ci invitava a fare la traversata insieme a lui,
perch no?, a immaginarla, le onde che andavano e venivano,
le distanze, i paesaggi, i luoghi e l'amore, un amore
cos grande, prima di dirci arrivederci, arrivederci, per ora.
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Ringraziamenti.
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Ringrazio di cuore Picador, la migliore casa editrice
della citt, e tutte le persone creative e incoraggianti che
la fanno vivere: Stephen Morrison, James Meader, Anna deVries e Devon Mazzone.
Al mio personale Melville: grazie per aver accettato
la sfida di vivere con questa autrice e editor (che significa
vivere con molti scrittori). Per essere costretto a guardare
sempre la mia schiena. Tu sei il mio equilibrio, la musica della mia casa.
Grazie a Jess Walter, Ron Hansen e Will Blythe, che
hanno amato questo libro, e a Celia, la protagonista, anche
quando il mio (e il suo) carattere imprevedibile si intrometteva.
Non conosco scrittori e amici migliori.
A Warren Frazier, l'agente letterario pi sublime, pi
capace e pi paziente, e il miglior alleato che una scrittrice possa avere.
Alla mia famiglia, ai miei genitori, che ho nel cuore.
Mio padre, un uomo del Vermont, che anche con gli occhi
bendati riesce a fare qualsiasi cosa, dai calcoli delle
percentuali fino a un posteggio impossibile, meglio di
quasi chiunque altro.  sempre stato il mio primo lettore,
il mio migliore critico, l'inno di incitamento nelle mie orecchie.
 un compagno perfetto per la mia splendida, ingegnosa
e selvaggiamente generosa madre, che ogni giorno
combatte contro il grigiore. Per noi che li conosciamo,
queste due persone hanno sempre forgiato il mondo in
forme sorprendenti e a me hanno regalato colori e sostegno
e una stanza (dopo l'altra) in cui scrivere, sperare, perseverare.
E alle mie sorelle, Meredith e Ellen, entrambe
guerriere dell'amore e della luce, e al mio dolce cognato
Tom, che non mancano mai di rallegrarmi anche quando non voglio essere rallegrata.
Molte grazie anche alla mia seconda famiglia, quella
che ho trovato lungo il cammino: David Slocum, il mio
migliore amico, obbligato ad ascoltare tutto, anche
quando non vorrebbe. Alla meravigliosa Rebecca
Rotert-Shaw, cos piena di musica e di poesia e mia compagna
di vita e di amore, resistenza e rassegnazione. A
Eli Dickson, mio porto sicuro in ogni tempesta e mio cielo
quando torna il sereno. A Lee Froehlich, che mi sorprende
ogni volta con quella frase sulla vita della mente, e mi
fa ricordare le gioie dell'eccentricit. A Chris Napolitano,
il migliore magazine editor della citt, un esploratore che
cambia le frequenze nelle stanze in cui entra lasciandoci
tutti a bocca aperta. E a Anthony Vargas, mio assistente,
mio collaboratore, e uno dei migliori lettori di narrativa
e non che ci siano in giro; a Tom Woodring, che mi
ancora e mi ispira con le sue astuzie e la sua saggezza pratica;
a Kate Strasburg, che non pu evitare di essere un
angelo; a Gayle Pemberton, mia colta insegnante, compagna
nel romanticismo e nella resistenza; e a Caroline
McDaniel, che non manca mai di apparire, ed , una
vera lettrice, una vera donna, e una maga, in realt.
Infine, ringrazio gli scrittori con cui ho lavorato nel corso
degli anni e che sono diventati amici e parte della famiglia:
Margaret Atwood, James Ellroy, Jonathan Ames,
Carmela Ciuraru, Jonathan Lethem, Joyce Carol Oates,
Richard Ford, Jane Smiley, Simon Winchester e Rick Russo.
Un'infinita gratitudine per il vostro esempio, le altezze
verso le quali non potete fare a meno di mirare ogni giorno,
la vostra fiducia in me come editor, amica, e di pi.
...
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FINE.